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Mister 8, recensione – Canneseries 2021

Arriva dalla Finlandia la black comedy Mister 8 che regala un approccio inaspettato e a tratti esilarante alle relazioni sentimentali.
La serie, presentata a Canneseries 2021, propone una protagonista femminile, Maria (Krista Kosonen), determinata e sicura di se stessa, in grado di gestire in veste di CEO l’azienda di famiglia e ben sette compagni, uno per ogni giorno della settimana. La situazione si complica però dopo l’incontro con Juho (Pekka Strong), che deve trovare un modo per farsi strada nel cuore e nell’affollata quotidianità della donna.

La serie scritta da Vesa Virtanen, Teemu Nikki e Antero Joniken regala una storia ricca di sorprese sovvertendo ogni regola delle comedy romantiche. Maria, a differenza di tantissime protagoniste approdate prima di lei sul grande e piccolo schermo, non va alla ricerca dell’anima gemella e sceglie come partner uomini totalmente diversi tra loro: dall’appassionato di fitness all’intellettuale, dal solitario che vive nella natura al padre di famiglia… L’ottimo feeling creato da Krista Kosonen e Pekka Strang sostiene questa bizzarra rete di relazioni sentimentali e le interazioni tra i vari personaggi maschili, totalmente consapevoli delle dinamiche di cui sono protagonisti, regalando più di un momento esilarante.

A sostenere una sceneggiatura in più momenti fragile e fin troppo irrealistica, è però Krista Kosonen che sa trasformarsi e adattarsi facendo emergere di volta in volta un lato diverso della personalità di Maria, personaggio femminile che decide volontariamente di non sacrificare nessun aspetto di se stessa per il proprio partner e non esita a lasciarsi andare per apprezzare al massimo la sua dimensione privata.

Le prime due puntate intrigano lo spettatore e lasciano la voglia di scoprire in che modo si evolverà questa equazione sentimentale con fin troppi fattori, suscitando la curiosità di scoprire se Maria scivolerà nelle convenzioni sociali o troverà il modo di fare spazio anche per Juho.

Limbo… Hasta que lo decida, recensione – Canneseries 2021

Il duo composto da Mariano Cohn e Gastón Duprat, dopo l’esilarante e tagliente Competencia Oficial presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, approdano sul piccolo schermo con Limbo… Hasta que lo decida, serie prossimamente in arrivo su Star+ presentata a Canneseries 2021.
I primi episodi del progetto anticipano una storia che sembra fondere l’atmosfera di Succession a quella di Elite, sostenendosi grazie a un’interpretazione davvero convincente della protagonista Clara Lago.

Al centro della trama c’è la giovane miliardaria Sofia, con una vita lussuosa e senza alcuna preoccupazione. Quando il padre muore, la giovane torna a Buenos Aires dove si trova alle prese con i membri della propria famiglia, le loro aspettative, e il futuro degli affari del padre, di cui inizia a scoprire un lato inaspettato. Sofia, mentre indaga sul proprio passato, inizia a provare il desiderio di dimostrare il proprio valore e userà dei metodi inaspettati per trasformare se stessa e il suo futuro.

La voce narrante di Sofia trasporta gli spettatori nel suo mondo fatto di privilegi e conflitti e Sofia Castello è molto brava nell’interpretare una giovane abituata a un’esistenza sempre portata all’estremo e a conflitti che fanno emergere il suo lato più ribelle e irriverente, soprattutto quando si trova a scontrarsi con i fratelli. Le prime puntate gettano le basi per un’evoluzione che potrebbe risultare molto interessante e ricca di sorprese, oltre a introdurre alcuni indizi legati a misteri legati alla famiglia e al passato del padre.

Il progetto creato da Cohn e Duprat sembra possedere un ottimo potenziale per rivolgersi al pubblico internazionale e la fotografia firmata da Daniel Ortega rende glamour e visivamente d’impatto le scene nei locali, negli spazi della residenza di famiglia e nei negozi più esclusivi, pur sottolineando cromaticamente le ombre che contraddistinguono la vita della protagonista. A segnare il destino del progetto televisivo sembra prevalentemente l’eventuale capacità di rendere i personaggi secondari tridimensionali dopo un avvio della narrazione in cui scivolano in più momenti negli stereotipi degli uomini di affari freddi, snob e incapaci di un reale coinvolgimento emotivo.

