Il Giappone ha regalato ai fan dell’horror, nel corso degli ultimi decenni, numerosi cult che hanno conquistato i box office internazionali, diventando inoltre base di vari remake americani e non solo.
Il regista e sceneggiatore Dave Boyle attinge a piene mani a quella tradizione cinematografica per confezionare con Never After Dark una storia di fantasmi e traumi personali in cui l’aldilà non è forse la dimensione più spaventosa con cui fare i conti.
Al centro della trama c’è Airi (Moeka Hoshi), una giovane medium specializzata nel liberare il mondo dei vivi dagli spiriti inquieti che non riescono ad abbandonare la nostra dimensione. Il suo nuovo incarico la porta in una villa isolata in campagna, dove la proprietaria sostiene di aver avuto delle apparizioni ed esperienze inquietanti. Airi, accompagnata dallo spirito dalla sorella, si ritrova così a indagare sul passato dell’abitazione, scoprendo dei segreti oscuri che la mettono in pericolo.

Sospeso tra The conjuring e gli horror giapponesi, Never After Dark crea un’atmosfera tesa e in cui non manca più di un brivido grazie a un uso intelligente degli spazi, rendendo la casa una vera protagonista della storia, e della fotografia, ben calibrata per rendere ogni ombra minacciosa e il contrasto tra luce e oscurità non solo fisico, ma anche metaforico. La protagonista Airi incarna alla perfezione quella dualità con la sua esistenza in cui vita e morte fanno parte di una quotidianità in cui immergersi nell’oscurità diventa necessario per liberare la luce da presenze sgradite e minacciose.
La sceneggiatura, dalla struttura piuttosto semplice, fatica un po’ più del dovuto a dare spessore ai personaggi secondari come i proprietari di casa, che risultano solo abbozzati e superficiali, e anche la sorella di Airi non possiede lo spessore necessario a renderla utile a sostenere la narrazione, che scivola senza particolare incisività sostenendosi principalmente con gli elementi thriller-horror. Le rivelazioni riguardanti il ‘fantasma’ che tormenta la casa e i suoi abitanti sono infatti compiute in modo piuttosto semplice, ma efficace. La presenza malvagia è costruita con attenzione e con la giusta dose di orrore, visivo ed emotivo.
Never after dark convince maggiormente nel suo ultimo atto, quando tutti i tasselli del mistero vanno al loro posto e si dà maggiormente spazio all’azione e alla tensione, in un crescendo efficace e convincente.
Il film di Boyle, non privo di difetti, riesce comunque a soddisfare chi è alla ricerca di un horror dalle sfumature psicologiche in grado di mantenere alta l’attenzione fino a un epilogo che lascia soddisfatti, pur non sfruttando del tutto il potenziale del racconto.
