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Anything for Jackson, la recensione – Nightstream

Il film canadese Anything for Jackson, presentato all’appuntamento cinematografico Nighstream, si avvicina al tema della possessione demoniaca e dei satanisti da una prospettiva originale: quella di due anziani coniugi che si affidano alle forze oscure per provare a “riportare” in vita il nipotino.
Per farlo la coppia composta da Audrey (Sheila McCarthy) e Henry (Julian Richings), rapiscono una donna incinta, Becker (Konstantina Mantelos), con lo scopo di compiere un rituale in grado di porre all’interno del corpo del bambino che deve ancora nascere lo spirito del proprio nipote, Jackson. Come prevedibile la situazione sfuggirà ben presto di mano ai protagonisti, dando vita a conseguenze terrificanti e imprevedibili.

Il regista Justin G. Dyck, autore di numerosi film televisivi e nel team di serie come Ponysitters Club, porta sullo schermo la sceneggiatura firmata da Keith Cooper creando nella prima parte del film un’atmosfera ricca di tensione che, progressivamente, viene stemperata in un susseguirsi di apparizioni grottesche e situazioni in più momenti maggiormente vicini all’umorismo dark che al genere horror. Dopo l’efficace sequenza iniziale, in cui si assiste all’apparente serenità della residenza dei due protagonista che viene totalmente spezzata dall’inaspettato e violento rapimento, e al successivo momento in cui Audrey cerca di spiegare le proprie motivazioni alla giovane incinta, Anything for Jackson fatica a trovare una propria collocazione all’interno del genere: il rituale e l’entrata in scena di creature e spiriti suscitano qualche brivido, mentre le motivazioni e i comportamenti di Henry e della moglie fanno emergere un lato più malinconico e psicologicamente all’insegna della sofferenza e delle ferite interiori, scivolando poi nel surreale umorismo dei problemi causati dalle contraddizioni del medico e dal modo in cui deve nascondere delle prove, e nell’incredibile quando si approfondisce il legame degli anziani con un gruppo di satanisti.
Anything for Jackson convince così solo a metà: gli elementi maggiormente legati alla sfera personale dei coniugi sono ben delineati e costruiti dal punto di vista emotivo e narrativo, ma la poca attenzione nel costruire la vittima del rituale e i personaggi secondari suscita un po’ di perplessità. Le apparizioni degli spiriti sono giustificate in parte: se l’entrata in scena della bambina vestita da fantasma inquieta grazie al legame con la storia di Audrey, le altre presenze nella stanza e nell’edificio risultano meno incisive.
A sostenere il film sono però in particolare le interpretazioni di Sheila McCarthy e Julian Richings, i cui volti segnati e sofferenti rendono possibile comprendere le ragioni alla base del tentativo di affidarsi alle forze oscure pur di riempire un vuoto incolmabile nelle proprie vite.
Sospeso tra horror e dramma umano, Anything for Jackson è comunque un film interessante che paga, forse eccessivamente, il prezzo di una sceneggiatura che perde verso l’epilogo il controllo sui vari elementi che compongono la storia.

Rebuilding Paradise, la recensione – CinemAmbiente 2020

Ron Howard continua la sua attività nel campo dei documentari con Rebuilding Paradise, presentato alla 23. edizione di CinemAmbiente.
Il progetto prodotto da National Geographic racconta la devastazione avvenuta nel 2018 a Camp Fire a causa dell’incendio che ha causato il maggior numero di vittime nella storia della California e, soprattutto, il tentativo di una comunità di reagire e rialzarsi nonostante il trauma, i problemi economici, la burocrazia e le conseguenze ambientali.