Limbo… Hasta que lo decida riesce comunque a convincere nonostante non proponga nulla di realmente originale o non visto sugli schermi, lasciando in sospeso il giudizio in attesa di scoprire in che modo si evolverà la storia della dark lady Sofia.

In case of emergency, la recensione – Heartland 2020

La regista Carolyn Jones ha realizzato con il documentario In Case of Emergency un ritratto necessario ed emozionante di chi ha scelto il mestiere di infermiere negli Stati Uniti, seguendo alti e bassi quotidiani e arrivando fino alla prima fase della pandemia che ha avuto un impatto innegabile nel lavoro di professionisti che mettono a rischio la propria vita durante l’emergenza sanitaria.
Il progetto, realizzato nel corso di due anni, non si concentra su un’unica struttura sanitaria ma offre un ritratto ricco di sfumature della quotidianità che contraddistingue il pronto soccorso, dimostrando inoltre come quello che accade tra le mura dell’ospedale rifletta la società contemporanea americana alle prese con violenza, dipendenze, solitudine e povertà, elementi che hanno un peso importante nello stato di salute degli esseri umani.


Gli infermieri intervistati, davanti alla telecamera, parlano apertamente del modo in cui affrontano il lavoro e le conseguenze emotive delle situazioni che devono gestire ogni giorno, mentre la telecamera immortala la bravura con cui affrontano anziani che non hanno nessuno che si prenda cura di loro, madri in ansia, giovani che devono rilassarsi per affrontare esami complicati, persone che cercano di disintossicarsi, tentativi di suicidio e pazienti che bisogna visitare per capire chi ha bisogno di cure immediate. Le testimonianze dei professionisti emozionano e portano così alla luce il lato più umano e vulnerabile di chi ha scelto un lavoro che lascia il segno.

In Case of Emergency regala un ritratto davvero memorabile del mondo del pronto soccorso dove la rapidità di intervento e il talento nel campo della medicina determinano il destino delle persone e, al tempo stesso, sottolinea tutti i problemi del sistema sanitario americano attraverso i racconti di chi è sempre impegnato in prima linea.
Il documentario si apre e chiude con la testimonianza di Cathlyn Robinson, che lavora al St. Joseph’s University Medical Centerson a Paterson, New Jersey, dopo l’inizio dell’emergenza causata dal COVID-19 e immediatamente si può notare la differenza di atmosfera e il senso di impotenza che contraddistingue il periodo che gli infermieri stanno affrontando in tutto il mondo. Nel volto e nei gesti di Cathlyn è impossibile non notare la differenza rispetto alle scene girate in precedenza e le sue parole, misurate e sensibili, affiancano quelle dei suoi colleghi che hanno parlato delle perdite subite negli ultimi mesi e dell’ansia sempre presente in una situazione così incerta e pericolosa.


Carolyn Jones, con il suo documentario, sa mettere in primo piano il coraggio, il determinazione, l’empatia e l’intuizione che rendono gli infermieri un tassello essenziale della società e i loro racconti permettono inoltre di capirne i problemi che andrebbero affrontati e risolti per poter sperare in un futuro migliore, pur essendo consapevoli che il Coronavirus ha peggiorato ulteriormente un sistema che stava già pagando duramente il prezzo di scelte politiche che hanno ben poco a che fare con la salute dei cittadini.

In case of emergency mostra i lati positivi e quelli negativi di una professione che richiede vocazione e dedizione, obbligando chi la pratica a fare spesso i conti con delle conseguenze importanti sulla propria salute mentale e sull’equilibrio esistente nella propria vita, diventando una visione obbligatoria per capire l’importanza di una categoria che merita di essere celebrata ogni giorno, non solo durante un’emergenza.

Canneseries 2020 – Short Form Competition

Canneseries 2020 ha presentato anche l’interessante sezione Short Form Competition, dedicata ai progetti composti da episodi di breve durata, ecco le impressioni sui titoli proposti in questa edizione dell’evento dedicato alle serie televisive.

Amours d’occasion, serie canadese diretta da Eva Kabuya. Montreal viene colpita da un’ondata di calore che fa scivolare la città in uno stato di torpore, portando gli abitanti del quartiere di Saint-Henri a fare i conti con eventi inspiegabili. I primi due episodi propongono altrettante storie, mostrando i protagonisti alle prese con i fantasmi del passato. Il progetto ha alcuni elementi interessanti alternati ad una gestione non sempre brillante del cast. La breve durata rende davvero complicato prevedere se il potenziale verrà sfruttato nel migliore dei modi.


