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Call Jane – Recensione – Sundance 2022

Phyllis Nagy, dopo aver firmato la sceneggiatura di Carol, ritorna dietro la macchina da presa con Call Jane, film ispirato alle attività del gruppo Jane Collective che, negli anni ’60 e ’70, ha aiutato le donne in difficoltà offrendo la possibilità di abortire in modo sicuro in un periodo in cui l’interruzione di gravidanza era ancora quasi del tutto illegale.

Per avvicinare gli spettatori a questa drammatica situazione sullo schermo si racconta la storia di Joy (Elizabeth Banks), moglie di avvocato e già madre, che si ritrova inaspettatamente alle prese con una gravidanza che mette seriamente a rischio la sua salute, scoprendo che non ha alcuna voce in capitolo sull’eventuale decisione di abortire. Dopo la drammatica scoperta, mostrata con un’efficace sequenza in cui la donna e suo marito si confrontano con il team di medici (ovviamente completamente formato da uomini) che devono decidere se ci sono gli estremi per intervenire, rendendosi conto che nessuno chiede la sua opinione o indaga sui suoi desideri e problemi, Joy scopre una realtà fatta da incidenti casalinghi compiuti appositamente per obbligare lo staff medico a compiere l’aborto, presunte soluzioni e attività illegali che mettono a rischio la vita delle donne. A cambiare tutto sarà la scoperta dell’esistenza dell’organizzazione che interviene per aiutare chi è in difficoltà offrendo una procedura sicura, assistenza psicologica e sostegno. Joy, dopo aver provato in prima persona l’ingiustizia causata dalle leggi in vigore, prenderà quindi in mano la sua vita impegnandosi attivamente per aiutare chi si trova nella sua stessa situazione.

Il film Call Jane è particolarmente efficace nel ricreare l’atmosfera degli anni in cui si svolge la storia e propone dei ritratti femminili, in particolare quello di Joy interpretata con convinzione e trasporto da Elizabeth Banks, mai unidimensionali. L’evoluzione della protagonista, accompagnata da una colonna sonora che comprende anche dei brani dei Velvet Underground e da citazioni di opere cinematografiche e letterarie come Vertigo, è ben costruita per rendere credibile come la mite casalinga e madre di una quindicenne sia pronta a mentire e rischiare problemi con la legge, lottando per ciò in cui crede. La sceneggiatura di Hayley Shore e Roshan Sethi delinea inoltre con bravura la figura dell’attivista Virginia (Sigourney Weaver), la carismatica leader dell’organizzazione che sa gestire l’attività clandestina e offrire al tempo stesso sostegno emotivo alle donne che si affidano ai suoi servizi. I dialoghi tra i membri della Jane Collective spaziano dal divertimento alle riflessioni sulle tematiche razziali e politiche, e rappresentano uno degli elementi più riusciti del lungometraggio.
I personaggi maschili, dall’avvocato dal buon cuore Will (Chris Messina) all’opportunista Dean (Cory Michael Smith) che compie la procedura clandestina più per soldi che per ideologia, non sono sviluppati nel migliore dei modi pur potendo contare su interpreti che riescono a infondere sfumature e profondità anche a scene fin sviluppate fin troppo a grandi linee. Deludono, inoltre, più del dovuto le presenze di Lana (Kate Mara), che rimane molto in ombra e incarna un po’ troppi stereotipi, e Charlotte di cui non si approfondisce mai realmente la rabbia adolescenziale o i dubbi personali che la portano a compiere anche duri giudizi.

La regista sa però trovare in Call Jane un buon equilibrio tra dramma e leggerezza, non edulcorando mai le paure e i rischi vissuti dalle donne durante un momento così personale come quello di un’interruzione di gravidanza. Il film ha inoltre il merito di ricordare tutte le possibili motivazioni che possono portare una donna a prendere una scelta, mai facile, che ha un impatto così importante sulla propria vita.
Call Jane non è privo di difetti, ma la bravura della regista e delle interpreti portano a superare i punti deboli trasmettendo con forza e convinzione il messaggio alla base del progetto e spingendo a riflettere sui diritti delle donne.

Resurrection – Recensione – Sundance 2022

Rebecca Hall regala uno dei monologhi più intensi, disturbanti e memorabili degli ultimi anni nel film Resurrection, un interessante thriller psicologico che sfocia in atmosfere horror presentato al Sundance 2022 e destinato a far parlare di sé a lungo.