La prima parte di Rebuilding Paradise segue in maniera realistica e incredibilmente drammatica le prime fasi della tragedia tramite registrazioni dei messaggi radio che informano dello scoppio di un incendio a Camp Creek Road, le conversazioni con il pronto intervento e terrificanti video che immortalano la forza distruttiva delle fiamme, l’angoscia di chi cerca di evacuare e si ritrova circondato dal fuoco e alle prese con il terrore che i pneumatici della propria macchina esplodano o l’asfalto della strada si fonda, il senso di smarrimento e confusione che colpisce chi si ritrova improvvisamente catapultato in una situazione che sembra irreale e i sensi di colpa di chi non può inviare soccorsi a tutte le persone in difficoltà. Sullo schermo scorrono così immagini che abitualmente si associano ai disaster movie hollywoodiani con l’angosciante consapevolezza che, purtroppo, non è una ricostruzione spettacolarizzata ma la straziante realtà che ha causato la morte di 85 persone. Nel momento in cui una famiglia in fuga riesce finalmente a superare l’area pericolosa e a rivedere il cielo oltre la coltre spessa e nera di fumo non si può quindi che provare il loro stesso sollievo, consapevoli che non tutte le storie hanno avuto lo stesso lieto fine.

Il documentario di Ron Howard concentra poi la propria attenzione su quanto accaduto dopo l’emergenza, enfatizzando quanto sia difficile emotivamente e a livello pratico rialzarsi dopo una tragedia di questa portata. La frustrazione dei cittadini di Paradise inizia infatti a farsi strada nella comunità fin da quando le fiamme non sono ancora del tutto spente a causa dell’arrivo del presidente Donald Trump che in diretta televisiva non si ricorda nemmeno il nome dell’area, chiamandola Pleasure davanti all’impietoso sguardo delle telecamere e dei presenti.
Il regista compie la scelta di focalizzarsi sul lato umano del disastro ambientale raccontando alcune delle storie degli abitanti: dal giovane poliziotto, che rivela la sua inaspettata gioia quando è andato alla ricerca del cadavere di una persona che credeva morta potendo invece abbracciarla sana e salva, all’ex sindaco Woody Culleton che ha trovato a Paradise la possibilità di iniziare un nuovo capitolo della sua vita dopo un passato da alcolizzato, senza dimenticare due giovani genitori che non vogliono lasciare la comunità dove volevano costruire un futuro per la propria famiglia o la dirigente scolastica, con un marito che soffre di stress post traumatico fin dalla sua esperienza militare, determinata a offrire ai propri studenti la possibilità di proseguire gli studi e celebrare le proprie vittorie personali nonostante non si possa nemmeno usare il campo da football per la cerimonia dei diplomi. Nel documentario c’è poi spazio per la giovane psicologa che fa i conti con i traumi degli altri e i propri tra mille difficoltà, i giovani che hanno rischiato di morire mentre cercavano di evacuare la propria casa salvando le foto e altri ricordi di famiglia, figlie che non riescono a darsi pace per la tragica morte del padre e genitori preoccupati per il futuro. Rebuilding Paradise si sostiene proprio con questi piccoli ritratti della società americana e la celebrazione della capacità di essere pazienti, resilienti e tenaci di fronte alle avversità, nonostante ci si trovi tutti alle prese con qualcosa di quasi impossibile da elaborare razionalmente. Le fiamme non sono però l’unico ostacolo da superare per ricostruire il proprio “paradiso”: gli abitanti scoprono che la causa della tragedia è legata a un malfunzionamento della rete elettrica gestita dalla PG&E e in che modo i cambiamenti climatici e la gestione del territorio abbiano contribuito a peggiorare il dramma. Chi vuole ricostruire si scontra inoltre con la burocrazia che rallenta ogni fase del lavoro sulle case e sulle strutture e deve persino tenere conto delle conseguenze dell’incendio sulle risorse idriche che hanno reso tossica l’acqua.
Ron Howard accenna a tutti questi elementi senza in realtà approfondirli in modo adeguato, pur immortalando l’incontro dell’azienda che deve chiedere scusa durante un incontro pubblico alla comunità o accennando alla class action lanciata per ottenere un risarcimento economico.
Il regista, come suggerisce il titolo del documentario, cerca invece di riportare in primo piano la forza interiore degli esseri umani concentrandosi sul desiderio di ricostruire, nonostante tutte le difficoltà, la propria vita dopo la distruzione e il dolore. Alternando le piccole vittorie, come la tanto agognata cerimonia dei diplomi, a sconfitte che lasciano il segno, tra cui una morte inaspettata o separazioni dolorose, il documentario va alla costante ricerca dei piccoli indizi che dimostrano come sia possibile non perdere mai la speranza e lottare per un futuro migliore. Rebuilding Paradise ha il merito di non cercare mai di offrire risposte impossibili da dare in modo esaustivo e obiettivo, scegliendo di osservare dall’esterno le reazioni, molto diverse tra loro, dei sopravvissuti e mostrando come ognuno trovi il proprio modo per reagire alla perdita.
Ron Howard, abilmente, sembra quasi affidare ai giovani il compito di individuare una strada diversa da percorrere in futuro svelando sugli schermi come da un’esperienza così negativa si possano trarre degli insegnamenti importanti che contribuiscono a far avvicinare le persone per trovare la forza di affrontare ogni avversità insieme. Al termine della visione, coinvolgente seppur non del tutto soddisfacente, resta comunque la curiosità di scoprire come i protagonisti di Rebuilding Paradise stanno affrontando la pandemia per capire se l’empatia e la solidarietà sono riuscite a sopravvivere anche a un altro duro colpo per una comunità recentemente già messa in ginocchio.

