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Canneseries 2020 – Top Dog

Top Dog, presentata a Canneseries 2020, è una serie svedese che sfrutta ancora una volta l’idea di una collaborazione tra due persone molto diverse tra loro per risolvere un mistero, in questo caso la scomparsa di un giovane molto ricco.

L’erede di una delle famiglie più benestanti della Svezia, Nikola (Gustav Lindh), riceve ufficialmente le redini dell’attività di famiglia, ma si ritrova alle prese con dei criminali che lo derubano e lo minacciano. Il giovane scompare misteriosamente e a indagare sul caso sono l’avvocato Emily (Josefine Asplund) e l’ex condannato Teddy (Alexej Manvelov).

Le prime due puntate introducono bene le figure dei due protagonisti che, per motivi diversi, hanno entrambi subito delle perdite importanti e sono alla ricerca di una possibilità di redenzione e di una seconda occasione nella vita. La dinamica che si forma tra di loro, tuttavia, non viene costruita in modo impeccabile e suscita qualche dubbio riguardante il modo in cui il racconto riuscirà a gestire le interazioni tra due personalità così differenti. Il cast riesce comunque a sostenere bene lo script, non privo di punti deboli, e il mistero riguardante quanto accaduto all’erede dell’azienda sembra in grado di mantenere alta la curiosità e l’attenzione.

Due episodi non sono abbastanza per capire se Top Dog si svilupperà in modo convincente fino all’epilogo della storia, tuttavia possiede il potenziale per lasciare soddisfatti gli appassionati delle serie di genere crime.

Canneseries 2020 – Red Light

Carice Van Houten, conosciuta dal pubblico internazionale grazie al ruolo di Melisandre in Game of Thrones, torna sul piccolo schermo con un ruolo da protagonista gazie a Red Light, progetto scritto da Esther Gerritsen (Instict) e ambientato nel mondo della prostituzione e dello sfruttamento delle donne.

Evi (Maaike Neuville) è una detective alle prese con crimini terribili e che ogni giorno si lascia alle spalle morti e violenze prima di tornare a casa, dove è una madre e una moglie dal passato complicato. Esther (Halina Reijn) è una cantante lirica che, dopo l’improvvisa morte del padre, scopre che il marito le nasconde molte cose. Sylvia (Carice Van Houten) gestisce infine un bordello nel quartiere a luci rosse di Antwerp vivendo una relazione con il proprietario del locale che da tempo le promette un futuro migliore che non sembra mai realizzarsi. Gli eventi di una notte intrecciano la vita delle tre donne in modo indelebile.

Red Light, serie diretta da Wouter Bouvijn e Anke Blondé, è caratterizzata da un’atmosfera suggestiva che enfatizza gli aspetti drammatici del racconto e le interpretazioni davvero di livello. Dei tre personaggi principali, come prevedibile, è quello affidato a Carice Van Houten che attira l’attenzione e la cattura portando lo spettatore a voler sapere qualcosa in più di questa enigmatica donna che sostiene di non essere vittima, ma subisce dell’evidente violenza emotiva e psicologica. Il sottile confine tra vittima e carnefice è sempre presente e assistere alle lezioni di Sylvia al personale, l’attacco da parte di un cliente e alla reazione del compagno a una notizia che potrebbe cambiare per sempre la loro vita rappresentano due lati della stessa medaglia che mostrano le sfumature di una realtà difficile da rappresentare in modo obiettivo rimanendo alla giusta distanza dalle scelte dei protagonisti e degli eventi.

La sceneggiatura dei primi due episodi delinea in modo interessante anche le altre due figure femminili al centro del racconto, dando spazio anche alla brutale violenza e allo squallore che contraddistingue la vita di chi si mantiene vendendo il proprio corpo.
Nonostante gli episodi non siano privi di passaggi sopra le righe o non del tutto motivati dal punto di vista narrativo, l’esordio di Red Light mantiene alta l’attenzione e colpisce in modo efficace dal punto di vista emotivo, lasciando la curiosità di scoprire come proseguirà la storia delle tre donne.

