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Beans, recensione – TIFF 20

La regista e sceneggiatrice Tracey Deer compie il suo esordio dietro la macchina da presa di un film di finzione con Beans, presentato al Toronto Film Festival 2020, con cui porta sul grande schermo una storia basata su fatti realmente accaduti negli anni Novanta in Quebec.

Al centro della trama c’è una ragazzina Mohawk chiamata Tekenthahkwa, soprannominata Beans (Kiawentiio), che vive con i genitori e la sorellina Ruby (Violah Beauvais) nella riserva di Kahnawà:ke, in Canada. Sua madre Lily (Rainbow Dickerson) spera che la sua bravura negli studi le permetta di ottenere l’iscrizione in un liceo prestigioso, mentre il padre Kania’tariio (Joel Montgrand) teme che la sua sensibilità la possa mettere troppo in difficoltà nel mondo ora che sta diventando adulta. La ragazzina non riesce più a distinguere ciò che vuole veramente da quello che spera di ottenere per soddisfare la madre e soffre in silenzio. Tutto cambia quando una protesta pacifica si trasforma in uno scontro armato dopo che le comunità delle riserve decidono di ribellarsi a un piano di espansione che trasformerebbe un’area sacra in un campo da golf. Durante quella che verrà successivamente conosciuta come Oka Crisis, Beans si avvicina ad April (Paulina Alexis), la ragazza più ribelle e determinata della sua comunità, entrando a far parte del suo gruppo e dando spazio al proprio lato meno accondiscendente e gentile. Intorno ai teenager, obbligati a crescere in fretta, scoppia invece la violenza e l’intolleranza, costringendo Beans a capire per cosa vuole lottare e cosa sogna veramente.

Tracey Deer, autrice anche della sceneggiatura, attinge alla sua esperienza personale per raccontare un passaggio all’età adulta segnato da un confronto duro con una società che considera i nativi americani terroristi e pericolosi dopo la loro decisione di difendere tradizioni e luoghi sacri. Il punto di vista di Beans sugli eventi, in particolare la drammatica sequenza del percorso compiuto in macchina con la madre e la sorella mentre venivano attaccate dai “nemici” del loro popolo, permette di capire la profonda frustrazione e sofferenza provata da chi è ancora troppo giovane per capire fino in fondo le dinamiche politiche e sociali e ormai abbastanza grande per rendersi conto della mancanza di rispetto e dell’intolleranza che la circonda. La giovane Kiawentiio interpreta molto bene le difficoltà affrontate dalla protagonista passando dalla voglia di compiacere la madre, e successivamente i suoi nuovi amici, alla rabbia cieca che la spinge a ribellarsi e ad aggredire. L’attrice gestisce bene i diversi rapporti del suo personaggio con gli altri protagonisti e sa interpretare i tumulti adolescenziali e le paure di Beans in modo credibile e realistico, sostenendo i passaggi più drammatici della storia e quelli maggiormente spensierati con bravura.
La regista e sceneggiatrice sembra aver sfruttato nel migliore dei modi le sue precedenti esperienze, in particolare quella nella produzione della serie Chiamatemi Anna, per costruire un racconto in cui ogni tassello della vita dei più giovani trova il proprio posto senza mettere in secondo piano dei lati della vita quotidiana della protagonista.
L’utilizzo del materiale d’archivio legato alla crisi avvenuta negli anni ’90 non sempre si fonde bene con il resto del film, ma Beans riesce comunque a gestire in modo piuttosto efficace la dimensione collettiva, ripercorrendo degli eventi che risultano particolarmente attuali nel contesto sociale contemporaneo, e quella personale regalando un racconto semplice e, proprio per questo, emozionante e coinvolgente.

180° Rule, recensione – TIFF 20

Farnoosh Samadi fa il suo esordio alla regia con 180° Rule, presentato al Toronto Film Festival 2020, un progetto che unisce al dramma personale di una coppia il ritratto di una società, quella iraniana, che rende ancora complicato per le donne vivere liberamente senza dover fare i conti con le imposizioni degli uomini.