Nomadland: recensione – Venezia 77

Nomadland sarà, probabilmente con One Night in Miami, tra i protagonisti di una stagione di premi che farà inevitabilmente i conti con i tanti ritardi e posticipi nella distribuzione causata dalla pandemia, ma il film di Chloé Zhao meriterebbe numerosi riconoscimenti anche in un periodo contraddistinto da una concorrenza ben più agguerrita e numerosa. La regista, dopo l’affascinante The Rider, regala un altro ritratto indimenticabile ed emozionante di una parte della società americana che difficilmente viene posta sotto le luci della ribalta dei mezzi di comunicazione e lo fa con un rispetto e una sensibilità che denotano un talento raro e prezioso. Si potrebbero scrivere numerosi saggi sul modo in cui Chloé Zhao ritrae i paesaggi americani e la quotidianità di un’esistenza trascorsa on the road, ma l’elemento che lascia veramente il segno in Nomadland è il modo con cui tratteggia con grande bravura e sicurezza individui che vivono ai margini e isolati, volontariamente, dal resto della società. Difficile immaginare un’altra attrice al posto di Frances McDormand nel ruolo di Fern che sembra fatto su misura per lei. Non c’è quindi da stupirsi che sia stata proprio la star di Tre Manifesti a Ebbing. Missouri ad acquistare i diritti del libro di Jessica Bruder con l’intenzione di portare le storie raccontate tra le pagine in un film, trovando in un secondo momento la regista – e sceneggiatrice – perfetta per il progetto.

Sul grande schermo si segue così Fern, “senza casa ma non senzatetto”, che rimasta vedova e alle prese con problemi economici ha deciso di vivere in modo nomade, spostandosi a bordo della sua roulotte attraverso gli Stati Uniti, accettando vari lavori stagionali e incontrando altre persone come lei che hanno trovato pace ed equilibrio in una vita senza fissa dimora, condividendo esperienze ed emozioni con chi incontrano per la strada. Frances McDormand trasmette una sensazione di autenticità e onestà necessarie a sostenere le scene più emozionanti come quelle in cui parla dell’amore che la lega ancora al defunto marito con un giovane incontrato per caso o mentre affronta la straziante malinconia di una casa vuota che non le appartiene più, nemmeno emotivamente. L’attrice ha compiuto un lavoro impeccabile nell’immergersi nel proprio personaggio e la sua performance è misurata e attenta, sempre in grado di far emergere nelle espressioni e nei piccoli gesti l’interiorità di Fern, ma senza nemmeno mettere in secondo piano il suo bisogno di avere dei legami umani e dare spazio a un calore materno che si manifesta nel modo in cui si “prende cura” di altri nomadi e di chi ha incontrato sul lavoro. Nomadland, sfruttando anche la presenza di attori non professionisti, regala delle storie di grande umanità e dignità e una protagonista femminile che ha compiuto molti sacrifici nella propria vita e, alle prese con le difficoltà, ha continuato a lottare trovando la propria identità e libertà nonostante si confronti ogni giorno con il proprio passato e con un’assenza importante accanto a lei. Nella vita di Fern non mancano le radici, le amicizie e nemmeno un potenziale amore, elemento gestito con incredibile bravura usando le interazioni con Dave, interpretato senza sbavature da David Strathairn. Il rapporto tra i due personaggi, ormai non più giovanissimi e con i propri problemi e ostacoli da superare, è all’insegna della comprensione e del rispetto e va contro gli stereotipi hollywoodiani che avrebbero puntato tutto su uno scontato lieto fine.