Canneseries 2020 – Partisan

Una comunità apparentemente all’insegna dell’agricoltura biologica e dell’accoglienza nei confronti dei giovani in difficoltà potrebbe nascondere attività criminali e segreti oscuri, e la serie Partisan, presentata in concorso a Canneseries 2020, sviluppa questi spunti narrativi nelle prime due puntate costruendo bene l’atmosfera, pur suscitando qualche perplessità dal punto di vista della costruzione del racconto.
La storia si svolge nell’apparentemente idilliaca area di Jordnära, una comunità privata che ha un fiorente commercio di prodotti agricoli. Johnny (Fares Fares) arriva con il compito di essere uno dei nuovi camionisti, ricevendo inoltre il compito di accompagnare in questo mondo Nicole (Sofia Karemyr) e Maria (Ulvali Rurling), due giovani dalla vita complicata e che sperano di trovare un po’ di pace ed equilibrio in questo nuovo gruppo. Johnny, tuttavia, potrebbe avere dei segreti che non ha ancora rivelato e dei motivi che verranno svelati puntata dopo puntata.

Partisan costruisce bene il contrasto tra l’immagine apparentemente perfetta che circonda la comunità e alcuni dettagli disturbanti che mettono in dubbio i veri scopi di questo gruppo quasi in stile setta.
Le prime due puntate sfruttano con intelligenza le differenze tra Nicole e Maria, che reagiscono in modo quasi opposto all’arrivo a Jordnära, e all’atteggiamento di Johnny, fin dalle prime scene evidentemente impegnato a nascondere qualcosa.
Le interpretazioni dell’intero cast sono convincenti, tuttavia elementi come le attività fisiche tra i giovani o i comportamenti di alcuni personaggi secondari non vengono spiegati in modo adeguato, sembrando così dei semplici stereotipi legati alle organizzazioni in stile setta.

I due episodi gettano comunque delle basi interessanti per lo sviluppo del racconto, come le dinamiche che si creano rapidamente grazie all’arrivo di una teenager dalla personalità ribelle e poco interessata a lasciarsi manipolare, e ai primi dettagli che approfondiscono la vita di Johnny interpretato con convizione da Fares, recentemente apparso anche in show di successo come Westworld e Tyrant.
La serie creata da Amir Chamdin, in base alle prime due puntate, possiede del potenziale interessante che potrebbe dare vita a un progetto in grado di lasciare il segno, ma il rischio che gli autori non siano riusciti a mantenere le redini dei tanti elementi a disposizione è concreto e bisognerà attendere per capire se le interpretazioni dei protagonisti saranno sostenute da uno script in grado di valorizzarle.

Canneseries 2020 – Man in Room 301

Arriva dalla Finlandia la serie Man in Room 301 che si inserisce, purtroppo senza molta originalità, nel filone delle serie drammatiche britanniche che, attraverso un evento drammatico, affrontano i temi della giustizia e delle reazioni emotive agli errori compiuti e alle scelte prese nella propria vita.
Il racconto prende il via nell’estate 2007 quando la famiglia Kurtti stra trascorrendo le proprie vacanze in mezzo alla natura. Il piccolo Tommi, che ha solo 2 anni, viene però ucciso da un colpo di arma da fuoco e il dodicenne Elias, che vive vicino ai protagonisti, viene accusato della sua morte. Dodici anni dopo, nell’estate 2019, i Kurtti pensano di rivedere Elias in Grecia, nella stanza 301 della struttura alberghiera dove alloggiano. La tensione aumenta quindi in modo esponenziale, facendo emergere traumi e rabbia repressa troppo a lungo.

La serie Man in Room 301, creata dall’attrice Kate Ashfield e diretta da Mikko Kuparinen, fatica nelle prime due puntate a costruire una struttura narrativa in grado di sostenere gli aspetti emotivi del racconto: i personaggi sono delineati troppo a grandi linee e i salti temporali tra passato e presente rendono complicato, dopo sole 2 puntate, capire le motivazioni dei protagonisti o le reazioni al dramma avvenuto.
La frammentazione del racconto non aiuta a lasciarsi coinvolgere e, nonostante la serie si basi su uno spunto interessante, il confronto con show di genere analogo, in particolare prodotti nel Regno Unito, non aiuta ad apprezzare il lavoro compiuto dal cast e dalla troupe.

Gli attori offrono una buona interpretazione, tuttavia il mistero al centro dello show non intriga abbastanza da suscitare interesse per i numerosi tasselli della storia e i tanti personaggi secondari. Nel corso della prima stagione, quasi sicuramente, ci sarà lo spazio necessario ad aggiungere sfumature e dettagli utili a rendere l’approfondimento psicologico più convincente e rilevante, tuttavia l’esordio, purtroppo, non è all’altezza delle aspettative.