Broder, progetto argentino diretto da Mauro Pérez Quinteros.
Il primo episodio presentato a Canneseries 2020 introduce bene l’atmosfera e il mondo in cui vivono i due protagonisti tra musica, artisti di strada, povertà e crimini. Al centro della trama ci sono Mirko e Roma, fratello e sorella che si presentano a casa della nonna Patria, nella periferia di Buenos Aires, per trasferirsi da lei, scoprendo che vivono accanto allo studio di registrazione El Tri, dove creano musica artisti come Núcleo AKA Tintasucia, Klan, Cazzu, Rebeca Flores, MPDhela.
I primi dieci minuti non permettono di scoprire molto dei personaggi, tuttavia la relazione dei giovani con l’anziana sembra in grado di regalare più di un elemento interessante dal punto di vista narrativo e la colonna sonora sembra davvero efficace.



Claire and the Elderly (Claire et les vieux). L’adorabile serie canadese diretta da Charles Grenier racconta quello che accade quando Claire, che ha solo 9 anni, viene affidata alla nonna dopo che la madre viene ricoverata in ospedale dopo un’overdose. La bambina si ritroverà così in un ambiente molto particolare rappresentato dalla residenza per anziani in cui alloggia, temporaneamente. La naturalezza che caratterizza l’interpretazione della giovane protagonista e l’atmosfera all’insegna della sensibilità e del calore umano rendono la visione della prima puntata davvero piacevole e invogliano a scoprire in che modo si evolverà la storia di Claire.


Christmas on Blood Mountain diretta da Lars Kristian Flemmen. La serie norvegese racconta quello che accade quando l’investigatore privato Svein Soot e Nana Soot (un grande esperto nel rintracciare i doni di Natale nel servizio postale danese) vengono ingaggiati per investigare su un cold case: la scomparsa della diciassettenne Sofia Juul, unica erede dell’impero economico, che sfrutta il Natale, Blodnissene AS. I due protagonisti avranno poco tempo a disposizione, solo 24 ore, per risolvere il mistero.
La prima puntata della serie è molto coinvolgente e scorrevole, introducendo un whodunit originale per ambientazione e caratteristiche dei personaggi coinvolti.


Cryptid. La serie “horror” prodotta in Svezia e diretta da David Berron racconta ciò che accade allo studente Niklas dopo che uno dei suoi compagni di scuola muore davanti ai suoi occhi, “esplodendo”. La vita del teenager è inoltre complicata dal ritorno inaspettato della sorella, facendolo scivolare nelle paure e nei traumi.
Il primo episodio presentato a Canneseries 2020, a causa della sua breve durata (10 minuti), rende davvero complicato capire in che direzione si muoverà il racconto e se i protagonisti saranno in grado di sostenere i tanti passaggi surreali della trama e i momenti più terrificanti del racconto.


Deadhouse Dark è un progetto australiano composto da varie storie che propongono racconti terrificanti ispirati a trend moderni come dark web, influencers e tentativi di ottenere facilmente la fama. A Canneseries sono state proposte la prima e la quinta puntata anticipando un po’ dell’originalità e dell’approccio personale dei filmmaker coinvolti.


First Person è il progetto canadese che adatta i contenuti proposti nell’omonima rubrica pubblicata su Globe and Mail che dà voce alle esperienze e ai racconti dei lettori.
Il quarto episodio girato con un espressivo bianco e nero, in particolare, con un incontro inaspettato riesce a emozionare grazie alle interpretazioni delle due protagoniste: un’anziana che deve fare i conti con una decisione drammatica che ha dovuto prendere e una giovane che ascolta quanto accaduto, dovendo capire in che modo reagire e come aiutare la sconosciuta che si trova di fronte a lei.


The Writers. A Short Stories è un progetto polacco ideato dal regista Mikołaj Lizut che ha invitato alcuni scrittori a ideare, senza alcuna regola da seguire, dei racconti brevi che non dovevano superare quota cinque minuti una volta adattati per lo schermo. I due protagonisti sono Magdalena Cielecka e Maciej Stuhr, alle prese con situazioni, emozioni e problemi davvero di ogni genere. Delle puntate proposte a Canneseries non si può che non apprezzare una surreale storia d’amore mostrata in tutte le sue fasi, dall’inizio e dall’epilogo davvero inaspettati.