La regista, oltre a permettere alla sua star di dimostrare tutto il proprio valore con la performance emozionante di una donna dalle mille sfumature, porta sugli schermi il mondo delle persone senza dimora rimanendo sempre alla giusta distanza: c’è dell’innegabile ammirazione e bellezza nel suo approccio a queste esistenze dalle caratteristiche senza paragoni, ma non vengono nemmeno nascosti i lati negativi e le contraddizioni di chi decide di partire per un viaggio apparentemente senza meta. Il lungometraggio sa entrare in connessione con gli spettatori dando spazio a persone reali le cui esperienze danno voce a uno dei tanti lati della società contemporanea americana: dai giovani che si allontanano da casa alla generazione rimasta economicamente in ginocchio dopo la recessione, senza dimenticare chi si trova ad affrontare traumi e sofferenze che li hanno spinti a iniziare un cammino alla scoperta di se stessi e del proprio posto nel mondo. Il susseguirsi delle stagioni e delle interazioni di Fern scandiscono, accompagnato dalle musiche di Ludovico Einaudi e valorizzato dalla splendida fotografia di Joshua James Richards, un’esplorazione coraggiosa di persone uniche nelle loro fragilità pur essendo assolutamente “normali” nelle loro vite uniche.
Il mondo dei Nomadi moderni, che vivono esistenze solitarie e al tempo stesso vanno alla ricerca di legami autentici e duraturi, viene seguito con l’equilibrio giusto tra poesia, malinconia e riflessione sulla società, approfondendo uno spaccato di vita americana che riesce comunque a trasmettere un messaggio universale e rendendo Chloé Zhao un talento da non perdere assolutamente di vista, lasciando la curiosità di scoprire in che modo si è avvicinata al Marvel Cinematic Universe con l’atteso The Eternals.

Beans, recensione – TIFF 20

La regista e sceneggiatrice Tracey Deer compie il suo esordio dietro la macchina da presa di un film di finzione con Beans, presentato al Toronto Film Festival 2020, con cui porta sul grande schermo una storia basata su fatti realmente accaduti negli anni Novanta in Quebec.

Al centro della trama c’è una ragazzina Mohawk chiamata Tekenthahkwa, soprannominata Beans (Kiawentiio), che vive con i genitori e la sorellina Ruby (Violah Beauvais) nella riserva di Kahnawà:ke, in Canada. Sua madre Lily (Rainbow Dickerson) spera che la sua bravura negli studi le permetta di ottenere l’iscrizione in un liceo prestigioso, mentre il padre Kania’tariio (Joel Montgrand) teme che la sua sensibilità la possa mettere troppo in difficoltà nel mondo ora che sta diventando adulta. La ragazzina non riesce più a distinguere ciò che vuole veramente da quello che spera di ottenere per soddisfare la madre e soffre in silenzio. Tutto cambia quando una protesta pacifica si trasforma in uno scontro armato dopo che le comunità delle riserve decidono di ribellarsi a un piano di espansione che trasformerebbe un’area sacra in un campo da golf. Durante quella che verrà successivamente conosciuta come Oka Crisis, Beans si avvicina ad April (Paulina Alexis), la ragazza più ribelle e determinata della sua comunità, entrando a far parte del suo gruppo e dando spazio al proprio lato meno accondiscendente e gentile. Intorno ai teenager, obbligati a crescere in fretta, scoppia invece la violenza e l’intolleranza, costringendo Beans a capire per cosa vuole lottare e cosa sogna veramente.