Canneseries 2020 – Losing Alice

La serie israeliana Losing Alice (L’abed et Alice) prova a capire fino a che punto si è disposti a spingersi pur di ottenere potere e realizzare i propri sogni attraverso una storia in cui le protagoniste sembrano pronte a vendere la propria anima.

I primi minuti del progetto televisivo mostrano una scelta drammatica compiuta da una giovane donna che si toglie la vita sparandosi, ma immediatamente ci si inizia a chiedersi cosa sia “reale” e cosa invece sia frutto dell’immaginazione dei protagonisti, considerando il loro legame con il mondo del cinema.
Alice (Ayelet Zurer) e David (Gal Toren) sono una coppia di incredibile successo: lei è una regista, da tempo distante dal set, e lui è un apprezzato attore particolarmente popolare tra il pubblico. Marito e moglie sembrano avere un’esistenza agiata e felice, ma nella loro vita entra in scena Sophie (Lihi Kornowski), un’aspirante sceneggiatrice che ha firmato uno script ad alto tasso erotico e violento. Un incontro inaspettato a bordo di un treno porta Alice a scoprire l’esistenza del progetto, nonostante il marito fosse già da tempo coinvolto, e la giovane autrice inizia a causare tensioni e dubbi, oltre a essere circondata da un alone di mistero che potrebbe rivelarsi molto pericoloso.

Losing Alice sfrutta le dimensioni di realtà e finzione con inteligenza per addentrarsi nella mente della protagonista in modo affascinante. Le prime due puntate, mostrate a Canneseries 2020, suscitano facilmente curiosità e interesse grazie alla capacità degli sceneggiatori e di Ayelet Zurer di delineare l’immagine di una donna che nasconde la sua insoddisfazione dietro un’apparente perfezione, ritrovando il suo feeling con una professione messa in secondo piano per occuparsi della famiglia e cercando di mantenere il contatto con le proprie passioni e gli istinti messi a tacere a lungo. Intorno a lei vengono proposti personaggi che fin dalle prime battute appaiono ben costruiti: dal vicino che non nasconde il proprio interesse al marito che non sembra accorgersi realmente delle esigenze della moglie pur cercando in ogni modo di essere presente, fino all’enigmatica Sophie le cui motivazioni sono avvolte da un alone di dubbi e di misteri.
Proprio l’incertezza riguardante le ragioni alla base di azioni e dichiarazioni mantiene alto l’interesse su un intreccio in cui non sembrano mancare nemmeno un omaggio al mondo del cinema e una rivisitazione, ma in chiave femminile, delle tematiche legate all’ossessione e alla passione che hanno alimentato più volte film diventati cult nel corso degli anni.

Tra possibili tradimenti, omicidi e ambizioni silenziose, Losing Alice sembra in grado di tenere alta la tensione e la curiosità per gli otto episodi previsti, tuttavia bisognerà attendere per scoprire se il livello si manterrà costante rispetto ai primi due capitoli della storia.

Canneseries 2020 – Atlantic Crossing

La serie Atlantic Crossing, presentata in concorso all’evento Canneseries 2020, porta sugli schermi fatti realmente accaduti proponendo una pagina della storia che permette di riflettere su tematiche particolarmente attuali come la reazione di fronte alle ingiustizie, le conseguenze del prendere una posizione e il desiderio di combattere per la propria famiglia.

Gli episodi hanno al centro della trama la famiglia reale norvegese che, quando la loro nazione viene invasa dai nazisti nonostante abbia dichiarato la propria neutralità, cerca rifugio all’estero.
Re Haakon VII (Søren Pilmark) e suo figlio fuggono a Londra, mentre la principessa Marta (Sofia Helin) e i suoi figli inizialmente tornano in Svezia, paese natale della nobile, facendo però i conti con il desiderio di non causare attriti con Hitler. Marta deve quindi trovare un’alternativa e un aiuto inaspettato sembra arrivare dagli Stati Uniti, grazie al presidente Roosevelt (Kyle MacLachlan).

