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32 Malasaña Street, la recensione – Nightstream

32 Malasaña Street viene promosso come la risposta spagnola a The Conjuring e, per molti aspetti, il paragone è comprensibile e legittimo, tuttavia il film diretto da Albert Pintó proposto al Nightstream non riesce a mantenere fino all’epilogo della storia la tensione e l’orrore suscitati nella prima metà del racconto.
La storia prende il via nel 1972, a Madrid, nel famoso quartiere che prende il nome da Manuela Malasaña, una sarta che era stata uccisa dall’esercito di Napoleone. Due bambini entrano nell’appartamento 3B del loro condominio, dove vive un’anziana signora, facendo una terrificante scoperta. Quattro anni dopo nell’edificio si trasferisce una famiglia che si è trasferita per cercare di iniziare un nuovo capitolo della propria vita. La madre Candela (Bea Segura) lavora come commessa, il padre Manolo (Ivan Marcos) ha trovato un nuovo lavoro e ha individuato la casa dove abitare con la sua famiglia, composta anche dalla diciassettenne Amparo (Begoña Vargas), il giovane Pepe (Sergio Castellanos), il piccolo Rafael (Iván Renedo) e il nonno Fermin (José Luis de Madariaga). Fin dalla prima sera del loro arrivo nella casa iniziano ad avvenire strani eventi e in breve tempo le situazioni inquietanti prendono una svolta potenzialmente drammatica con la scomparsa di Rafael, attirato da una televisione che misteriosamente ha preso vita. La sorella Amparo sembra il membro della famiglia più coinvolto e consapevole di quanto sta accadendo intorno a lei, mentre il nonno percepisce la presenza di una misteriosa figura femminile e Pepe flirta con una vicina che non ha mai visto, ma sembra conoscere fin troppi dettagli della sua vita.

Il lungometraggio segue con bravura gli schemi ormai collaudati del genere dedicato alle case infestate: scene in cui il montaggio alterna luci e ombre per costruire la tensione, apparizioni a sorpresa, una colonna sonora che scandisce il ritmo degli eventi, bambini presi di mira dalla dimensione sovrannaturale, giovani donne il cui passaggio all’età adulta assume un ruolo importante nell’intreccio narrativo e personaggi consapevoli del lato oscuro dei luoghi che, tuttavia, non entrano in azione prima che i protagonisti vengano letteralmente tormentati e terrorizzati da ciò che li circonda.

Gli spettatori che apprezzano i film di genere e un film costruito e curato in ogni dettaglio per farli sobbalzare più volte apprezzeranno senza troppa difficoltà 32 Malasaña Street. A livello narrativo, ed emotivo, il film perde un po’ di incisività nel momento in cui si spiega l’origine dello spirito inquieto che sta infestando la casa e si inseriscono nell’intreccio tematiche che vengono trattate in modo superficiale e proponendo una critica sociale sviluppata senza alcuna sfumatura e che diventa quasi una metafora della situazione politica affrontata alla fine degli anni ’70 dalla Spagna. Dispiace, inoltre, che i personaggi secondari non diventino mai rilevanti e nemmeno la figura dei genitori, nonostante una rivelazione riguardante il loro rapporto che motiva la necessità di trasferirsi e cambiare vita, suscitano empatia o interesse.
Begoña Vargas, tuttavia, è un’ottima protagonista dalla presenza carismatica e magnetica e la giovane attrice riesce a costruire con la sua performance una potenziale eroina che, inconsapevolmente, deve affrontare i propri demoni interiori prima di confrontarsi con l’intolleranza e l’orrore avvenuti in passato nella speranza di avere, con la propria famiglia, un futuro.
Il film riesce così, nonostante i difetti, a intrattenere e spaventare senza ricorrere a scene troppo violente o effetti speciali esagerati, gettando potenzialmente le basi per un franchise horror.

Reunion, la recensione – Nightstream

Jake Mahaffy, dopo aver attirato l’attenzione con Free in Deed, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, è tornato dietro la macchina da presa di un lungometraggio con Reunion, presentato al festival Nightstream, e si conferma come in grado di creare atmosfere molto suggestive.

Le protagoniste sono una madre e una figlia, Ivy (Julia Ormond) ed Ellie (Emma Draper), che si ritrovano di nuovo insieme dopo molti anni per occuparsi della casa di famiglia prima di venderla. La giovane fa i conti con dei ricordi del passato traumatici legati a quanto accaduto alla sorella Cara (Ava Keane), cercando di trovare una propria pace interiore.