Tracey Deer, autrice anche della sceneggiatura, attinge alla sua esperienza personale per raccontare un passaggio all’età adulta segnato da un confronto duro con una società che considera i nativi americani terroristi e pericolosi dopo la loro decisione di difendere tradizioni e luoghi sacri. Il punto di vista di Beans sugli eventi, in particolare la drammatica sequenza del percorso compiuto in macchina con la madre e la sorella mentre venivano attaccate dai “nemici” del loro popolo, permette di capire la profonda frustrazione e sofferenza provata da chi è ancora troppo giovane per capire fino in fondo le dinamiche politiche e sociali e ormai abbastanza grande per rendersi conto della mancanza di rispetto e dell’intolleranza che la circonda. La giovane Kiawentiio interpreta molto bene le difficoltà affrontate dalla protagonista passando dalla voglia di compiacere la madre, e successivamente i suoi nuovi amici, alla rabbia cieca che la spinge a ribellarsi e ad aggredire. L’attrice gestisce bene i diversi rapporti del suo personaggio con gli altri protagonisti e sa interpretare i tumulti adolescenziali e le paure di Beans in modo credibile e realistico, sostenendo i passaggi più drammatici della storia e quelli maggiormente spensierati con bravura.
La regista e sceneggiatrice sembra aver sfruttato nel migliore dei modi le sue precedenti esperienze, in particolare quella nella produzione della serie Chiamatemi Anna, per costruire un racconto in cui ogni tassello della vita dei più giovani trova il proprio posto senza mettere in secondo piano dei lati della vita quotidiana della protagonista.
L’utilizzo del materiale d’archivio legato alla crisi avvenuta negli anni ’90 non sempre si fonde bene con il resto del film, ma Beans riesce comunque a gestire in modo piuttosto efficace la dimensione collettiva, ripercorrendo degli eventi che risultano particolarmente attuali nel contesto sociale contemporaneo, e quella personale regalando un racconto semplice e, proprio per questo, emozionante e coinvolgente.

180° Rule, recensione – TIFF 20

Farnoosh Samadi fa il suo esordio alla regia con 180° Rule, presentato al Toronto Film Festival 2020, un progetto che unisce al dramma personale di una coppia il ritratto di una società, quella iraniana, che rende ancora complicato per le donne vivere liberamente senza dover fare i conti con le imposizioni degli uomini.

Al centro della trama c’è Sara, un’intensa Sahar Dolatshahi, che ha un rapporto complicato con il suo marito Hamed (Pejman Jamshidi), avendo forse solo in comune il loro amore per la figlia Raha. Sara vorrebbe andare a un matrimonio in famiglia, ma il marito si oppone all’idea che compia un lungo viaggio in macchina, anche perché la piccola ha da poco superato una brutta influenza. Quando Hamed parte per un viaggio di lavoro, Sara decide di partire lo stesso portando Raha, mentendogli. Quando accade una tragedia la rete di menzogne diventerà ancora più complessa e dalle conseguenze devastanti.

Nonostante una sceneggiatura che non dà lo spazio adeguato ad alcuni passaggi della narrazione, in particolare per quanto riguarda l’epilogo, 180° Rule sfrutta nel migliore dei modi l’interpretazione di Dolatshahi che sa sottolineare ogni emozione in modo convincente e realistico. L’attrice riesce a costruire un personaggio complesso e che prende delle decisioni anche discutibili, riuscendo comunque a non perdere l’empatia degli spettatori che riescono a comprendere la sofferenza e gli effetti del trauma.
Il personaggio di Hamed è invece, purtroppo, delineato maggiormente a grandi linee e senza particolari sfumature.