Le prime due puntate mostrate all’evento Canneseries 2020 convincono grazie a un buon equilibrio tra gli elementi politici e personali, proponendo anche delle scene all’insegna della tensione, come il momento in cui Marta cerca di superare il confine con i propri figli mentre i nazisti si avvicinano pericolosamente, nonostante si sappia già il destino delle persone coinvolte.
Il regista Alexander Eik, coinvolto anche come sceneggiatore degli otto episodi in collaborazione con Linda May Kallestein, riesce a far mettere in secondo piano i privilegi che contraddistinguono la vita dei reali per renderli, agli occhi degli spettatori, una famiglia divisa tra gli obblighi legati al proprio ruolo e il tentativo di pensare alla propria sopravvivenza di fronte alle avversità. Sofia Helin è una protagonista davvero carismatica e i pochi minuti in cui è presente Kyle MacLachlan nelle due puntate presentate al festival riescono comunque ad anticipare una dinamica tra le due figure storiche interessanti e dall’ottimo potenziale narrativo.
La buona qualità tecnica e artistica dimostrata dall’esordio dello show contribuisce a delineare le caratteristiche di un progetto televisivo da non perdere che offre anche degli interessanti spunti di riflessione.

Canneseries 2020 – 257 Reasons to Live

257 Reasons to Live affronta il tema della malattia e della voglia di ricominciare con un approccio in stile dramedy che propone una rappresentazione agrodolce degli eventi che affronta la protagonista.
Al centro della trama c’è Zhenhya (Polina Maksimova) che da tempo è una paziente in fase terminale e, a sorpresa, scopre di essere in remissione. La rivelazione che dovrebbe aprirle le porte per un capitolo finalmente positivo e pieno di opportunità si rivela invece la scintilla che fa scivolare nel caos la sua vita. La giovane fa infatti i conti con un posto di lavoro all’insegna dei pregiudizi e le pressioni mentali, con un fidanzato che le ha nascosto a lungo un segreto e con la necessità di trovarsi un nuovo alloggio. Quando Zhenya trova una lista, che aveva scritto quando aveva scoperto di essere malata, inizia a riconsiderare la possibilità di compiere le 257 cose che voleva fare prima di morire, ma con una visione totalmente diversa del mondo.

I primi minuti della serie delineano molto bene la situazione in cui si trova la trentenne dal punto di vista mentale e fisico: Zhenya viene mostrata mentre sta attendendo il proprio turno in ospedale accanto al fidanzato, certa di dover ricevere delle brutte notizie e mentre sfrutta la sua situazione per poter dire ciò che pensa senza filtri, rivolgendosi anche direttamente agli spettatori rompendo così la quarta parete, espediente però non particolarmente originale e usato senza particolare cura.

Polina Maksimova sostiene con bravura il ruolo di una giovane le cui certezze e convinzioni vanno rapidamente in mille pezzi, dovendo persino fare i conti con pregiudizi infondati tra colleghe di lavoro, pressioni mentali e difficoltà.
Le prime due puntate, pur attingendo a situazioni non particolarmente originali, costruiscono bene le basi per una narrazione dall’ottimo potenziale.
Provare empatia per Zhenya, pur con dei passaggi a vuoto della sceneggiatura, la sua determinazione e voglia di ricominciare è infatti particolarmente facile e i personaggi secondari, seppur solamente abbozzati in queste prime fasi della storia, potrebbero dare vita a delle interessanti dinamiche.
Le sfumature comedy, inoltre, anticipano un’atmosfera ricca di contrasti che contribuisce ad aumentare il coinvolgimento degli spettatori, divisi tra l’affetto suscitato da questa giovane la cui vita sembra andare totalmente storta pur essendo finalmente in una situazione positiva, e l’ironia suscitata dalle surreali situazioni che deve affrontare.

Canneseries 2020 – Moloch

Una delle serie in concorso a Canneseries 2020 è Moloch, una co-produzione tra Francia e Belgio prodotta per Arte e in cui alcuni fenomeni sovrannaturali sconvolgono una piccola cittadina costiera.

Arnauld Malherbe è creatore, sceneggiatore e regista del progetto che prende il via quando, apparentemente senza alcun motivo, delle persone prive di alcun legame tra loro perdono la vita prendendo fuoco. Il mistero si infittisce con l’apparizione della scritta MOLOCH su alcuni muri e Louise, una giovane giornalista dalla personalità ambiziosa, ma vulnerabile, inizia a indagare, sfruttando anche la collaborazione di uno psichiatra, Gabriel.