Al centro della trama c’è Margaret (Hall), che lavora per un’azienda farmaceutica e sembra particolarmente controllata e leggermente ansiosa nei confronti di quello che potrebbe accadere alla figlia diciottenne (Grace Kaufman). Margaret si occupa da sola dell’adolescente e ha una relazione con un uomo sposato (Michael Esper). La vita della donna scivola però nel panico e nella paranoia quando nota un uomo misterioso (Tim Roth), legato al suo passato.
Successivamente si scoprirà, con un monologo straziante e incredibilmente intenso, che si tratta di David, con cui ha avuto una relazione 22 anni prima e l’ha sottoposta a abusi mentali ed emotivi, oltre a essere legato alla morte del loro figlio, Benjamin. Margaret è riuscita a fuggire e rifarsi una vita, tuttavia la sua semplice apparizione la fa scivolare in un vortice di ansie e paure, mentre chi è intorno a lei inizia a preoccuparsi seriamente della sua situazione, fino a quando una rivelazione la spinge a prendere una decisione drammatica.

L’interpretazione di Rebecca Hall sostiene con efficacia una narrazione che, affidata a un’interprete meno esperta ed espressiva, avrebbe potuto scivolare persino nel ridicolo. La protagonista, invece, rende credibile ogni passaggio della storia, anche i più surreali, e l’evoluzione del personaggio, dando vita a un crescendo ben gestito dal regista Andrew Semans. Il filmmaker ha inoltre sfruttato con intelligenza la fotografia rarefatta e fredda, che amplifica ancora di più l’effetto drammatico, firmata da Wyatt Garfield e una colonna sonora firmata da Jim Williams mai invadente e ben calibrata sugli eventi portati sullo schermo.
La sceneggiatura di Semans delinea inoltre con attenzione la presenza di David, rendendo credibile la sua capacità di manipolare, la crudeltà che contraddistingue il rapporto con Margaret e il contrasto tra l’esteriorità mite e un’interiorità da sociopatico. Tim Roth appare la scelta perfetta per una parte così cruciale per la buona riuscita del progetto e le scene che lo vedono protagonista rendono credibile l’idea che una donna possa diventarne vittima e rischi di essere annientata mentalmente da una presenza così dominante nella sua vita.
L’ultimo atto della storia sembra destinato a dividere gli spettatori, tuttavia è sostenuto da una struttura narrativa ricca di sfumature che rendono Resurrection un thriller davvero riuscito sulle conseguenze di un trauma, sui danni di una relazione tossica, e sulla capacità di trovare la forza di rialzarsi e iniziare un nuovo capitolo della propria vita.

Dual – Recensione – Sundance 2022

Karen Gillan, la star di Guardiani della Galassia e Doctor Who, si mette alla prova con un doppio ruolo in Dual, film presentato al Sundance Film Festival 2022.
Il lungometraggio diretto da Riley Stearns propone un affascinante insieme di riflessioni morali e pessimismo, faticando però a delineare la sua protagonista.

Al centro della trama c’è la giovane Sarah che sembra avere un’esistenza monotona e priva di momenti significativi, discutendo con la madre e mantenendo una relazione a distanza con il fidanzato Peter (Beulah Koale).
Quando la ragazza scopre di avere una malattia in stato terminale si ritrova di fronte a una possibilità concessa solo a chi sta per perdere la vita: creare un clone di se stessa per alleviare il dolore delle persone amate, in modo che prenda il suo posto.
La nuova versione di Sarah, tuttavia, sembra una versione migliorata dell’originale e riesce a ottenere l’approvazione di Peter e della madre di Sarah (Maija Paunio). Dopo aver scoperto di essere guarita, Sarah è costretta a dover prepararsi a un duello mortale perché solo una di loro potrà restare in vita. Mentre tutte le persone amate le voltano le spalle facendo il tifo per la “copia”, Sarah assume un allenatore (Aaron Paul) per aiutarla a prepararsi al combattimento.

