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Lance – Recensione – Aspen Film Festival 2020

Marina Zenovich, dopo l’interessante Nella mente di Robin Williams, torna alla regia con il documentario in due parti Lance in cui si racconta la vita di Lance Armstrong, una delle figure più controverse e discusse del mondo dello sport.
Il progetto, presentato recentemente all’Aspen Film Festival, è una visione affascinan te e in grado di spingere a più di una riflessione sulla fama, sui compromessi e sulla velocità con cui la società è disposta a creare e distruggere gli eroi contemporanei-

Il documentario, che può contare sulla collaborazione dell’ex ciclista, segue il percorso compiuto da Armstrong raccontandone anche l’infanzia, non priva di ombre a causa di una situazione famigliare non delle più semplici, e mostrandone i primi successi sportivi. La personalità di Lance viene così motivata e delineata dalla sua dimensione privata, rendendo più comprensibili anche i lati più duri e taglienti del suo carattere, da sempre indicato come uno dei suoi punti di forza e al tempo stesso tra i suoi più grandi difetti. Lance si addentra successivamente nella sua lotta contro il cancro e la fondazione di Livestrong, evidenziando uno degli elementi che alle volte vengono dimenticati nel raccontarne le gesta e ricordando il peso avuto nel raccogliere fondi, sostenere la ricerca e contribuire a una maggiore consapevolezza delle conseguenze fisiche ed emotive della scoperta di avere un tumore. La sua dedizione nei confronti della fondazione che ha sostenuto e la sua disponibilità nel relazionarsi con i fan, di tutte le età, che stavano combattendo per sopravvivere aumentano l’empatia nei confronti di una persona che, nonostante i tanti errori e l’imperdonabile scelta di mentire per anni sull’uso di doping, rimane un essere umano dalle innumerevoli sfumature, diventando così più complicato condannarlo totalmente per quanto compiuto in campo sportivo.
Lance Armstrong assume, nel ritratto compiuto da Zenovich, delle caratteristiche che lo avrebbero reso il protagonista perfetto di una tragedia shakespeariana e persino i suoi amori e il legame con i figli vengono ritratti senza alcun filtro o condiscendenza.

L’ex campione non ha alcun freno nel ritrarre il mondo dello sport come una realtà in cui doparsi era l’unico modo per essere alla pari degli avversari, essendo una pratica diffusa in modo capillare, o nel ricordare come esista una grande ipocrisia nell’innalzare i vincitori al ruolo di eroi nazionali e poi distruggerli senza appello, ignorando totalmente le potenziali conseguenze della situazione. Il documentario dà un breve spazio anche a quanto accaduto a Marco Pantani o Jan Ullrich, e racconta con una certa chiarezza e attenzione quanto accaduto dopo la conferma dell’uso di sostanze illecite da parte di Armstrong.
Grazie alle testimonianze di ex compagni di squadra, conoscenti, membri dei team di cui aveva fatto parte, esperti e giornalisti, il documentario in due parti regala uno dei ritratti più esaustivi dello sportivo che sono stati realizzati negli ultimi anni e obbliga a riflettere sulla realtà del ciclismo professionista, oltre ad alimentare l’interesse nei confronti di Lance Armstrong.
L’ex ciclista, che non ha alcun problema nell’ammettere comportamenti sgradevoli e scorretti, rimane tuttora una voce da ascoltare e tenere in considerazione e sarà interessante scoprirne i futuri progetti che, come rivelato proprio durante l’Aspen Film Festival, riguardano da vicino anche il mondo del cinema.

Summertime, recensione – GuadaLAjara Film Festival 2020

Summertime, dopo la presentazione al Sundance, è stato selezionato dal GuadaLAjara Film Festival 2020 permettendo agli spettatori di vedere un’opera davvero interessante per la sua capacità di mostrare un lato di Los Angeles meno patinato e più vicino alla vita quotidiana, pur addentrandosi in un’atmosfera artistica.
Il film di Carlos López Estrada unisce infatti poesia, musica e recitazione per delineare un ritratto originale e stimolante di un gruppo di ventenni alle prese con amori, tradimenti, sogni di gloria, ricerca di identità, razzismo e una società complessa e spesso spietata.

