Nessun Dolore – Fuori concorso
Gianni Amelio mette troppa carne al fuoco lasciando agli spettatori solo fumo con il suo nuovo film Nessun Dolore.
Al centro della trama c’è il trentenne Davide che vende libri in una bancarella in centro città, attività che gli permette di conoscere Elsa, una donna che gli porta spesso volumi di seconda mano e stringe con lui un rapporto di amicizia. La quotidianità del protagonista si incrina inesorabilmente quando una mattina gli viene affidato un bambino nordafricano sconosciuto, coinvolto poi in un drammatico incidente. Davide, in preda a dubbi e rimorsi, cerca una via di redenzione aiutando l’algerina Aminah, scelta che avrà delle conseguenze inaspettate.
Alessandro Borghi fa quel che può con un personaggio a tratti incomprensibile e privo di reale spessore, cercando di far emergere emozioni e dilemmi morali in modo realistico nonostante una storia sopra le righe e persino surreale.
Valeria Golino e Valerio Mastandrea devono accontentarsi di due ruoli secondari poco incisivi e abbozzati in modo approssimativo, e il susseguirsi di eventi non riesce a emozionare e coinvolgere come forse sperato.
Nessun dolore è un film confuso e poco ispirato che non lascia il segno, nonostante i buoni propositi, sprecando l’innegabile bravura di Amelio e del suo cast.

Wild Horse Nine – Concorso
Martin McDonagh regala una nuova perla cinematografica con Wild Horse Nine, film che non raggiunge le vette di alcune sue opere precedenti, ma diverte ed emoziona con intelligenza e sfruttando nel migliore dei modi il talento di John Malkovich e Sam Rockwell.
Le star hanno il ruolo di due agenti della CIA, Chris e Lee, che partono con destinazione l’isola di Pasqua nel 1973, poco prima del colpo di stato cileno. Tra incontri, segreti da (non) mantenere, rivelazioni e dialoghi scorretti politicamente, il viaggio assume rapidamente sfumature drammatiche e inaspettate.
Non è difficile capire perché si è parlato immediatamente di una potenziale corsa agli Oscar di John Malkovich grazie al film di McDonagh: il talento camaleontico dell’attore viene sfruttato nel migliore dei modi da una sceneggiatura non priva di difetti, ma perfetta per sottolineare tutte le sfumature della performance della sua star, rendendo impossibile non ridere, commuoversi, affezionarsi e perdonare al personaggio anche le dichiarazioni più ciniche e scomode. Sam Rockwell è ritornato a collaborare con il filmmaker e, come accaduto in Tre Manifesti a Ebbing, Missouri, regala un’interpretazione convincente, tratteggiando la figura di un uomo segnato dalla vita e, al tempo stesso, ancora in grado di empatizzare e mantenere la sua sensibilità. Le interazioni tra le due star, anche nei momenti più “intimi” e silenziosi, sono memorabili e risultano sempre naturali. L’intero cast, tra cui anche le giovani Ailin Salas e Mariana Di Girolamo e gli esperti Parker Posey e Steve Buscemi, sfruttano nel migliore dei modi il brillante script firmato da McDonagh. La fotografia di Ben Davis rende la location, davvero unica, il contesto perfetto per gli eventi, con paesaggi luminosi e locali fumosi e ombrosi, mentre Carter Burwell accompagna il film in modo forse non memorabile, ma in ogni caso efficace.
Wild Horse Nine, pur non essendo il miglior film di Martin McDonagh, conferma senza ombra di dubbio la bravura e l’unicità del suo creatore, in grado di regalare agli spettatori opere che rappresentano, criticano, celebrano, e ricordano ciò che ci rende umani, nel bene e nel male, durante un’epoca in cui la realtà quotidiana sembra volerci convincere che non sia più importante.
Bucking Fastard – Concorso
Werner Herzog confeziona con Bucking Fastard un film riuscito a metà. La bravura di Kate e Rooney Mara sostiene bene il surreale inizio del racconto in cui si introducono le sorelle Jean e Joan Holbrooke, talmente unite da parlare all’unisono, condividere sogni e persino amori. La loro ossessione per il loro vicino Gareth Mulroney (Orlando Bloom in una versione autoironica convincente) assume contorni surreali, tra processi e vendette, mentre la parte centrale in cui le due giovani cercano di iniziare una nuova vita anche grazie ai consigli e all’aiuto del cortese Timothy (un sempre brillante Domhnall Gleeson) appare particolarmente sensibile e psicologicamente ben calibrata. A far scivolare la storia in una dimensione retorica e fin troppo favolistica è invece il terzo atto, ambientato in una quotidianità quasi fiabesca, tra animali da salvare e grotte misteriose.
Nonostante la bellezza visiva che caratterizza Bucking Fastard, il film scritto e diretto da Werner Herzog risulta troppo sconnesso e confuso, quasi incerto per quanto riguarda la direzione che la narrazione deve intraprendere. L’epilogo, quasi sospeso, non aiuta a lasciare agli spettatori con le giuste sensazioni, suscitando più disappunto che ammirazione durante i titoli di coda.

Paper Plane – Orizzonti
Saoirse Ronan si mette alla prova come regista con il corto Paper Plane, un delicato ritratto del rapporto che lega una figlia alla madre mentre le due protagoniste sembrano venire costantemente divise.
La fotografia di Kate McCullough contribuisce a creare la giusta atmosfera per mostrare un emozionante tentativo di comunicare in silenzio, ma con la creatività e la spontaneità che contraddistinguono i bambini, e superare le proprie incomprensioni. Martha Malone e Clare Dunne regalano una buona performance e il montaggio di Nathan Nugent attribuisce un ritmo efficace a una storia semplice dalla sceneggiatura forse un po’ fragile. Paper Plane funziona infatti meglio dal punto di vista visivo rispetto agli elementi narrativi, piuttosto semplici seppur emozionanti. Saoirse Ronan firma un corto che riesce comunque a coinvolgere gli spettatori con sensibilità e molto calore umano.

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