Karen Gillan è molto brava nel gestire il doppio ruolo che le è stato affidato e rende le interazioni tra le due Sarah particolarmente significative e, in certi momenti, persino strazianti mentre si avvicina la resa dei conti finale. L’attrice non ha però a disposizione una sceneggiatura in grado di seguire il cambiamento della protagonista in modo realistico e con le giuste sfumature, lasciando fin troppo spazio alla sua apatia e non chiarendo le motivazioni alla base della totale mancanza di empatia nei suoi confronti da parte del fidanzato e della madre.


La sequenza iniziale di Dual, in cui si assiste a uno dei duelli mortali, sembrava gettare le basi per una rappresentazione ben più cupa e ricca di sfumature delle questioni etiche e morali che emergono quando ci si ritrova a dover combattere contro “se stessi” pur di rimanere in vita. Il film di Riley Stearns fatica nella prima parte della narrazione e sembra trovare forza dal punto di vista dell’approfondimento psicologico dei personaggi dal momento in cui entra in scena l’allenatore affidato ad Aaron Paul. La narrazione, tuttavia, non riesce a sviluppare in modo coerente i vari tasselli che compongono la storia e il finale appare fin troppo affrettato e sostenuto in modo molto debole dagli eventi precedenti.
A livello delle tematiche portate sullo schermo Dual risulta un film molto ambizioso e, nonostante un risultato non all’altezza delle aspettative, comunque stimolante e in grado di mantenere alta l’attenzione.
L’atmosfera creata grazie alla fotografia di Michael Ragen, che crea una realtà quasi sospesa che appare in più momenti quasi offuscata e avvolta da una nebbia, e alla musica composta da Emma Ruth Rundle è inoltre molto suggestiva ed efficace nel trasportare gli spettatori in una società che ha moltissimi punti in comune con la realtà, tra l’attenzione per la violenza e i drammi e l’incapacità di sostenere i cittadini nei momenti difficili.

Dual, tra cupa ironia e momenti sopra le righe, riesce persino a strappare qualche risata, ma dispiace veder sprecato il reale potenziale della storia e la bravura degli attori con una narrazione che, in più momenti, sembra non avere le idee chiare sulla direzione da prendere.

Cha cha real smooth – Recensione – Sundance 2022

Ci sono film imperfetti che riescono, nonostante i loro difetti, a conquistare il cuore degli spettatori e diventare una di quelle opere che si ritorna a guardare più volte nella vita, ottenendo ogni volta lo stesso senso di calore e gioia. Cha Cha Real Smooth fa parte di questa categoria e, dopo la presentazione al Sundance Film Festival 2022, sarà interessante scoprire l’accoglienza che verrà riservata al progetto scritto, diretto e interpretato da Cooper Raiff con una distribuzione a livello internazionale.

Al centro della trama c’è il romantico e ingenuo, persino un po’ immaturo, Andrew (Raiff) che, dopo aver finito i suoi studi universitari si ritrova a tornare a vivere a casa della madre (Leslie Mann), dormendo sul pavimento nella stanza del fratello minore David (Evan Assante), e non risparmiando battute sarcastiche al patrigno Greg (Brad Garrett). Il giovane, che sperava di trovare un lavoro e raggiungere la ragazza che ama a Barcellona, si è invece alle prese con un deludente lavoro in un fast food. A dare una svolta alla sua vita è la scelta di accompagnare David a un Bar Mitzvah dove fa la conoscenza di Domino Dakota Johnson) e di sua figlia, affetta da autismo, Lola (Vanessa Burghardt). La simpatia e la sensibilità di Andrew riescono a conquistare l’attenzione della giovane, che viene emarginata e persino bullizzata dai suoi compagni di scuola, e della madre, oltre a fargli ottenere un lavoro part time come animatore proprio ai Bar Mitzvah dei compagni di scuola del fratello. L’incontro tra Domino, che è fidanzata con Joseph (Raul Castillo), porterà il protagonista a compiere un percorso personale in grado di farlo maturare e iniziare a capire cosa vuole realmente nella sua vita.