Tony arriva dall’Argentina e racconta la storia di Victoria, una giovane che scopre di essere incinta. La protagonista si ritrova così alle prese con le opinioni dei suoi amici riguardanti un possibile aborto e, inaspettatamente, con delle telefonate, messaggi e vari contenuti il cui destinatario è qualcuno chiamato Tony, che non conosce, che era il precedente proprietario del suo telefono.
I primi dieci minuti del progetto possiedono un ottimo ritmo e un intreccio interessante, suscitando la curiosità di scoprire che scelta prenderà la giovane e se troverà il misterioso Tony.


Zero Day, al festival Canneseries 2020, è stato presentato mostrando undici dei sessanta brevi cortometraggi della durata di due minuti che compongono la prima stagione.
Si passa così da quello che accade a una giovane ossessionata dai selfie alla storia di fantasmi ambientata in un campo dove dei ragazzini giocano a basket, passando da un battesimo andato male a un possibile incubo che potrebbe essere reale, dalla vendetta di un mimo dotato di poteri alle conseguenze della scelta di compiere un esame del DNA, senza dimenticare la raccapricciante situazione che affronta una donna che deve ricreare i volti dei morti analizzandone i teschi a racconti con al centro creature terreficanti o ambientate nello spazio, fino ad arrivare a una roomba assassina.
La grande varietà degli approcci al genere e i tanti spunti narrativi rendono la visione di Zero Day piuttosto intrigante e divertente. La breve durata, inoltre, mostra l’approccio unico dei filmmaker coinvolti.

Canneseries 2020 – Top Dog

Top Dog, presentata a Canneseries 2020, è una serie svedese che sfrutta ancora una volta l’idea di una collaborazione tra due persone molto diverse tra loro per risolvere un mistero, in questo caso la scomparsa di un giovane molto ricco.

L’erede di una delle famiglie più benestanti della Svezia, Nikola (Gustav Lindh), riceve ufficialmente le redini dell’attività di famiglia, ma si ritrova alle prese con dei criminali che lo derubano e lo minacciano. Il giovane scompare misteriosamente e a indagare sul caso sono l’avvocato Emily (Josefine Asplund) e l’ex condannato Teddy (Alexej Manvelov).

Le prime due puntate introducono bene le figure dei due protagonisti che, per motivi diversi, hanno entrambi subito delle perdite importanti e sono alla ricerca di una possibilità di redenzione e di una seconda occasione nella vita. La dinamica che si forma tra di loro, tuttavia, non viene costruita in modo impeccabile e suscita qualche dubbio riguardante il modo in cui il racconto riuscirà a gestire le interazioni tra due personalità così differenti. Il cast riesce comunque a sostenere bene lo script, non privo di punti deboli, e il mistero riguardante quanto accaduto all’erede dell’azienda sembra in grado di mantenere alta la curiosità e l’attenzione.

Due episodi non sono abbastanza per capire se Top Dog si svilupperà in modo convincente fino all’epilogo della storia, tuttavia possiede il potenziale per lasciare soddisfatti gli appassionati delle serie di genere crime.

Canneseries 2020 – Red Light

Carice Van Houten, conosciuta dal pubblico internazionale grazie al ruolo di Melisandre in Game of Thrones, torna sul piccolo schermo con un ruolo da protagonista gazie a Red Light, progetto scritto da Esther Gerritsen (Instict) e ambientato nel mondo della prostituzione e dello sfruttamento delle donne.

Evi (Maaike Neuville) è una detective alle prese con crimini terribili e che ogni giorno si lascia alle spalle morti e violenze prima di tornare a casa, dove è una madre e una moglie dal passato complicato. Esther (Halina Reijn) è una cantante lirica che, dopo l’improvvisa morte del padre, scopre che il marito le nasconde molte cose. Sylvia (Carice Van Houten) gestisce infine un bordello nel quartiere a luci rosse di Antwerp vivendo una relazione con il proprietario del locale che da tempo le promette un futuro migliore che non sembra mai realizzarsi. Gli eventi di una notte intrecciano la vita delle tre donne in modo indelebile.