Un team di autori davvero numeroso, circa 30 persone coinvolte, hanno permesso di dare il giusto peso alla diversità che contraddistigue la città della California e valorizzare alcuni talenti emergenti con monologhi, performance canore e momenti collettivi che emozionano.
La giornata portata sugli schermi è composta da tanti tasselli diversi che spaziano da “scontri” al ristorante a confronti in autobus con un giovane omofobo, dalla resa di conti tra potenziali amanti a tentativi di capire l’utilità del proprio percorso di studi o professionale.
I protagonisti – interpretati da Tyris Winter, Bene’t Benton, Mila Cuda, Gordon Ip, Marquehsa Babers, Bryce Bank e Austin Antoine – riescono a sfruttare bene l’espediente delle performance artistiche per dare voce all’interiorità dei personaggi e l’approccio quasi teatrale viene gestito con bravura dal regista che segue l’emotività e la passione del suo cast con inquadrature dinamiche e ben calibrate sui contenuti proposti.

Summertime, nonostante l’approccio atipico dal punto di vista cinematografico, regala uno sguardo sulla società contemporanea e sulla vita di giovani pieni di passioni, speranze e incertezze, riassumendo in modo efficace e tagliente le contraddizioni di un periodo della vita tra i più stimolanti e intensi, sullo sfondo di una città ricca di fascino, soprattutto se illuminata di notte dalle luci di spettacolari fuochi d’artificio.

Minor Premise, recensione

Minor Premise è l’esordio alla regia di Eric Schultz, filmmaker newyorchese che ne firma anche la sceneggiatura in collaborazione con Justin Moretto, confezionando un’opera sci-fi che non ricorre all’utilizzo di grandi effetti speciali e si concentra invece sugli aspetti scientifici e sull’approfondimento psicologico del protagonista.

Al centro della trama c’è lo scienziato Ethan (Sathya Sridharan) che, per allontanarsi dall’ingombrante ombra del padre, si impegna totalmente nel campo della neuroscienza apparentemente trovando gli elementi alla base della personalità umana. Il giovane, però, senza rendersene inizialmente conto, si ritrova “diviso”, per sei minuti ogni ora, tra le varie caratteristiche.
La sua rivale e partner sul lavoro Ali (Paton Ashbrook) si ritrova così a gestire Ethan, le cui reazioni e scelte risultano assolutamente imprevedibili, mentre il loro capo Malcolm (Dana Ashbrook) causa non poche pressioni nell’attesa di ottenere dei risultati.

La struttura di Minor Premise che, ovviamente ricorda in parte una storia classica come quella del Dottor Jekyll e Mr Hyde, permette di non avere bisogno di un budget molto elevato e di poter concentrare la propria attenzione sulle performance degli attori e sulla gestione dell’intricato puzzle creato per rappresentare i vari aspetti della personalità del protagonista, ben interpretato da Sathya Sridharan. Il compito dell’attore non era particolarmente facile, tuttavia il risultato è di buon livello e in grado di mettere in secondo piano dei passaggi a vuoto dello script e dei personaggi secondari non particolarmente incisivi.
Gli aspetti scientifici sono trattati in maniera credibile e piuttosto efficace, mentre la sceneggiatura firmata da Moretto e Schultz non lascia il segno per quanto riguarda l’evoluzione emotiva della coppia al centro della trama, delineando così dei personaggi un po’ freddi e distaccati.

Minor Premise, tuttavia, grazie alla regia asciutta di Schultz e alla sua capacità di affrontare le conseguenze dell’esperimento di Ethan senza causare troppa confusione negli spettatori, risulta una visione stimolante e interessante, suscitando curiosità per la direzione che prenderà la carriera del filmmaker dopo questa opera prima un po’imperfetta ma intrigante.

Happiest Season, recensione

Clea DuVall firma con Happiest Season la prima commedia natalizia romantica con al centro una coppia omosessuale, distribuita negli Stati Uniti grazie a Hulu, e il progetto con star Kristen Stewart e Mackenzie Davis ricrea infatti alla perfezione gli schemi dei progetti che invadono gli schermi televisivi e cinematografici nel periodo delle feste, offrendo un racconto forse più amaro rispetto a quanto ci si potrebbe aspettare, ma ugualmente in grado di riscaldare i cuori e strappare qualche sorriso.