Raiff crea con il personaggio di Andrew un personaggio quasi in stile Charlie Brown: sfortunato in amore e nella vita, dall’onestà disarmante, a suo agio più con i ragazzi dell’età del fratello (come sottolinea in modo esilarante una scena nella parte finale del film che lo ritrae in macchina sul sedile posteriore tra i bambini), ancora incerto su cosa vuole nella vita e adorabilmente imperfetto. Il filmmaker è una vera e propria rivelazione in Cha Cha Real Smooth grazie alla sua capacità di creare un feeling realistico ed emozionante con tutti gli altri membri del cast. Cooper accanto a Dakota Johnson crea un misto di attrazione e amore platonico che rende ogni interazione tra i due magnetica e all’insegna di un sentimento dal destino apparentemente segnato fin dall’inizio, mentre con Vanessa Burghardt ed Evan Assante diventa un amico confidente che non tratta quasi mai con superiorità i ragazzini, nonostante la loro giovane età. Le scene con Leslie Mann, inoltre, sono particolarmente ben scritte e interpretate, rendendo credibile il rapporto madre-figlio, e nelle scene in cui è insieme ai coetanei il protagonista incarna tutte le incertezze di una generazione che sogna di cambiare il mondo, ma è bloccata in una realtà insoddisfacente che delude tutte le loro aspettative.

Il personaggio di Andrew, che sostiene l’intera narrazione, è stato scritto in modo davvero brillante e intelligente grazie all’equilibrio tra pregi e difetti. Gli spettatori non si trovano così di fronte a un principe azzurro pronto a difendere i più deboli dall’alto di una sua superiorità fisica e morale, ma un ragazzo normale che perde la pazienza quando ha una giornata storta, beve troppo, non è nemmeno particolarmente bravo a letto, ma è un amico vero, fedele, leale e con un animo romantico che gli permette di provare empatia ed entrare in sintonia con il prossimo.
Dakota Johnson, dopo The Lost Daughter, torna a interpretare una madre e riesce a delineare una giovane donna vulnerabile e alle prese con incertezze e dubbi. Le scene in cui Domino si confida con Andrew fanno emergere con piccoli sguardi e silenzi tutti i dubbi di una persona diventata madre molto presto e che da tempo sta affrontando responsabilità e l’ansia di essere abbandonata e affrontare nuovamente da sola gli ostacoli quotidiania.

Cha cha real smooth si allontana dagli stereotipi e le strade già percorse dalle commedie romantiche per offrire un approccio più realistico, e per questo così emozionante, al significato dell’amore nelle varie fasi della vita, sulle conseguenze delle scelte che compiamo ogni giorno e sull’importanza della resilienza e della forza d’animo che ci spinge ad andare avanti anche nei momenti difficili. La riflessione sul concetto dell’anima gemella, il passaggio da un’idea di amore totalmente ideale e simile alle favole a quello reale, e per questo imperfetto, e un epilogo senza sbavature impongono all’attenzione il talento di Cooper Raiff, un nome sicuramente da tenere d’occhio nei prossimi anni.

Il film si concede il tempo di far compiere a tutti i protagonisti un’evoluzione naturale e mai forzata, contraddistinta da un passo in avanti e tanti indietro, facendo ridere, commuovere e riflettere senza mai risultare stucchevole, prevedibile o banale.
La sceneggiatura ha più di un punto debole, in particolare nella gestione della figura materna e dei suoi problemi, ma il risultato è una storia semplice e al tempo stesso unica, impreziosita da una colonna sonora accativante e da tanti momenti di leggerezza che rendono la visione davvero piacevole e scorrevole, elementi che rendono Cha cha real smooth un’opera destinata a entrare di diritto nella lista dei titoli da non perdere in questo 2022.

Watcher – Recensione – Sundance 2022

Watcher, nonostante un budget non particolarmente elevato e una colonna sonora a tratti invadente, propone un thriller che riesce nel suo scopo di mantenere alta la tensione dall’inizio alla fine.

Chloe Okuno compie il suo esordio alla regia firmando una storia dall’atmosfera quasi claustrofobica nel seguire la giovane Julie (Maika Monroe) dopo il suo arrivo in Romania insieme all’amato Francis (Karl Glusman) ce ha accettato un nuovo lavoro.
La ragazza non conosce la città, la lingua e non ha alcuna amicizia a Bucarest. Il senso di solitudine si trasforma in crescente angoscia quando la ragazza inizia a pensare di essere continuamente osservata e seguita da un uomo che vive nell’edificio di fronte al suo. Francis, inizialmente, tiene seriamente in considerazione la sua preoccupazione per poi convincersi che si tratti solo del frutto della sua immaginazione. Julie cerca però di chiarire quanto sta accadendo seguendo il suo presunto stalker, e convidandosi con la sua vicina Irina (Madalina Anea), l’unica che continua a crederle e non pensa sia influenzata dalle notizie riguardanti un serial killer che sta uccidendo le donne in città.