Red Light, serie diretta da Wouter Bouvijn e Anke Blondé, è caratterizzata da un’atmosfera suggestiva che enfatizza gli aspetti drammatici del racconto e le interpretazioni davvero di livello. Dei tre personaggi principali, come prevedibile, è quello affidato a Carice Van Houten che attira l’attenzione e la cattura portando lo spettatore a voler sapere qualcosa in più di questa enigmatica donna che sostiene di non essere vittima, ma subisce dell’evidente violenza emotiva e psicologica. Il sottile confine tra vittima e carnefice è sempre presente e assistere alle lezioni di Sylvia al personale, l’attacco da parte di un cliente e alla reazione del compagno a una notizia che potrebbe cambiare per sempre la loro vita rappresentano due lati della stessa medaglia che mostrano le sfumature di una realtà difficile da rappresentare in modo obiettivo rimanendo alla giusta distanza dalle scelte dei protagonisti e degli eventi.

La sceneggiatura dei primi due episodi delinea in modo interessante anche le altre due figure femminili al centro del racconto, dando spazio anche alla brutale violenza e allo squallore che contraddistingue la vita di chi si mantiene vendendo il proprio corpo.
Nonostante gli episodi non siano privi di passaggi sopra le righe o non del tutto motivati dal punto di vista narrativo, l’esordio di Red Light mantiene alta l’attenzione e colpisce in modo efficace dal punto di vista emotivo, lasciando la curiosità di scoprire come proseguirà la storia delle tre donne.

Canneseries 2020 – Partisan

Una comunità apparentemente all’insegna dell’agricoltura biologica e dell’accoglienza nei confronti dei giovani in difficoltà potrebbe nascondere attività criminali e segreti oscuri, e la serie Partisan, presentata in concorso a Canneseries 2020, sviluppa questi spunti narrativi nelle prime due puntate costruendo bene l’atmosfera, pur suscitando qualche perplessità dal punto di vista della costruzione del racconto.
La storia si svolge nell’apparentemente idilliaca area di Jordnära, una comunità privata che ha un fiorente commercio di prodotti agricoli. Johnny (Fares Fares) arriva con il compito di essere uno dei nuovi camionisti, ricevendo inoltre il compito di accompagnare in questo mondo Nicole (Sofia Karemyr) e Maria (Ulvali Rurling), due giovani dalla vita complicata e che sperano di trovare un po’ di pace ed equilibrio in questo nuovo gruppo. Johnny, tuttavia, potrebbe avere dei segreti che non ha ancora rivelato e dei motivi che verranno svelati puntata dopo puntata.

Partisan costruisce bene il contrasto tra l’immagine apparentemente perfetta che circonda la comunità e alcuni dettagli disturbanti che mettono in dubbio i veri scopi di questo gruppo quasi in stile setta.
Le prime due puntate sfruttano con intelligenza le differenze tra Nicole e Maria, che reagiscono in modo quasi opposto all’arrivo a Jordnära, e all’atteggiamento di Johnny, fin dalle prime scene evidentemente impegnato a nascondere qualcosa.
Le interpretazioni dell’intero cast sono convincenti, tuttavia elementi come le attività fisiche tra i giovani o i comportamenti di alcuni personaggi secondari non vengono spiegati in modo adeguato, sembrando così dei semplici stereotipi legati alle organizzazioni in stile setta.

I due episodi gettano comunque delle basi interessanti per lo sviluppo del racconto, come le dinamiche che si creano rapidamente grazie all’arrivo di una teenager dalla personalità ribelle e poco interessata a lasciarsi manipolare, e ai primi dettagli che approfondiscono la vita di Johnny interpretato con convizione da Fares, recentemente apparso anche in show di successo come Westworld e Tyrant.
La serie creata da Amir Chamdin, in base alle prime due puntate, possiede del potenziale interessante che potrebbe dare vita a un progetto in grado di lasciare il segno, ma il rischio che gli autori non siano riusciti a mantenere le redini dei tanti elementi a disposizione è concreto e bisognerà attendere per capire se le interpretazioni dei protagonisti saranno sostenute da uno script in grado di valorizzarle.

Canneseries 2020 – Losing Alice

La serie israeliana Losing Alice (L’abed et Alice) prova a capire fino a che punto si è disposti a spingersi pur di ottenere potere e realizzare i propri sogni attraverso una storia in cui le protagoniste sembrano pronte a vendere la propria anima.