Al centro della trama c’è la coppia composta da Abby (Kristen Stewart) e Harper (Mackenzie Davis), la cui relazione è ormai consolidata. Le due giovani hanno un approccio molto diverso nei confronti delle feste natalizie: Abby, i cui genitori sono morti ormai da tempo, non ama il clima leggero e gioioso che anima le giornate di dicembre, mentre la sua compagna ama le tradizioni in famiglia e la possibilità di ritrovarsi insieme ai genitori e alle sorelle. Harper, a sorpresa, decide di invitare Abby a trascorrere il Natale a casa sua e Abby decide quindi di cogliere l’occasione per chiederle di sposarla, pianificando persino di chiedere la sua mano al padre dell’amata che non ha ancora incontrato. Il suo amico John (Daniel Levy) pensa sia una pessima idea, ma la ragazza vuole rendere ufficiale il loro legame. Abby, tuttavia, non sa che Harper le ha mentito e non ha detto alla sua famiglia di essere omosessuale per timore delle possibili reazioni. Il padre Ted (Victor Garber) è un politico impegnato a ottenere il sostegno necessario a venir eletto sindaco, sfruttando anche il sostegno della moglie Tipper (Mary Steenburgen) che cerca in ogni modo di trasmettere l’immagine della famiglia perfetta. A pagare il prezzo di questo tentativo di incarnare degli ideali irragiungibili sono anche le sorelle di Harper, l’estroversa e creativa Jane (Mary Holland), costantemente sottovalutata dai genitori, e la fredda Sloane (Alison Brie), che sembra essere considerata solo in quanto moglie e madre. Abby, per amore di Harper, accetta di fingere e di essere la coinquilina di Harper, invitata a trascorrere le vacanze insieme all'”amica” solo perché orfana e reduce dalla fine di una relazione. Mentire sarà però più difficile rispetto a quanto previsto e Abby metterà in dubbio la sua storia d’amore, stringendo inoltre amicizia con Riley (Aubrey Plaza), il primo amore di Harper che ha duramente pagato il prezzo dell’incapacità della giovane di rivelare la verità sui suoi sentimenti.

happiest season poster

La sceneggiatura firmata da Clea DuVall e Mary Holland si muove su binari già visti tra le fila delle commedie romantiche e, pur privando il film di qualsiasi svolta a sorpresa, permette agli spettatori di rilassarsi totalmente durante la visione, rassicurati dal certo lieto fine della storia. Come sempre è però il modo in cui si arriva all’epilogo la parte più importante della narrazione e Happiest Season offre un insieme di situazioni che suscitano un po’ di malinconia per il trattamento riservato a Abby, divertimento grazie alla presenza di John ,che ricorda per più aspetti George nel cult Il matrimonio del mio migliore amico ,e alle stranezze di Jane, e leggerezza grazie al susseguirsi di ostacoli che affronta la coppia.
Kristen Stewart sembra la scelta perfetta per la parte di una ragazza che deve affrontare il crollo delle sue certezze e si ritrova in difficoltà nel tentativo di sostenere e capire la persona che ama, incarnando bene l’amarezza e il dolore provato nella mancanza di coraggio di vivere pienamente il proprio amore. Mackenzie Davis possiede la capacità di rendere l’insicurezza di Harper comprensibile e, in fondo, non del tutto condannabile, trasmettendo inoltre una sensibilità che contribuisce a costruire un personaggio che non si può odiare nonostante i comportamenti scorretti nei confronti di Abby. Alison Brie è come sempre convincente nei panni della fin troppo controllata Sloane, che si sente usata da dei genitori che sembrano preferire la sorella sotto ogni aspetto della loro vita, e Mary Holland è una presenza utile ad alleggerire un’atmosfera in più momenti fin troppo drammatica nel rappresentare la sofferenza vissuta da chi va sempre alla ricerca dell’approvazione degli altri soffocando i propri sentimenti e la propria identità. Aubrey Plaza è poi molto brava nel rappresentare una donna forte che ha trovato il proprio equilibrio nonostante i pregiudizi e le cattiverie, e le scene in cui è protagonista accanto a Kristen Stewart, nel club e durante la festa di Natale, sono tra le migliori del film. La coppia Garber-Steenburgen mette a frutto la propria esperienza e riesce a rendere l’evoluzione dei personaggi realistica e, nonostante i tempi brevi, naturale. Impossibile, inoltre, non lodare Daniel Levy nella parte di John: la star di Schitt’s Creek sa egalare alcuni dei momenti più divertenti, con le sue reazioni alla situazione di Abby e il suo poco talento nell’occuparsi degli animali, ed emozionanti grazie a una sequenza girata accanto a Kristen che lascia il segno per la onestà e intensità.
La regia di Clea DuVall riflette alla perfezione le commedie natalizie più tradizionali sotto ogni punto di vista: dalle sequenze “illustrate” dei titoli di testa e di coda all’uso della colonna sonora, senza dimenticare il crescendo di tensione in famiglia che conduce a un inevitabile confronto e l’ovvia quantità superiore alla norma di buoni sentimenti.