La fotografia firmata da Benjamin Kirk Nielsen costruisce un’atmosfera fredda e rarefatta che sostiene bene l’alone di mistero che circonda la storia della protagonista, mantenendo il dubbio riguardante la possibilità che si tratti di paranoia o che ci sia qualcosa di vero nelle sue paure.
La sceneggiatura firmata da Zack Ford prosegue senza tentennamenti nel suo alternare l’idea di osservatore e oggetto dell’ossessione altrui, sfruttando lo sguardo di Maika Monroe che fa emergere nel suo sguardo la sua angoscia e al tempo stesso determinazione.
Senza particolari sorprese, ma giocando bene le sue carte, Watcher propone un thriller che soddisfa gli appassionati del genere sfruttando l’idea di isolamento e solitudine che vive la protagonista.

Good Luck To You, Leo Grande – Recensione – Sundance 2022

Emma Thompson regala con Good Luck to You, Leo Grande una delle migliori interpretazioni della sua carriera portando sugli schermi un personaggio femminile attuale e necessario nel panorama cinematografico.
La sceneggiatura firmata da Katy Brand conquista e sembra fin dall’inizio quasi un’opera teatrale in grado di usare i dialoghi per raccontare una storia al femminile all’insegna della scoperta di se stessa e della propria sessualità.
L’attrice ha infatti la parte di un’insegnante rimasta vedova, che si fa chiamare Nancy Stokes, che decide di assumere un escort, Leo Grande (Daryl McCormack), per avere per la prima volta nella sua vita un orgasmo.

Il film diretto da Sophie Hyde è costruito proponendo i vari incontri tra i due, passando da insicurezze a imbarazzi alla progressiva conoscenza che li porta ad aprirsi e confrontarsi sui propri desideri e sulle esperienze di vita. Nancy affronta sensi di colpa, la quasi inesistente autostima nel guardarsi allo specchio e la consapevolezza di non avere quasi nessuna esperienza dal punto di vista sessuale. Leo, invece, assume quasi un ruolo da terapista, stabilendo però delle regole ben precise per quanto riguarda le sue interazioni con la cliente. I dialoghi, scritti in modo brillante e realistico, sostengono l’evolversi del rapporto tra Leo e Nancy che non appare mai forzato e nemmeno stereotipato, allontanandosi da ogni possibile rappresentazione all’insegna della frustrazione o dello sfruttamento.

Il feeling che si stablisce tra Thompson e McCormack appare perfetto per reggere la narrazione che alterna seduzione, fragilità e scoperta di se stessa e del potere del piacere nel trovare il giusto equilibrio nella propria vita. L’atto finale del film, con un significativo confronto con un’ex studentessa, avrebbe forse bisogno di un passaggio intermedio per giustificare la scelta di Leo di confrontarsi nuovamente con Nancy, tuttavia il grande talento di Emma Thompson e la bravura della regista non fanno scivolare mai le situazioni nel cattivo gusto o nella prevedibilità, confezionando una storia di maturazione e crescita personale che non si rivolge solo a un pubblico femminile e di mezza età, proponendo riflessioni e situazioni universali.

Fresh – Recensione – Sundance 2022

Fiabe come Hansel e Gretel e Pollicino, senza dimenticare il lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, fin dall’infanzia hanno introdotto nella mente dei bambini l’idea dell’orco, del lupo cattivo pronto a mangiare l’innocente di turno. Fresh, l’opera prima della regista Mimi Cave, ne propone ora una versione riveduta e aggiornata al femminile delineando una lotta per la sopravvivenza contro una presenza maschile all’insegna della manipolazione e che porta all’estremo il concetto di donna oggetto.