I primi minuti del progetto televisivo mostrano una scelta drammatica compiuta da una giovane donna che si toglie la vita sparandosi, ma immediatamente ci si inizia a chiedersi cosa sia “reale” e cosa invece sia frutto dell’immaginazione dei protagonisti, considerando il loro legame con il mondo del cinema.
Alice (Ayelet Zurer) e David (Gal Toren) sono una coppia di incredibile successo: lei è una regista, da tempo distante dal set, e lui è un apprezzato attore particolarmente popolare tra il pubblico. Marito e moglie sembrano avere un’esistenza agiata e felice, ma nella loro vita entra in scena Sophie (Lihi Kornowski), un’aspirante sceneggiatrice che ha firmato uno script ad alto tasso erotico e violento. Un incontro inaspettato a bordo di un treno porta Alice a scoprire l’esistenza del progetto, nonostante il marito fosse già da tempo coinvolto, e la giovane autrice inizia a causare tensioni e dubbi, oltre a essere circondata da un alone di mistero che potrebbe rivelarsi molto pericoloso.

Losing Alice sfrutta le dimensioni di realtà e finzione con inteligenza per addentrarsi nella mente della protagonista in modo affascinante. Le prime due puntate, mostrate a Canneseries 2020, suscitano facilmente curiosità e interesse grazie alla capacità degli sceneggiatori e di Ayelet Zurer di delineare l’immagine di una donna che nasconde la sua insoddisfazione dietro un’apparente perfezione, ritrovando il suo feeling con una professione messa in secondo piano per occuparsi della famiglia e cercando di mantenere il contatto con le proprie passioni e gli istinti messi a tacere a lungo. Intorno a lei vengono proposti personaggi che fin dalle prime battute appaiono ben costruiti: dal vicino che non nasconde il proprio interesse al marito che non sembra accorgersi realmente delle esigenze della moglie pur cercando in ogni modo di essere presente, fino all’enigmatica Sophie le cui motivazioni sono avvolte da un alone di dubbi e di misteri.
Proprio l’incertezza riguardante le ragioni alla base di azioni e dichiarazioni mantiene alto l’interesse su un intreccio in cui non sembrano mancare nemmeno un omaggio al mondo del cinema e una rivisitazione, ma in chiave femminile, delle tematiche legate all’ossessione e alla passione che hanno alimentato più volte film diventati cult nel corso degli anni.

Tra possibili tradimenti, omicidi e ambizioni silenziose, Losing Alice sembra in grado di tenere alta la tensione e la curiosità per gli otto episodi previsti, tuttavia bisognerà attendere per scoprire se il livello si manterrà costante rispetto ai primi due capitoli della storia.

Canneseries 2020 – 257 Reasons to Live

257 Reasons to Live affronta il tema della malattia e della voglia di ricominciare con un approccio in stile dramedy che propone una rappresentazione agrodolce degli eventi che affronta la protagonista.
Al centro della trama c’è Zhenhya (Polina Maksimova) che da tempo è una paziente in fase terminale e, a sorpresa, scopre di essere in remissione. La rivelazione che dovrebbe aprirle le porte per un capitolo finalmente positivo e pieno di opportunità si rivela invece la scintilla che fa scivolare nel caos la sua vita. La giovane fa infatti i conti con un posto di lavoro all’insegna dei pregiudizi e le pressioni mentali, con un fidanzato che le ha nascosto a lungo un segreto e con la necessità di trovarsi un nuovo alloggio. Quando Zhenya trova una lista, che aveva scritto quando aveva scoperto di essere malata, inizia a riconsiderare la possibilità di compiere le 257 cose che voleva fare prima di morire, ma con una visione totalmente diversa del mondo.

I primi minuti della serie delineano molto bene la situazione in cui si trova la trentenne dal punto di vista mentale e fisico: Zhenya viene mostrata mentre sta attendendo il proprio turno in ospedale accanto al fidanzato, certa di dover ricevere delle brutte notizie e mentre sfrutta la sua situazione per poter dire ciò che pensa senza filtri, rivolgendosi anche direttamente agli spettatori rompendo così la quarta parete, espediente però non particolarmente originale e usato senza particolare cura.

