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Siccità: la recensione

Paolo Virzì torna alla regia con un film ambizioso: Siccità intreccia infatti più storie sullo sfondo di una Roma alle prese con una mancanza di pioggia che rende la vita di tutti complicata e a volte inaspettata.

Tra i protagonisti ci sono Antonio che, dopo aver ucciso la compagna, non sembra più interessato alla libertà; Loris che affronta i fantasmi del passato; l’attore Alfredo che cerca di aprire un nuovo capitolo della sua carriera sfruttando i social e sua moglie Mila che lavora in un supermercato e va alla ricerca di amore; la dottoressa Sara che si ritrova a combattere contro una malattia infettiva che semina morte e suo marito Luca che ha riallacciato i rapporti con Mila; l’infermiera Giulia che aspetta un figlio e ha delle ferite emotive che non si sono ancora rimarginate, e altre esistenze che si intrecciano e influenzano a vicenda, spaziando tra classi sociali e situazioni sentimentali molto diverse tra loro.

Siccità, sfruttando un po’ le emozioni suscitate durante il periodo della pandemia, prova a tratteggiare il ritratto di una società sospesa tra passato e presente, tra voglia di rivalsa e accettazione di un destino infausto che rischia di minare ogni speranza, il tutto senza mettere in secondo piano le varie sfumature dell’amore, da quello dei genitori per i propri figli alla complessità dei sentimenti tra coniugi e partner di vita. La complessa rete di situazioni ed emozioni, in cui non manca una vena di umorismo esilarante e a tratti molto cinico grazie alle interpretazioni di Valerio Mastandrea e Silvio Orlando, entrambi autori di una performance molto naturale che non appare mai forzata nemmeno nei momenti più surreali .
I personaggi, con un buon equilibrio tra momenti realistici e passaggi onirici, si muovono per le strade e i luoghi più iconici di Roma, mostrando una versione della città in cui le luci degli appartamenti lussuosi si scontrano con realtà disagiate, aride e abitate da insetti ed esseri umani che hanno fatto posto anche a livello emotivo alla siccità che ha colpito la capitale.

Virzì sfrutta bene la bravura dei propri interpreti e la fotografia, sempre attenta e suggestiva firmata da Luca Bigazzi, riuscendo nel suo tentativo di far emergere difetti e contraddizioni di Roma e dei suoi abitanti, pur perdendo in più momenti il controllo della narrazione che si ostacola da sola con una struttura in cui non tutti i tasselli vengono sviluppati in modo soddisfacente, come accade con la parte del racconto dedicato al figlio di Alfredo e Mila o ad alcuni apassaggi dell’odissea di Antonio, mentre altri elementi come la star interpretata da Monica Bellucci che appare una presenza piuttosto stereotipata e, nell’insieme del racconto, superflua.

La colonna sonora di Franco Piersanti accompagna bene Siccità fino al suo epilogo catartico in cui tutti i percorsi individuali, dopo essersi intrecciati e a tratti scontrati, giungono a un finale più o meno convincente, contribuendo al buon risultato ottenuto dalla nuova fatica di Virzì che, anche nei momenti più deboli, riesce comunque a far riflettere con intelligenza e la giusta dose di ironia mostrando esseri umani assettati, non solo a causa della mancanza di acqua.