Il film inizia come una classica commedia romantica: Noa (Daisy Edgar-Jones) è alle prese con appuntamenti deludenti e relazioni destinate a concludersi ancora prima di iniziare. A cambiare la situazione è l’incontro fortuito in un supermercato con Steve (Sebastian Stan), un chirurgo plastico che la conquista con il suo umorismo, attenzioni e capacità di farla sentire a proprio agio. La sua migliore amica Mollie (Jojo T. Gibbs) pensa che ci sia qualcosa di strano in quell’uomo apparentemente perfetto, ma questo non frena Noa davanti alla possibilità di trascorrere con lui un weekend romantico in mezzo alla natura senza poter sapere l’orrore che dovrà affrontare.
La sceneggiatura di Lauryn Kahn costruisce bene il cambio di registro e la regia di Cave è davvero attenta ed efficace nella sua costruzioni di immagini disturbanti e dallo stile affascinante, quasi ipnotizzante in certi passaggi. Il punto debole dell’opera è tuttavia nel modo in cui i vari atti si svolgono con un ritmo e una veridicità poco costanti, arrivando a un epilogo affrettato dopo un costruzione narrativa ben cadenzata e che si concede il tempo giusto per dare sostanza ai personaggi principali.

A essere promossi a pieni voti sono però i due protagonisti di Fresh. La rivelazione di Normal People Daisy Edgar-Jones riesce a dare intensità e credibilità alla disperazione e alla resilienza, anche nei momenti più difficili, di Noa. L’evoluzione da giovane un po’ ingenua a manipolatrice alla pari del suo carnefice è ben costruita e gestita dall’attrice che infonde in egual misura vulnerabilità e forza al suo personaggio. Sebastian Stan si conferma poi come uno degli attori più coraggiosi della sua generazione mettendosi alla prova, dopo la parte di Tommy Lee nella serie Pam & Tommy in arrivo a febbraio, con una parte estrema che riesce a mantenere “umana” nonostante la sua mostruosità e mancanza di morale. La preparazione dell’attore è evidente nei gesti e nelle piccole sfumature che rendono Steve uno psicopatico carismatico e totalmente convinto di essere “normale”.
I personaggi secondari, dalla migliore amica alla moglie del protagonista, avrebbero forse avuto bisogno di maggior spazio per risultare essenziali e utili alla narrazione, tuttavia il lungometraggio riesce a catturare l’attenzione con il suo portare all’estremo una società in cui le donne fanno ancora i conti con uomini che le considerano inferiori e da sfruttare a proprio piacimento, quasi fossero di loro proprietà.
Pur non essendo del tutto memorabile, Fresh farà sicuramente parlare per le performance del suo cast, per il talento della regista e per un racconto provocatorio e in più momenti destinato a un pubblico dallo stomaco forte.

Summering – Recensione – Sundance 2022

James Ponsoldt, autore di opere interessanti come The Spectacular Now e la serie Sorry for your Loss, firma con Summering un racconto leggero e che porta sullo schermo l’avventura estiva di un gruppo di ragazzine che stanno per addentrarsi nell’adolescenza, consapevoli che un periodo importante della loro vita sta per concludersi. Dopo il flop di The circle, il filmmaker firma così una storia semplice, forse fin troppo, che regala comunque qualche sorriso e delle ottime interpretazioni da parte del cast di tutte le età.


Dina, Lola, Daisy, e Mari (Lia Barnett, Madalen Mills, Eden Grace Redfield, e Sanai Victoria ) stanno vivendo insieme gli ultimi giorni dell’estate prima di iniziare la scuola media e, mentre cercano di godersi gli ultimi momenti di libertà, si imbattono inaspettatamente in un cadavere di uno sconosciuto. Temendo di essere costrette a trascorrere le ultime giornate estive rispondendo alle domande dei poliziotti e sotto osservazione da parte delle loro madri che potrebbero pensare che siano traumatizzate, le protagoniste decidono di non dire nulla e indagare sull’identità dell’uomo, provando anche a capire cosa gli è accaduto. La loro indagine, tuttavia, le porterà a capire qualcosa in più su se stesse e avvicinerà inaspettatamente le loro madri, arrivando a un epilogo che farà emergere i loro desideri nascosti e celebrerà la loro forza interiore.