Oltre alla composizione della coppia al centro della trama il film non offre nulla di realmente nuovo e proprio questa “normalità” rende Happiest Season una proposta perfetta per la stagione delle feste, dando finalmente spazio alla rappresentazione dell’amore in tutte le sue forme senza pregiudizi, contribuendo a portare sugli schermi storie in cui tutti possano riconoscersi.

In case of emergency, la recensione – Heartland 2020

La regista Carolyn Jones ha realizzato con il documentario In Case of Emergency un ritratto necessario ed emozionante di chi ha scelto il mestiere di infermiere negli Stati Uniti, seguendo alti e bassi quotidiani e arrivando fino alla prima fase della pandemia che ha avuto un impatto innegabile nel lavoro di professionisti che mettono a rischio la propria vita durante l’emergenza sanitaria.
Il progetto, realizzato nel corso di due anni, non si concentra su un’unica struttura sanitaria ma offre un ritratto ricco di sfumature della quotidianità che contraddistingue il pronto soccorso, dimostrando inoltre come quello che accade tra le mura dell’ospedale rifletta la società contemporanea americana alle prese con violenza, dipendenze, solitudine e povertà, elementi che hanno un peso importante nello stato di salute degli esseri umani.


Gli infermieri intervistati, davanti alla telecamera, parlano apertamente del modo in cui affrontano il lavoro e le conseguenze emotive delle situazioni che devono gestire ogni giorno, mentre la telecamera immortala la bravura con cui affrontano anziani che non hanno nessuno che si prenda cura di loro, madri in ansia, giovani che devono rilassarsi per affrontare esami complicati, persone che cercano di disintossicarsi, tentativi di suicidio e pazienti che bisogna visitare per capire chi ha bisogno di cure immediate. Le testimonianze dei professionisti emozionano e portano così alla luce il lato più umano e vulnerabile di chi ha scelto un lavoro che lascia il segno.

In Case of Emergency regala un ritratto davvero memorabile del mondo del pronto soccorso dove la rapidità di intervento e il talento nel campo della medicina determinano il destino delle persone e, al tempo stesso, sottolinea tutti i problemi del sistema sanitario americano attraverso i racconti di chi è sempre impegnato in prima linea.
Il documentario si apre e chiude con la testimonianza di Cathlyn Robinson, che lavora al St. Joseph’s University Medical Centerson a Paterson, New Jersey, dopo l’inizio dell’emergenza causata dal COVID-19 e immediatamente si può notare la differenza di atmosfera e il senso di impotenza che contraddistingue il periodo che gli infermieri stanno affrontando in tutto il mondo. Nel volto e nei gesti di Cathlyn è impossibile non notare la differenza rispetto alle scene girate in precedenza e le sue parole, misurate e sensibili, affiancano quelle dei suoi colleghi che hanno parlato delle perdite subite negli ultimi mesi e dell’ansia sempre presente in una situazione così incerta e pericolosa.


Carolyn Jones, con il suo documentario, sa mettere in primo piano il coraggio, il determinazione, l’empatia e l’intuizione che rendono gli infermieri un tassello essenziale della società e i loro racconti permettono inoltre di capirne i problemi che andrebbero affrontati e risolti per poter sperare in un futuro migliore, pur essendo consapevoli che il Coronavirus ha peggiorato ulteriormente un sistema che stava già pagando duramente il prezzo di scelte politiche che hanno ben poco a che fare con la salute dei cittadini.