Samadi, prova con la sua regia, a non prendere una posizione nei confronti degli eventi e delle reazioni dei personaggi, anche se in certi momenti è evidente la critica alla considerazione data alle donne in Iran e al modo in cui viene trattata Sara. La regista dimostra comunque molta bravura nel costruire un racconto che equilibra l’elemento sociale con un dramma molto personale che permette di portare sul grande schermo la rappresentazione di un’elaborazione del lutto legata alle conseguenze e alle pressioni subite da una donna in continua lotta con il mondo che la circonda.

Get the Hell Out, recensione – TIFF 20

Da Taiwan arriva una commedia a tinte horror ricca di azione e riferimenti alla cultura pop: Get the Hell Out diretto da I-Fan Wang e presentato al Toronto Film Festival 2020.
Il film ruota intorno al parlamento dove alcune delle sessioni finiscono, come riportato anche nelle notizie di cronaca, più volte in rissa. Yu-wei (Bruce Hung) lavora da molti anni nell’ambiente e recentemente si è trovato al centro di un acceso dibattito a causa della costruzione di un impianto chimico. L’incontro con l’opposizione rappresentata da Ying-ying (Megan Li) non va come sperato perché il padre della donna vive in un villaggio che verrebbe distrutto se il progetto venisse approvato. Una serie di eventi rovina la reputazione di Ying-ying e segna la vittoria del gruppo guidato dall’ex gangster, diventato primo ministro, Li (Wang Chung-huang). Yu-wei viene invece promosso e diventa un membro del parlamento. Poco dopo un misterioso virus si diffonde tra i politici e Yu-wei e Ying-ying devono collaborare per riuscire a sopravvivere.

Get the Hell Out non offre forse particolari elementi originali, ma la commedia horror riesce comunque a divertire e intrattenere con le sue situazioni sopra le righe, le interpretazioni a tratti esagerate e la grande quantità di sangue. Rimanendo un po’ sulla scia di cult del genere come quelli diretti da Edgar Wright, Get the Hell Out non esita a usare la satira politica in momenti iper violenti e surreali. Tra personaggi dipendenti dalla televisioni, idealisti e cinici, la narrazione prosegue con un montaggio rapido che non permette mai di dare spessore ai personaggi.
Per un pubblico internazionale, inoltre, i tanti riferimenti alla cultura popolare locale, con passaggi legati ai social media e a star della musica, potrebbero causare un po’ di confusione e limitare l’effetto comico delle battute.
L’elemento politico è invece affrontato in modo diretto e senza filtri trasformando i parlamentari in zombie che attaccano e uccidono, senza alcuna considerazione.
La regia di I-Fan Wang sa costruire dei momenti ben coreografati che trascinano gli spettatori verso un epilogo che, nonostante il divertimento, non lascia il segno pur soddisfando gli appasionati di b-movie folli e che sanno riflettere in qualche modo la società in cui sono ambientati.

Memory House, recensione – TIFF 20

João Paulo Miranda porta sul grande schermo con il suo Memory House le tensioni razziali esistenti in Brasile con un racconto evocativo e che merita una visione sul grande schermo per apprezzarne gli aspetti visivi suggestivi e la fotografia che enfatizza la bellezza degli spazi e dei paesaggi.

Il protagonista è Cristovam (Antônio Pitanga), un uomo di colore di origini indigene che, dopo essersi trasferito, lavora nel sud del Brasile come dipendente di una fabbrica. Dopo trenta anni la crisi economica gli fa però perdere la sua fonte di guadagno ed è quindi costretto a rifugiarsi in una casa in cui alcuni oggetti gli ricordano il proprio passato e le origini da cui si è, in un certo senso allontanato, rendendosi conto che nulla è cambiato nel tempo pur essendo trascorsi secoli. Cristovam deve infatti fare i conti con odio, razzismo e intolleranza da parte della sua comunità.