Impossibile non pensare a Stand by Me, paragone comunque troppo penalizzante nei confronti dell’opera, durante la visione di Summering che, con un elemento sovrannaturale non del tutto giustificato e alcune sequenze “magiche”, trova la sua forza nelle interazioni tra madri e figlie e tra le ragazzine. Le giovanissime interpreti sono davvero brave e convincenti e Lia Barnett, in particolare, si distingue con un’espressività e una maturità che vanno oltre la sua età anagrafica nelle scene in cui Daisy affronta i problemi in famiglia. Le sue colleghe sono però altrettanto convincenti e naturali, non risultando mai sopra le righe nelle loro reazioni ed espressioni. Ad affiancarle nel ruolo delle madri ci sono Megan Mullally, che suscita la voglia di scoprire qualche dettaglio in più sul suo personaggio grazie alla gran quantità di sfumature che riesce a infondere in una presenza piuttosto limitata sullo schermo, Lake Bell che propone un mix di austerità e sensibilità, Sarah Cooper e Ashley Madekwe, altrettanto brave nel relazionarsi con le rispettive “figlie”.


Il film non faticherà a conquistare gli spettatori più giovani e le famiglie grazie al realismo con cui tratteggia i dubbi e le ansie che contraddistinguono i primi passi verso l’età adulta, suscitando al tempo stesso un po’ di nostalgia per la spensieratezza vissuta nell’infanzia. Ponsoldt sembra essere riuscito a sfruttare al meglio una sceneggiatura, firmata da Benjamin Percy, che in più momenti perdi di vista i propri obiettivi introducendo elementi e situazioni non essenziali alla narrazione, e Summering risulta una visione davvero piacevole che sfiora le corde dell’anima degli spettatori, senza lasciare però realmente il segno.

892 – Recensione – Sundance 2022

John Boyega dimostra una grande maturità con la sua interpretazione nel film 892, ispirato alla storia vera di Brian Brown-Easley.
Abi Damaris Corbin, che ha firmato la sceneggiatura insime a Kwame Kwei-Armah, ha attinto all’articolo di Aaron Gell They Didn’t Have to Kill Him per raccontare una storia di disperazione e mancanza di sostegno da parte delle autorità.
Al centro della trama c’è un ex marine che si è visto negare il suo assegno di disabilità mensile, che ammonta ai 892 dollari che danno titolo al progetto, e si ritrova alle prese con frustrazione, rabbia e angoscia nel pensare al futuro della figlia.
Brian decide quindi di entrare in una banca e cercare di ottenere l’attenzione dei media avvicinandosi a una cassiera, Rosa Diaz (Selenis Leyva), e scrivendo un biglietto in cui sostiene di avere una bomba. L’obiettivo dell’uomo non è però compiere una rapina e lascia uscire tutti dalla struttura, con l’eccezione di Rosa e di un’altra dipendente, Estel Valerie (Nicole Beharie). Brian cerca, inutilmente, di ottenere la visibilità che pensa di meritare e contatta la reporter Lisa Larson (Connie Britton). Le autorità, invece, sembrano essere divise sull’approccio da seguire: Eli Bernard (Michael Kenneth Williams) vorrebbe negoziare e raggiungere una conclusione pacifica, mentre la polizia non sembra disposta ad ascoltare le motivazioni dell’uomo coinvolgendo anche la moglie di Brian, Cassandra (Olivia Washington), che si ritrova a vivere l’esperienza insieme alla figlia Kiah (London Covington) interagendo con persone apparentemente prive di empatia.


Boyega è convincente in ogni momento della drammatica storia, dalla tenerezza con cui interagisce nei flashback e nelle telefonate con Kiah, agli attimi in cui perde totalmente il controllo a causa della crescente frustrazione nel sentirsi ignorato, sottovalutato e sminuito come essere umano dopo essere stato a lungo a servizio della nazione. L’attore britannico passa dall’estrema vulnerabilità a una rabbia minacciosa, oltre a essere davvero intenso nella scena in cui Brian ammette di essere già consapevole di quale sarà l’epilogo della situazione.
Accanto a lui Leyva e Beharie sono altrettanto brave nel delineare due donne divise tra l’empatia che provano nei confronti dell’uomo e il terrore di subire le drammatiche conseguenze delle sue scelte.
Michael Kenneth Williams, nonostante la presenza limitata sullo schermo, è in grado di tratteggiare una presenza sensibile in un contesto spietato e poco attento ai bisogni del prossimo e la sua performance ricorda il talento del compianto attore. La naturalezza e simpatia di London Covington aggiunge un po’ di leggerezza all’intensa storia, mentre Connie Britton e il resto del cast impegnato nelle scene nella redazione non lasciano purtroppo il segno, tuttavia l’attenzione di Corbin alla regia valorizza le performance di tutti gli interpreti.