In case of emergency mostra i lati positivi e quelli negativi di una professione che richiede vocazione e dedizione, obbligando chi la pratica a fare spesso i conti con delle conseguenze importanti sulla propria salute mentale e sull’equilibrio esistente nella propria vita, diventando una visione obbligatoria per capire l’importanza di una categoria che merita di essere celebrata ogni giorno, non solo durante un’emergenza.

32 Malasaña Street, la recensione – Nightstream

32 Malasaña Street viene promosso come la risposta spagnola a The Conjuring e, per molti aspetti, il paragone è comprensibile e legittimo, tuttavia il film diretto da Albert Pintó proposto al Nightstream non riesce a mantenere fino all’epilogo della storia la tensione e l’orrore suscitati nella prima metà del racconto.
La storia prende il via nel 1972, a Madrid, nel famoso quartiere che prende il nome da Manuela Malasaña, una sarta che era stata uccisa dall’esercito di Napoleone. Due bambini entrano nell’appartamento 3B del loro condominio, dove vive un’anziana signora, facendo una terrificante scoperta. Quattro anni dopo nell’edificio si trasferisce una famiglia che si è trasferita per cercare di iniziare un nuovo capitolo della propria vita. La madre Candela (Bea Segura) lavora come commessa, il padre Manolo (Ivan Marcos) ha trovato un nuovo lavoro e ha individuato la casa dove abitare con la sua famiglia, composta anche dalla diciassettenne Amparo (Begoña Vargas), il giovane Pepe (Sergio Castellanos), il piccolo Rafael (Iván Renedo) e il nonno Fermin (José Luis de Madariaga). Fin dalla prima sera del loro arrivo nella casa iniziano ad avvenire strani eventi e in breve tempo le situazioni inquietanti prendono una svolta potenzialmente drammatica con la scomparsa di Rafael, attirato da una televisione che misteriosamente ha preso vita. La sorella Amparo sembra il membro della famiglia più coinvolto e consapevole di quanto sta accadendo intorno a lei, mentre il nonno percepisce la presenza di una misteriosa figura femminile e Pepe flirta con una vicina che non ha mai visto, ma sembra conoscere fin troppi dettagli della sua vita.

Il lungometraggio segue con bravura gli schemi ormai collaudati del genere dedicato alle case infestate: scene in cui il montaggio alterna luci e ombre per costruire la tensione, apparizioni a sorpresa, una colonna sonora che scandisce il ritmo degli eventi, bambini presi di mira dalla dimensione sovrannaturale, giovani donne il cui passaggio all’età adulta assume un ruolo importante nell’intreccio narrativo e personaggi consapevoli del lato oscuro dei luoghi che, tuttavia, non entrano in azione prima che i protagonisti vengano letteralmente tormentati e terrorizzati da ciò che li circonda.

Gli spettatori che apprezzano i film di genere e un film costruito e curato in ogni dettaglio per farli sobbalzare più volte apprezzeranno senza troppa difficoltà 32 Malasaña Street. A livello narrativo, ed emotivo, il film perde un po’ di incisività nel momento in cui si spiega l’origine dello spirito inquieto che sta infestando la casa e si inseriscono nell’intreccio tematiche che vengono trattate in modo superficiale e proponendo una critica sociale sviluppata senza alcuna sfumatura e che diventa quasi una metafora della situazione politica affrontata alla fine degli anni ’70 dalla Spagna. Dispiace, inoltre, che i personaggi secondari non diventino mai rilevanti e nemmeno la figura dei genitori, nonostante una rivelazione riguardante il loro rapporto che motiva la necessità di trasferirsi e cambiare vita, suscitano empatia o interesse.
Begoña Vargas, tuttavia, è un’ottima protagonista dalla presenza carismatica e magnetica e la giovane attrice riesce a costruire con la sua performance una potenziale eroina che, inconsapevolmente, deve affrontare i propri demoni interiori prima di confrontarsi con l’intolleranza e l’orrore avvenuti in passato nella speranza di avere, con la propria famiglia, un futuro.
Il film riesce così, nonostante i difetti, a intrattenere e spaventare senza ricorrere a scene troppo violente o effetti speciali esagerati, gettando potenzialmente le basi per un franchise horror.

Reunion, la recensione – Nightstream

Jake Mahaffy, dopo aver attirato l’attenzione con Free in Deed, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, è tornato dietro la macchina da presa di un lungometraggio con Reunion, presentato al festival Nightstream, e si conferma come in grado di creare atmosfere molto suggestive.