I “fantasmi” che vivono nella casa, ovviamente piena di ombre e isolata, hanno delle conseguenze sulla mente della giovane Ellie ed Emma Draper è molto brava nel gestire gli alti e i bassi della sua situazione emotiva, mantenendo comunque una performance misurata e non sopra le righe. La grande esperienza di Julia Ormond viene inoltre valorizzata dal regista che le ha affidato il ruolo di una madre che smebra voler controllare ogni aspetto della sua vita e quella della figlia. Nonostante in più passaggi la sceneggiatura appaia debole e un po’ nebulosa (come nel caso delle ricerche compiute dalla giovane protagonista), con molti passaggi a vuoto nel racconto, l’insieme della narrazione è ben costruito sul confronto tra le due donne.
Mahaffy compie però l’errore di voler spiegare troppo e privare, negli ultimi minuti, la storia di quell’alone di mistero che aveva sostenuto molto bene il progetto nella prima metà del film, lasciando gli spettatori con una sensazione di insoddisfazione legata al modo in cui l’intera struttura implode su se stessa nell’ultimo atto del racconto.
La fotografia firmata da Adam Luxton (On An Unknown Beach) e la colonna sonora, a tratti quasi ipnotica di Tim Oxton, contribuiscono a rendere Reunion un interessante approccio alle conseguenze dei sensi di colpa e dell’elaborazione del lutto, provando a mostrare se, e in che modo, è possibile trovare il coraggio di perdonare se stessi e iniziare un capitolo inedito della propria vita.

Dinner in America, la recensione – Nightstream

Dinner in America, scritto e diretto da Adam Rehmeier e prodotto anche da Ben Stiller, ha portato la sua carica punk rock nella programmazione del festival Nightstream.
Il lungometraggio si muove in maniera intelligente, ed efficace, sul confine tra commedia dall’umorismo dark e critica sociale, senza dimenticare un pizzico di buoni sentimenti e persino romanticismo.

Simon (Kyle Gallner) sembra un giovane allo sbando diviso tra spaccio di droga, menzogne e problemi in famiglia. Patty (Emily Skeggs) è invece una studentessa dal comportamento insicuro e un po’ goffo che viene bullizzata dai suoi coetanei e incompresa in famiglia, sfogando così la propria frustrazione grazie alla musica del gruppo punk Psyops, provando inoltre un’attrazione molto fisica per il leader della band John Q, di cui non si conosce il volto.
L’incontro casuale tra i due giovani cambierà per sempre le loro vite: Patty trova una sicurezza che pensava di non possedere, mentre Simon trova qualcuno che non viene infastidito o alienato dalla sua personalità eccessiva e sopra le righe.

Dinner in America costruisce bene, nonostante la presenza di battute al limite dell’offensivo e a tratti di cattivo gusto, l’evoluzione dei due protagonisti. A sostenere bene il progetto, oltre a una colonna sonora molto trascinante, sono le interpretazioni di Kyle Gallner (Interrogation), davvero bravo nel far emergere il lato più vulnerabile di Simon e mostrarne i lati positivi nascosti dietro l’apparenza di un cattivo ragazzo senza possibilità di redenzione, e della talentuosa Emily Skeggs (When We Rise), attenta a non far esclusivamente scivolare il suo personaggio negli stereotipi della classica ragazza “perdente” del liceo. La trasformazione di Patty, dal punto di vista narrativo, è piuttosto prevedibile e la “vendetta” nei confronti dei bulli non è un espediente particolarmente brillante, tuttavia Adam Rehmeir costruisce bene la sensazione di spaesamento, confusione e incertezza che contraddistingue l’adolescenza. Il confronto diretto con gli adulti, a tratti apatici e incapaci di creare una connessione con i propri figli, sfrutta bene la bravura di talenti come Lea Thompson per enfatizzare l’approccio tagliente alla tematica della scoperta della propria identità e del passaggio all’età adulta, trascinando il racconto verso un epilogo efficace e, un po’ inaspettatamente, pieno di ottismo.