La poca esperienza di João Paulo Miranda Maria, di cui Memory House è il primo film di finzione, ha in parte ostacolato la buona riuscita del progetto. Gli elementi legati alla cultura e alla società brasiliana non sono sviluppati in modo cristallino e narrativamente coinvolgente, lasciando sille spalle di Pitanga il compito di sostenere un progetto significativo che nei suoi passaggi migliori sa costruire un ritratto drammatico e intenso di un uomo sempre ai margini, della vita e della sua comunità.

La splendida fotografia firmata da Benjamín Echazarreta contribuisce a infondere a Memory House un fascino che aiuta a colmare i passaggi a vuoto della sceneggiatura e i momenti meno comprensibili per chi non conosce il folklore e la storia brasiliana, essendoci un elemento legato al colonialismo che ha annientato molti aspetti della cultura delle comunità indigene.
Gli aspetti che danno spazio alle radici strappate e all’isolamento del protagonista rimangono poco sviluppati e il percorso che conduce all’atto finale non è dei più agevoli, considerando inoltre la presenza di personaggi secondari delineati a grandi linee e poco presenti.
La visione sul piccolo schermo, resa obbligata dalla versione digitale dell’edizione 2020 del Toronto Film Festival, non ha forse permesso la visione migliore di un’opera che fa di suggestioni e di rappresentazioni di luoghi e spazi le colonne portanti di un dramma umano ricco di potenziale rimasto in parte inespresso nel suo passaggio dalla sceneggiatura al grande schermo.

Spring Blossom, recensione – TIFF 20

Suzanne Lindon è regista, sceneggiatrice e interprete di Spring Blossom, film che aveva scritto quando aveva solo 15 anni e che e offre un interessante approccio alla storia di un incontro tra due persone di età ed esperienze diverse che, a vicenda, si aiutano a crescere e maturare.

La storia segue infatti una sedicenne, Suzanne, che è annoiata dalla vita, dalla scuola e dai suoi rapporti con la famiglia e gli amici. Tutto cambia quando incontra un attore, trentacinquenne, chiamato Raphael (Arnaud Valois), che sta preparandosi per uno spettacolo in cui interpreta un personaggio che nell’antica Grecia si innamora di un ragazzino. I due protagonisti scoprono, a sorpresa, di essere in grado di dare vita a un legame stimolante, nonostante la differenza di età. Suzanne si ritrova così sospesa tra l’età adulta e l’adolescenza, dovendo cercare di capire ciò che vuole veramente.

Lindon, essendo inoltre autrice dello script, sa sicuramente delineare una protagonista ricca di sfumature di cui è facile capire le motivazoni e le emozioni. La teenager al centro della trama incarna bene le paure, i desideri e i dubbi che una ragazza può affrontare negli anni che la conducono all’età adulta. La regista fa evolvere in modo convincente la relazione con Raphael, evitando con bravura molti stereotipi e possibili svolte già mostrate in altri lungometraggi.
La breve durata del film, tuttavia, affretta situazioni e smorza molte emozioni, rendendo più complicato rispetto al previsto provare empatia nei confronti di Suzanne. Le sequenze maggiormente “sognanti” e quasi in stile fiabesco, con movimenti coreografati e surreali, in alcuni momenti appaiono poi inseriti senza molta cura in un contesto prevalentemente realistico, tuttavia il risultato finale è un’opera piacevole e stimolante dal punto di vista intellettuale, obbligando lo spettatore a riflettere su ciò che rende la quotidianità entusiasmante e in grado di spingere a vivere la propria esistenza al massimo.

True Mothers, recensione – TIFF 20

Naomi Kawase ritorna alla regia con True Mothers per raccontare una storia al femminile che affronta il tema della maternità e dell’amore adattando il romanzo scritto nel 2015 da Mizuki Tsujimura.

La coppia composta da Kiyokazu (Arata Iura) e Hikari (Aju Makita) non riesce a concepire un figlio e decide quindi di affidarsi ai servizi di Baby Baton che mette in contatto future madri che, per vari motivi, non possono mantenere il neonato che stanno per dare alla luce. I coniugi crescono così Asato (Reo Sato), senza potersi attendere un ritorno in scena della madre biologica Hikari (Aju Makita).