Polina Maksimova sostiene con bravura il ruolo di una giovane le cui certezze e convinzioni vanno rapidamente in mille pezzi, dovendo persino fare i conti con pregiudizi infondati tra colleghe di lavoro, pressioni mentali e difficoltà.
Le prime due puntate, pur attingendo a situazioni non particolarmente originali, costruiscono bene le basi per una narrazione dall’ottimo potenziale.
Provare empatia per Zhenya, pur con dei passaggi a vuoto della sceneggiatura, la sua determinazione e voglia di ricominciare è infatti particolarmente facile e i personaggi secondari, seppur solamente abbozzati in queste prime fasi della storia, potrebbero dare vita a delle interessanti dinamiche.
Le sfumature comedy, inoltre, anticipano un’atmosfera ricca di contrasti che contribuisce ad aumentare il coinvolgimento degli spettatori, divisi tra l’affetto suscitato da questa giovane la cui vita sembra andare totalmente storta pur essendo finalmente in una situazione positiva, e l’ironia suscitata dalle surreali situazioni che deve affrontare.

32 Malasaña Street, la recensione – Nightstream

32 Malasaña Street viene promosso come la risposta spagnola a The Conjuring e, per molti aspetti, il paragone è comprensibile e legittimo, tuttavia il film diretto da Albert Pintó proposto al Nightstream non riesce a mantenere fino all’epilogo della storia la tensione e l’orrore suscitati nella prima metà del racconto.
La storia prende il via nel 1972, a Madrid, nel famoso quartiere che prende il nome da Manuela Malasaña, una sarta che era stata uccisa dall’esercito di Napoleone. Due bambini entrano nell’appartamento 3B del loro condominio, dove vive un’anziana signora, facendo una terrificante scoperta. Quattro anni dopo nell’edificio si trasferisce una famiglia che si è trasferita per cercare di iniziare un nuovo capitolo della propria vita. La madre Candela (Bea Segura) lavora come commessa, il padre Manolo (Ivan Marcos) ha trovato un nuovo lavoro e ha individuato la casa dove abitare con la sua famiglia, composta anche dalla diciassettenne Amparo (Begoña Vargas), il giovane Pepe (Sergio Castellanos), il piccolo Rafael (Iván Renedo) e il nonno Fermin (José Luis de Madariaga). Fin dalla prima sera del loro arrivo nella casa iniziano ad avvenire strani eventi e in breve tempo le situazioni inquietanti prendono una svolta potenzialmente drammatica con la scomparsa di Rafael, attirato da una televisione che misteriosamente ha preso vita. La sorella Amparo sembra il membro della famiglia più coinvolto e consapevole di quanto sta accadendo intorno a lei, mentre il nonno percepisce la presenza di una misteriosa figura femminile e Pepe flirta con una vicina che non ha mai visto, ma sembra conoscere fin troppi dettagli della sua vita.

Il lungometraggio segue con bravura gli schemi ormai collaudati del genere dedicato alle case infestate: scene in cui il montaggio alterna luci e ombre per costruire la tensione, apparizioni a sorpresa, una colonna sonora che scandisce il ritmo degli eventi, bambini presi di mira dalla dimensione sovrannaturale, giovani donne il cui passaggio all’età adulta assume un ruolo importante nell’intreccio narrativo e personaggi consapevoli del lato oscuro dei luoghi che, tuttavia, non entrano in azione prima che i protagonisti vengano letteralmente tormentati e terrorizzati da ciò che li circonda.

Gli spettatori che apprezzano i film di genere e un film costruito e curato in ogni dettaglio per farli sobbalzare più volte apprezzeranno senza troppa difficoltà 32 Malasaña Street. A livello narrativo, ed emotivo, il film perde un po’ di incisività nel momento in cui si spiega l’origine dello spirito inquieto che sta infestando la casa e si inseriscono nell’intreccio tematiche che vengono trattate in modo superficiale e proponendo una critica sociale sviluppata senza alcuna sfumatura e che diventa quasi una metafora della situazione politica affrontata alla fine degli anni ’70 dalla Spagna. Dispiace, inoltre, che i personaggi secondari non diventino mai rilevanti e nemmeno la figura dei genitori, nonostante una rivelazione riguardante il loro rapporto che motiva la necessità di trasferirsi e cambiare vita, suscitano empatia o interesse.
Begoña Vargas, tuttavia, è un’ottima protagonista dalla presenza carismatica e magnetica e la giovane attrice riesce a costruire con la sua performance una potenziale eroina che, inconsapevolmente, deve affrontare i propri demoni interiori prima di confrontarsi con l’intolleranza e l’orrore avvenuti in passato nella speranza di avere, con la propria famiglia, un futuro.
Il film riesce così, nonostante i difetti, a intrattenere e spaventare senza ricorrere a scene troppo violente o effetti speciali esagerati, gettando potenzialmente le basi per un franchise horror.