Tag Archives: recensione film

For They Know Not What They Do – Recensione

For They Know Not What They Do è il nuovo documentario diretto da Daniel G. Karslake (Every Three Seconds, For the Bible Tells Me So) che racconta in modo sensibile ed emozionante la storia di quattro famiglie seguendo il modo in cui hanno affrontato tematiche legate alla sessualità e all’identità personale, facendo inoltre i conti con le proprie convinzioni animate dalla fede.
I quattro racconti, che si intrecciano e sono intervallati anche da interventi di alcuni esperti e religiosi, permettono di compiere un’importante riflessione sugli elementi che influenzano le reazioni nei confronti delle persone LGBTQ e su come la società sia ancora contraddistinta da intolleranza e odio nei confronti del prossimo, arrivando al punto da privare i cittadini dei propri diritti civili.

Il montaggio firmato da Nancy Kennedy permette di seguire in modo coinvolgente e scorrevole le varie fasi della vita di quattro giovani dopo il loro coming out in famiglia. Ryan, il figlio di Linda e Bob Robertson, subisce la pressione dei genitori e la “condanna” della propria chiesa, venendo quindi sottoposto a una terapia di conversione, pratica molto discussa che lo fa scivolare nella tossicodipendenza e nei problemi psicologici.
Vico Baez-Fedos, un giovane di origini portoricane, inizialmente si trova a fare i conti con il rifiuto della nonna, trovando però la comprensione e l’affetto dei suoi genitori Victor e Annette. Il ragazzo sarà poi coinvolto nella drammatica sparatoria avvenuta al nightclub Pulse.
Elliot ha invece superato una fase all’insegna dell’autolesionismo e della sofferenza prima di poter trovare la propria identità grazie al sostegno e all’amore dei genitori Coleen e Harold Porcher.
David e Sally McBride, infine, hanno trovato forza proprio nella fede quando il loro figlio ha rivelato di essere una donna transgender. Sarah McBride è da anni attiva nel mondo della politica ed è stata recentemente eletta senatrice, continuando a lottare per i diritti della comunità LGBTQ e superando molti ostacoli nella propria vita, tra cui un lutto straziante.

Le differenti reazioni delle quattro coppie offrono un ottimo punto di partenza per analizzare il modo in cui la religione abbia ancora un’influenza, non per forza negativa, sulla relazione tra genitori e figli e sulla dimensione legata alla sessualità della propria vita.
Se i McBride hanno permesso a Sarah di avere l’amore e la sicurezza necessaria a vivere pienamente la propria vita, i Robertson con il loro atteggiamento completamente opposto si sono resi conto solo in un secondo momento delle tragiche conseguenze delle proprie convinzioni e azioni. Senza nulla togliere alle altre due esperienze, sono proprio quelle di Sarah e Ryan a lasciare il segno più profondo nella mente e nel cuore degli spettatori, da una parte sollevati per la testimonianza di chi è riuscito a superare gli ostacoli rappresentati dalla chiusura mentale e dall’ignoranza, e dall’altra tristemente testimoni di una progressiva presa di coscienza arrivata troppo tardi e che ha portato alla ricerca di un perdono e di una redenzione, più da parte di se stessi che degli altri, difficile da ottenere.

Le storie proposte offrono uno sguardo sulla società americana ricco di sfumature che a tratti indigna e in altri passaggi commuove, portando alla convinzione che ci sia ancora molta strada da compiere per raggiungere una vera eguaglianza e un mondo che permetta a tutti gli esseri umani di vivere pienamente la propria esistenza.

Seguire il percorso compiuto dai giovani al centro della trama è istruttivo e coinvolgente, grazie al lavoro compiuto da Karslake nel dare voce ai protagonisti con grande sensibilità e calibrando bene le informazioni offerte dagli esperti che permettono di inserire le varie esperienze in un contesto utile a capire le motivazioni alle base delle scelte compiute dagli adulti.

For They Know Not What They Do è una visione necessaria per comprendere meglio le difficoltà affrontate da milioni di giovani in tutto il mondo a causa di ideologie e convinzioni che vanno contro l’amore e il rispetto su cui dovrebbero invece basarsi.

In case of emergency, la recensione – Heartland 2020

La regista Carolyn Jones ha realizzato con il documentario In Case of Emergency un ritratto necessario ed emozionante di chi ha scelto il mestiere di infermiere negli Stati Uniti, seguendo alti e bassi quotidiani e arrivando fino alla prima fase della pandemia che ha avuto un impatto innegabile nel lavoro di professionisti che mettono a rischio la propria vita durante l’emergenza sanitaria.
Il progetto, realizzato nel corso di due anni, non si concentra su un’unica struttura sanitaria ma offre un ritratto ricco di sfumature della quotidianità che contraddistingue il pronto soccorso, dimostrando inoltre come quello che accade tra le mura dell’ospedale rifletta la società contemporanea americana alle prese con violenza, dipendenze, solitudine e povertà, elementi che hanno un peso importante nello stato di salute degli esseri umani.


Gli infermieri intervistati, davanti alla telecamera, parlano apertamente del modo in cui affrontano il lavoro e le conseguenze emotive delle situazioni che devono gestire ogni giorno, mentre la telecamera immortala la bravura con cui affrontano anziani che non hanno nessuno che si prenda cura di loro, madri in ansia, giovani che devono rilassarsi per affrontare esami complicati, persone che cercano di disintossicarsi, tentativi di suicidio e pazienti che bisogna visitare per capire chi ha bisogno di cure immediate. Le testimonianze dei professionisti emozionano e portano così alla luce il lato più umano e vulnerabile di chi ha scelto un lavoro che lascia il segno.

In Case of Emergency regala un ritratto davvero memorabile del mondo del pronto soccorso dove la rapidità di intervento e il talento nel campo della medicina determinano il destino delle persone e, al tempo stesso, sottolinea tutti i problemi del sistema sanitario americano attraverso i racconti di chi è sempre impegnato in prima linea.
Il documentario si apre e chiude con la testimonianza di Cathlyn Robinson, che lavora al St. Joseph’s University Medical Centerson a Paterson, New Jersey, dopo l’inizio dell’emergenza causata dal COVID-19 e immediatamente si può notare la differenza di atmosfera e il senso di impotenza che contraddistingue il periodo che gli infermieri stanno affrontando in tutto il mondo. Nel volto e nei gesti di Cathlyn è impossibile non notare la differenza rispetto alle scene girate in precedenza e le sue parole, misurate e sensibili, affiancano quelle dei suoi colleghi che hanno parlato delle perdite subite negli ultimi mesi e dell’ansia sempre presente in una situazione così incerta e pericolosa.


Carolyn Jones, con il suo documentario, sa mettere in primo piano il coraggio, il determinazione, l’empatia e l’intuizione che rendono gli infermieri un tassello essenziale della società e i loro racconti permettono inoltre di capirne i problemi che andrebbero affrontati e risolti per poter sperare in un futuro migliore, pur essendo consapevoli che il Coronavirus ha peggiorato ulteriormente un sistema che stava già pagando duramente il prezzo di scelte politiche che hanno ben poco a che fare con la salute dei cittadini.

In case of emergency mostra i lati positivi e quelli negativi di una professione che richiede vocazione e dedizione, obbligando chi la pratica a fare spesso i conti con delle conseguenze importanti sulla propria salute mentale e sull’equilibrio esistente nella propria vita, diventando una visione obbligatoria per capire l’importanza di una categoria che merita di essere celebrata ogni giorno, non solo durante un’emergenza.