Anything for Jackson, la recensione – Nightstream

Il film canadese Anything for Jackson, presentato all’appuntamento cinematografico Nighstream, si avvicina al tema della possessione demoniaca e dei satanisti da una prospettiva originale: quella di due anziani coniugi che si affidano alle forze oscure per provare a “riportare” in vita il nipotino.
Per farlo la coppia composta da Audrey (Sheila McCarthy) e Henry (Julian Richings), rapiscono una donna incinta, Becker (Konstantina Mantelos), con lo scopo di compiere un rituale in grado di porre all’interno del corpo del bambino che deve ancora nascere lo spirito del proprio nipote, Jackson. Come prevedibile la situazione sfuggirà ben presto di mano ai protagonisti, dando vita a conseguenze terrificanti e imprevedibili.

Il regista Justin G. Dyck, autore di numerosi film televisivi e nel team di serie come Ponysitters Club, porta sullo schermo la sceneggiatura firmata da Keith Cooper creando nella prima parte del film un’atmosfera ricca di tensione che, progressivamente, viene stemperata in un susseguirsi di apparizioni grottesche e situazioni in più momenti maggiormente vicini all’umorismo dark che al genere horror. Dopo l’efficace sequenza iniziale, in cui si assiste all’apparente serenità della residenza dei due protagonista che viene totalmente spezzata dall’inaspettato e violento rapimento, e al successivo momento in cui Audrey cerca di spiegare le proprie motivazioni alla giovane incinta, Anything for Jackson fatica a trovare una propria collocazione all’interno del genere: il rituale e l’entrata in scena di creature e spiriti suscitano qualche brivido, mentre le motivazioni e i comportamenti di Henry e della moglie fanno emergere un lato più malinconico e psicologicamente all’insegna della sofferenza e delle ferite interiori, scivolando poi nel surreale umorismo dei problemi causati dalle contraddizioni del medico e dal modo in cui deve nascondere delle prove, e nell’incredibile quando si approfondisce il legame degli anziani con un gruppo di satanisti.
Anything for Jackson convince così solo a metà: gli elementi maggiormente legati alla sfera personale dei coniugi sono ben delineati e costruiti dal punto di vista emotivo e narrativo, ma la poca attenzione nel costruire la vittima del rituale e i personaggi secondari suscita un po’ di perplessità. Le apparizioni degli spiriti sono giustificate in parte: se l’entrata in scena della bambina vestita da fantasma inquieta grazie al legame con la storia di Audrey, le altre presenze nella stanza e nell’edificio risultano meno incisive.
A sostenere il film sono però in particolare le interpretazioni di Sheila McCarthy e Julian Richings, i cui volti segnati e sofferenti rendono possibile comprendere le ragioni alla base del tentativo di affidarsi alle forze oscure pur di riempire un vuoto incolmabile nelle proprie vite.
Sospeso tra horror e dramma umano, Anything for Jackson è comunque un film interessante che paga, forse eccessivamente, il prezzo di una sceneggiatura che perde verso l’epilogo il controllo sui vari elementi che compongono la storia.

Nightstream e Heartland Film Festival: al via le edizioni virtuali

In un periodo in cui organizzare i festival cinematografici è particolarmente complicato, dagli Stati Uniti arrivano due interessanti proposte che permettono, seppur in modo limitato dall’Italia, di accedere a numerosi titoli da non perdere e incontri in streaming.

La prima delle due proposte, entrambe al via oggi 8 ottobre, è Nightstream, evento nato dall’unione delle forze di Boston Underground Film Festival (MA), Brooklyn Horror Film Festival (NY), North Bend Film Festival (WA), Overlook Film Festival (LA), e Popcorn Frights Film Festival (FL).
L’appuntamento si aprirà con Run, il nuovo film con star Sarah Paulson, e si concluderà con Mandibules di Quentin Dupieux, presentato già alla Mostra del Cinema di Venezia. I fan italiani del genere horror e thriller potranno però accedere alle conversazioni che comprendono anche gli appuntamenti con Nia DaCosta, Mary Harron che parlerà del ventesimo anniversario di American Psycho, e Mick Garris.

Il secondo evento da non perdere è l’Heartland Film Festival: l’evento cinematografico più importante organizzato nello stato dell’Indiana che approda online per celebrare il proprio ventinovesimo anniversario.
La selezione ufficiale, in buona parte visionabile anche dall’Italia, propone documentari, commedie, film drammatici e focus sulle produzioni locali, genere horror e cortometraggi. I film e i panel saranno poi visibili per 11 giorni dalla data del debutto in streaming.