Il montaggio di Chris Witt, che intreccia anche dei brevi significativi flashback a ciò che accade all’interno della banca, mantiene alta la tensione fino all’epilogo amaro che fa riflettere sull’assistenza che viene fornita ai veterani al loro ritorno a casa, argomento molto attuale e importante.
892 sfrutta a proprio favore la memorabile performance di Boyega per proporre una storia che merita di essere raccontata e conosciuta.

When You Finish Saving the World – Recensione – Sundance 2022

Jesse Eisenberg si mette alla prova come regista di un lungometraggio con When You Finish Saving the World e le ottime interpretazioni del cast riescono a mettere in secondo piano alcuni difetti nella gestione della narrazione.
Juliane Moore interpreta nel film Evelyn Katz, a capo del rifugio per donne in difficoltà Spruce Haven, mentre la star di Stranger Things Finn Wolfhard ha il ruolo di Ziggy, il figlio della donna che trascorre le sue giornata componendo canzoni e cercando di conquistare il cuore di una sua compagna di scuola, parte affidata ad Alisha Boe, molto coinvolta dal punto di vista politico e sociale.
Ziggy, invece, teme che condividere delle posizioni politiche durante le sue dirette sulla piattaforma HitHat potrebbe causargli qualche problema con i suoi 20.000 follower, cifra che ama ripetere con estremo orgoglio a chiunque, provenienti da tutto mondo. Madre e figlio sembrano incapaci di comunicare tra loro, dando vita a incomprensioni e a una freddezza che contraddistingue il loro rapporto. Evelyn prova quindi a soddisfare il suo istinto materno occupandosi di Kyle (Billy Bark), il brillante figlio di un’ospite della struttura, mentre Ziggy si evolve grazie al confronto con l’amata Lila. Entrambi non sembrano però in grado di trovare in famiglia quel tassello mancante nella propria esistenza di cui sentono la mancanza, provando a colmare quel vuoto altrove.

Eisenberg, regista e sceneggiatore del progetto, mette molto di se stesso e dei ruoli avuti durante la sua carriera nella personalità dei protagonisti e nella prospettiva un po’ distaccata e cinica alla vita. Julianne Moore è davvero brava nell’interpretare una donna che si occupa di persone in difficoltà, pur apparentemente non entrando in connessione emotiva con le donne che la considerano la responsabile della loro salvezza. Il personaggio di Evelyn, con le sue difficoltà nel relazionarsi con Ziggy e al tempo stesso la voglia di essere una madre presente, risulta realistico anche nei momenti in cui compie degli errori apparentemente incomprensibili per una donna nella sua situazione. Bryk, nonostante una minore espressività, regge davvero bene il confronto con l’esprienza dell’attrice nelle conversazioni tra i loro due personaggi e le scene con Evelyn e Kyle, come quella al ristorante, fanno emergere il lato meno intransigente e sensibile della protagonista. Wolfhard è altrettanto bravo nel tratteggiare un teenager alla ricerca della propria identità e consapevole della propria mancanza di preparazione e attenzione per le tematiche sociali, oltre a offrire la giusta dose di insicurezza tipica degli anni dell’adolescenza.


When You Finish Saving the World riesce con bravura a proporre la storia di due persone narcisiste che faticano a entrare in connessione con il prossimo, ma la narrazione ha più di un momento debole e passaggio a vuoto. L’ipocrisia che contraddistingue le azioni e la vita dei protagonisti è gestita bene, tuttavia la presenza fin troppo superficiale del padre e marito Roger (Jay O. Sanders), e l’eccessiva stereotipizzazione dei personaggi secondari, tra giovani attiviste e teenager destinati a un futuro segnato dalla realtà in cui sono cresciuti, non permettono al film di lasciare sempre il segno.
Visivamente il film, grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Benjamin Loeb, crea un’atmosfera ben in linea con le emozioni dei personaggi. La narrazione si evolve invece in modo a tratti poco scorrevole fino a un epilogo inevitabile e prevedibile, seppur soddisfacente.
Sospeso tra Lady Bird e un racconto in stile Woody Allen, l’esordio di Jesse Eisenberg dimostra il promettente potenziale dieto la macchina da presa dell’attore e sarà interessante scoprire se si metterà alla prova con atmosfere e racconti di diverso genere.