La regista, nonostante la sua grande esperienza, non riesce a gestire nel modo migliore la presenza di varie dimensioni temporali che si intrecciano causando un po’ di confusione dal punto di vista narrativa e limitando di molto l’impatto emotivo degli eventi. True Mothers si concede il tempo di approfondire i vari tasselli della storia, ma la drammaticità della vita della giovane Hikari, rimasta incinta troppo presto e in una situazione davvero complicata da affrontare facendo i conti con una gravidanza.


Le interpretazioni del cast sono di buon livello e gli elementi emotivi sono costruiti con attenzione dalle protagoniste che cercano di far superare il limite causato da un montaggio privo di personalità che si limita a seguire gli eventi senza contribuire a sottolineare le scene più importanti.
Le tematiche dell’adozione e delle gravidanze affrontate quando si è ancora quasi delle bambine vengono inoltre diluite in un contesto caratterizzato da troppi elementi narrativi non del tutto necessari, ostacolando ulteriormente il coinvolgimento degli spettatori.
True Mothers diventa così un’opera dall’ottimo potenziale che viene però un po’ gettato al vento perdendo di vista gli elementi più rilevanti di un racconto che rimane purtroppo sulla superficie dell’idea di maternità e del legame tra genitori e figli.

Wildfire, recensione – TIFF 20

Due sorelle e una nazione, in ambedue i casi che cercano di superare i propri traumi e un passato complicato, sono alla base di Wildfire, il debutto alla regia di Cathy Brady che non riesce a superare del tutto i limiti della propria sceneggiatura pur potendo contare su due performance davvero intense da parte delle protagoniste.

Il film prende il via con il ritorno di Kelly (Nika McGuigan) a casa, in Nord Irlanda, prendendo alla sprovvista la sorella Lauren (Nora-Jane Noone). Le due giovani sono separate dal punto di vista anagrafico solo di un anno, ma non potrebbero essere più diverse. Lauren conduce una vita tradizionale e tranquilla, mentre Kelly ha sempre avuto più problemi. Il confronto tra le due farà emergere traumi e rimpianti.

La prematura scomparsa di Nika McGuigan a causa di un cancro rende la visione di Wildfire ancora più malinconica e suscita un po’ di dispiacere per l’occasione non colta del tutto pienamente dalla regista. Cathy Brady ha avuto l’ambiziosa idea di creare un parallelo tra la vita delle due protagoniste e la situazione del Nord Irlanda e questo elemento, evidente nell’inserimento di alcune scene slegate dalle semplice dinamiche esistenti in famiglia, non è del tutto gestito nel migliore dei modi all’interno di una narrazione che fatica inoltre nel sviluppare gli elementi drammatici. I contrasti tra le due sorelle sono fin troppo esasperati e privi di quelle sfumature che avrebbero potuto rendere le interpretazioni di Noora-Jane Noone e Nika McGuigan emotivamente più coinvolgenti e tematicamente rilevanti.
L’elemento del lutto subito dalle due sorelle, ovviamente collegato alla violenza avvenuta nell’area, viene ribadito più volte e declinato in modi differenti parlando dell’assenza del padre fin da quando erano bambine e dall’improvvisa scomparsa della madre ed entrambe le perdite sono rappresentate in modo purtroppo non approfondito. Più attenzione, invece, è stata data all’elemento legato alla salute mentale e dell’incapacità di trovare la propria identità e le proprie radici.

Cathy Brady dimostra comunque un buon talento nel saper intrecciare due dimensioni così complesse con una certa originalità, tuttavia l’inesperienza le impedisce di dare compattezza a una storia che appare fin troppo frammentata per tematiche ed emozioni. Wildfire dimostra il buon potenziale della regista e, nonostante il risultato non sia all’altezza delle aspettative, viene sostenuto da delle interpretazioni che sanno mettere al centro le emozioni di due sorelle la cui storia, seppure soltanto a tratti, riesce a emozionare.