Al centro della trama c’è Sara, un’intensa Sahar Dolatshahi, che ha un rapporto complicato con il suo marito Hamed (Pejman Jamshidi), avendo forse solo in comune il loro amore per la figlia Raha. Sara vorrebbe andare a un matrimonio in famiglia, ma il marito si oppone all’idea che compia un lungo viaggio in macchina, anche perché la piccola ha da poco superato una brutta influenza. Quando Hamed parte per un viaggio di lavoro, Sara decide di partire lo stesso portando Raha, mentendogli. Quando accade una tragedia la rete di menzogne diventerà ancora più complessa e dalle conseguenze devastanti.

Nonostante una sceneggiatura che non dà lo spazio adeguato ad alcuni passaggi della narrazione, in particolare per quanto riguarda l’epilogo, 180° Rule sfrutta nel migliore dei modi l’interpretazione di Dolatshahi che sa sottolineare ogni emozione in modo convincente e realistico. L’attrice riesce a costruire un personaggio complesso e che prende delle decisioni anche discutibili, riuscendo comunque a non perdere l’empatia degli spettatori che riescono a comprendere la sofferenza e gli effetti del trauma.
Il personaggio di Hamed è invece, purtroppo, delineato maggiormente a grandi linee e senza particolari sfumature.

Samadi, prova con la sua regia, a non prendere una posizione nei confronti degli eventi e delle reazioni dei personaggi, anche se in certi momenti è evidente la critica alla considerazione data alle donne in Iran e al modo in cui viene trattata Sara. La regista dimostra comunque molta bravura nel costruire un racconto che equilibra l’elemento sociale con un dramma molto personale che permette di portare sul grande schermo la rappresentazione di un’elaborazione del lutto legata alle conseguenze e alle pressioni subite da una donna in continua lotta con il mondo che la circonda.

Get the Hell Out, recensione – TIFF 20

Da Taiwan arriva una commedia a tinte horror ricca di azione e riferimenti alla cultura pop: Get the Hell Out diretto da I-Fan Wang e presentato al Toronto Film Festival 2020.
Il film ruota intorno al parlamento dove alcune delle sessioni finiscono, come riportato anche nelle notizie di cronaca, più volte in rissa. Yu-wei (Bruce Hung) lavora da molti anni nell’ambiente e recentemente si è trovato al centro di un acceso dibattito a causa della costruzione di un impianto chimico. L’incontro con l’opposizione rappresentata da Ying-ying (Megan Li) non va come sperato perché il padre della donna vive in un villaggio che verrebbe distrutto se il progetto venisse approvato. Una serie di eventi rovina la reputazione di Ying-ying e segna la vittoria del gruppo guidato dall’ex gangster, diventato primo ministro, Li (Wang Chung-huang). Yu-wei viene invece promosso e diventa un membro del parlamento. Poco dopo un misterioso virus si diffonde tra i politici e Yu-wei e Ying-ying devono collaborare per riuscire a sopravvivere.

Get the Hell Out non offre forse particolari elementi originali, ma la commedia horror riesce comunque a divertire e intrattenere con le sue situazioni sopra le righe, le interpretazioni a tratti esagerate e la grande quantità di sangue. Rimanendo un po’ sulla scia di cult del genere come quelli diretti da Edgar Wright, Get the Hell Out non esita a usare la satira politica in momenti iper violenti e surreali. Tra personaggi dipendenti dalla televisioni, idealisti e cinici, la narrazione prosegue con un montaggio rapido che non permette mai di dare spessore ai personaggi.
Per un pubblico internazionale, inoltre, i tanti riferimenti alla cultura popolare locale, con passaggi legati ai social media e a star della musica, potrebbero causare un po’ di confusione e limitare l’effetto comico delle battute.
L’elemento politico è invece affrontato in modo diretto e senza filtri trasformando i parlamentari in zombie che attaccano e uccidono, senza alcuna considerazione.
La regia di I-Fan Wang sa costruire dei momenti ben coreografati che trascinano gli spettatori verso un epilogo che, nonostante il divertimento, non lascia il segno pur soddisfando gli appasionati di b-movie folli e che sanno riflettere in qualche modo la società in cui sono ambientati.

Memory House, recensione – TIFF 20

João Paulo Miranda porta sul grande schermo con il suo Memory House le tensioni razziali esistenti in Brasile con un racconto evocativo e che merita una visione sul grande schermo per apprezzarne gli aspetti visivi suggestivi e la fotografia che enfatizza la bellezza degli spazi e dei paesaggi.