L’atmosfera creata per lo show è suggestiva e ben calibrata sugli elementi dell’indagine condotta da una ragazza dalla vita complicata e sulle reazioni di una comunità che potrebbe nascondere più di un segreto, divise tra la perplessità di chi non crede a un potenziale fenomeno sovrannaturale e pensa sia un inganno e chi è invece determinato a individuare le cause di quanto sta accadendo. Moloch cerca così di fondere gli elementi del genere crime a quelli di storie che attingono a mitologie e richiami antichi, gettando piuttosto bene le basi per la narrazione nelle prime due puntate.

Il personaggio di Louise è interpretato da Marine Vacth con la giusta dose di apparente freddezza, permettendo agli spettatori di scoprire solo progressivamente cosa si cela dietro lo sguardo un po’ malinconico e ferito della protagonista. Ad affiancarla sono Olivier Gourmet nella parte di Gabriel e Arnaud Valois in quella di Tom, e, almeno nell’avvio della stagione, appare difficile prevedere se le dinamiche esistenti tra i personaggi si evolveranno in modo interessante e coinvolgente.

Moloch, a differenza di altri show dalle tinte sci-fi, non sembra voler sviluppare la narrazione sugli aspetti maggiormente paurosi, facendo piuttosto emergere più di una riflessione sulla situazione di una società che porta dei giovani ad assistere quasi impassibili alla morte di qualcuno che viene avvolto nelle fiamme, immortalando il drammatico momento in un video.
L’elemento legato al giornalismo potrebbe inoltre rivelarsi vincente, tuttavia la vera chiave del potenziale successo dello show sembra essere legata alla costruzione del personaggio di Louise: se la protagonista sarà delineata con attenzione e lontano da possibili stereotipi la serie potrebbe risultare una visione affascinante e soddisfacente.

Canneseries 2020 – La flamme

L’edizione 2020 di Canneseries ha preso il via con la presentazione, fuori concorso, di La Flamme: una serie parodia degli show in stile The Bachelor adattata dall’americana Burning Love.
Al centro della trama c’è infatti Marc, un pilota di aerei di linea single che va alla ricerca dell’amore partecipando a uno show televisivo e ritrovandosi alle prese con concorrenti di vario tipo: dall’anziana milionaria alla giovane bellissima che si sente maggiormente a proprio agio tra le scimmie rispetto agli umani, senza dimenticare donne smemorate, agguerrite, non vedenti, abituate a vivere per strada, empatiche e fin troppo intelligenti per lo svampito single interpretato da Jonathan Cohen.

Un titolo sottovalutato come UnReal aveva puntato l’impietoso sguardo della telecamera sul dietro le quinte dei programmi televisivi di questo genere regalando (almeno nelle prime due stagioni) un racconto attuale, cinico ed emotivamente coinvolgente delle vite di chi lavora dietro la telecamera e dei partecipanti agli show di appuntamenti. La Flamme, invece, si limita a proporre una versione estremamente sopra le righe di The Bachelor per strappare le risate al proprio pubblico, non riuscendoci sempre a causa delle forzature delle situazioni e delle battute. Il cast di primo livello sostiene però il progetto scritto da Jonathan Cohen (impegnato anche come protagonista e regista), Jérémie Galan e Florent Bernard. Tra presentazioni surreali che non permettono nemmeno di comprendere i rispettivi nomi, gare di comicità, appuntamenti rovinati dalla competitività, gare in piscina all’ultimo respiro e potenziali figli adottivi fin troppo anziani, i primi tre episodi dello show rendono molto chiaro l’obiettivo e il tono scelto per avvicinarsi a un genere televisivo che continua, quasi inspiegabilmente, a rimanere popolare. Tutte le persone coinvolte, persino il freddo presentatore, sembano infatti alla ricerca di qualcosa di ben diverso dall’amore e l’unica “concorrente” apparentemente animata da reale interesse senza risultare superficiale, Anne interpretata da Ana Girardot, viene infatti costantemente criticata e sminuita dal vacuo Marc.

La visione, soprattutto per chi non apprezza il genere al centro della parodia, risulta comunque piacevole e la struttura narrativa è scorrevole nonostante l’umorismo proposto sul piccolo schermo non lasci veramente il segno.
La bravura del cast permette di apprezzare più di un passaggio delle prime tre puntate presentate al festival e rimane la curiosità di scoprire se il progetto corale riuscirà a dare il giusto spazio a tutti i membri del cast – che comprende anche volti noti dagli appassionati di cinema come Adèle Exarchopoulos e Leila Bekhti – e chi verrà scelta dall’imbarazzante Marc, e se ricambierà i suoi sentimenti.