Il protagonista è Cristovam (Antônio Pitanga), un uomo di colore di origini indigene che, dopo essersi trasferito, lavora nel sud del Brasile come dipendente di una fabbrica. Dopo trenta anni la crisi economica gli fa però perdere la sua fonte di guadagno ed è quindi costretto a rifugiarsi in una casa in cui alcuni oggetti gli ricordano il proprio passato e le origini da cui si è, in un certo senso allontanato, rendendosi conto che nulla è cambiato nel tempo pur essendo trascorsi secoli. Cristovam deve infatti fare i conti con odio, razzismo e intolleranza da parte della sua comunità.

La poca esperienza di João Paulo Miranda Maria, di cui Memory House è il primo film di finzione, ha in parte ostacolato la buona riuscita del progetto. Gli elementi legati alla cultura e alla società brasiliana non sono sviluppati in modo cristallino e narrativamente coinvolgente, lasciando sille spalle di Pitanga il compito di sostenere un progetto significativo che nei suoi passaggi migliori sa costruire un ritratto drammatico e intenso di un uomo sempre ai margini, della vita e della sua comunità.

La splendida fotografia firmata da Benjamín Echazarreta contribuisce a infondere a Memory House un fascino che aiuta a colmare i passaggi a vuoto della sceneggiatura e i momenti meno comprensibili per chi non conosce il folklore e la storia brasiliana, essendoci un elemento legato al colonialismo che ha annientato molti aspetti della cultura delle comunità indigene.
Gli aspetti che danno spazio alle radici strappate e all’isolamento del protagonista rimangono poco sviluppati e il percorso che conduce all’atto finale non è dei più agevoli, considerando inoltre la presenza di personaggi secondari delineati a grandi linee e poco presenti.
La visione sul piccolo schermo, resa obbligata dalla versione digitale dell’edizione 2020 del Toronto Film Festival, non ha forse permesso la visione migliore di un’opera che fa di suggestioni e di rappresentazioni di luoghi e spazi le colonne portanti di un dramma umano ricco di potenziale rimasto in parte inespresso nel suo passaggio dalla sceneggiatura al grande schermo.

Spring Blossom, recensione – TIFF 20

Suzanne Lindon è regista, sceneggiatrice e interprete di Spring Blossom, film che aveva scritto quando aveva solo 15 anni e che e offre un interessante approccio alla storia di un incontro tra due persone di età ed esperienze diverse che, a vicenda, si aiutano a crescere e maturare.

La storia segue infatti una sedicenne, Suzanne, che è annoiata dalla vita, dalla scuola e dai suoi rapporti con la famiglia e gli amici. Tutto cambia quando incontra un attore, trentacinquenne, chiamato Raphael (Arnaud Valois), che sta preparandosi per uno spettacolo in cui interpreta un personaggio che nell’antica Grecia si innamora di un ragazzino. I due protagonisti scoprono, a sorpresa, di essere in grado di dare vita a un legame stimolante, nonostante la differenza di età. Suzanne si ritrova così sospesa tra l’età adulta e l’adolescenza, dovendo cercare di capire ciò che vuole veramente.

Lindon, essendo inoltre autrice dello script, sa sicuramente delineare una protagonista ricca di sfumature di cui è facile capire le motivazoni e le emozioni. La teenager al centro della trama incarna bene le paure, i desideri e i dubbi che una ragazza può affrontare negli anni che la conducono all’età adulta. La regista fa evolvere in modo convincente la relazione con Raphael, evitando con bravura molti stereotipi e possibili svolte già mostrate in altri lungometraggi.
La breve durata del film, tuttavia, affretta situazioni e smorza molte emozioni, rendendo più complicato rispetto al previsto provare empatia nei confronti di Suzanne. Le sequenze maggiormente “sognanti” e quasi in stile fiabesco, con movimenti coreografati e surreali, in alcuni momenti appaiono poi inseriti senza molta cura in un contesto prevalentemente realistico, tuttavia il risultato finale è un’opera piacevole e stimolante dal punto di vista intellettuale, obbligando lo spettatore a riflettere su ciò che rende la quotidianità entusiasmante e in grado di spingere a vivere la propria esistenza al massimo.