Le protagoniste sono una madre e una figlia, Ivy (Julia Ormond) ed Ellie (Emma Draper), che si ritrovano di nuovo insieme dopo molti anni per occuparsi della casa di famiglia prima di venderla. La giovane fa i conti con dei ricordi del passato traumatici legati a quanto accaduto alla sorella Cara (Ava Keane), cercando di trovare una propria pace interiore.

I “fantasmi” che vivono nella casa, ovviamente piena di ombre e isolata, hanno delle conseguenze sulla mente della giovane Ellie ed Emma Draper è molto brava nel gestire gli alti e i bassi della sua situazione emotiva, mantenendo comunque una performance misurata e non sopra le righe. La grande esperienza di Julia Ormond viene inoltre valorizzata dal regista che le ha affidato il ruolo di una madre che smebra voler controllare ogni aspetto della sua vita e quella della figlia. Nonostante in più passaggi la sceneggiatura appaia debole e un po’ nebulosa (come nel caso delle ricerche compiute dalla giovane protagonista), con molti passaggi a vuoto nel racconto, l’insieme della narrazione è ben costruito sul confronto tra le due donne.
Mahaffy compie però l’errore di voler spiegare troppo e privare, negli ultimi minuti, la storia di quell’alone di mistero che aveva sostenuto molto bene il progetto nella prima metà del film, lasciando gli spettatori con una sensazione di insoddisfazione legata al modo in cui l’intera struttura implode su se stessa nell’ultimo atto del racconto.
La fotografia firmata da Adam Luxton (On An Unknown Beach) e la colonna sonora, a tratti quasi ipnotica di Tim Oxton, contribuiscono a rendere Reunion un interessante approccio alle conseguenze dei sensi di colpa e dell’elaborazione del lutto, provando a mostrare se, e in che modo, è possibile trovare il coraggio di perdonare se stessi e iniziare un capitolo inedito della propria vita.

Dinner in America, la recensione – Nightstream

Dinner in America, scritto e diretto da Adam Rehmeier e prodotto anche da Ben Stiller, ha portato la sua carica punk rock nella programmazione del festival Nightstream.
Il lungometraggio si muove in maniera intelligente, ed efficace, sul confine tra commedia dall’umorismo dark e critica sociale, senza dimenticare un pizzico di buoni sentimenti e persino romanticismo.

Simon (Kyle Gallner) sembra un giovane allo sbando diviso tra spaccio di droga, menzogne e problemi in famiglia. Patty (Emily Skeggs) è invece una studentessa dal comportamento insicuro e un po’ goffo che viene bullizzata dai suoi coetanei e incompresa in famiglia, sfogando così la propria frustrazione grazie alla musica del gruppo punk Psyops, provando inoltre un’attrazione molto fisica per il leader della band John Q, di cui non si conosce il volto.
L’incontro casuale tra i due giovani cambierà per sempre le loro vite: Patty trova una sicurezza che pensava di non possedere, mentre Simon trova qualcuno che non viene infastidito o alienato dalla sua personalità eccessiva e sopra le righe.

Dinner in America costruisce bene, nonostante la presenza di battute al limite dell’offensivo e a tratti di cattivo gusto, l’evoluzione dei due protagonisti. A sostenere bene il progetto, oltre a una colonna sonora molto trascinante, sono le interpretazioni di Kyle Gallner (Interrogation), davvero bravo nel far emergere il lato più vulnerabile di Simon e mostrarne i lati positivi nascosti dietro l’apparenza di un cattivo ragazzo senza possibilità di redenzione, e della talentuosa Emily Skeggs (When We Rise), attenta a non far esclusivamente scivolare il suo personaggio negli stereotipi della classica ragazza “perdente” del liceo. La trasformazione di Patty, dal punto di vista narrativo, è piuttosto prevedibile e la “vendetta” nei confronti dei bulli non è un espediente particolarmente brillante, tuttavia Adam Rehmeir costruisce bene la sensazione di spaesamento, confusione e incertezza che contraddistingue l’adolescenza. Il confronto diretto con gli adulti, a tratti apatici e incapaci di creare una connessione con i propri figli, sfrutta bene la bravura di talenti come Lea Thompson per enfatizzare l’approccio tagliente alla tematica della scoperta della propria identità e del passaggio all’età adulta, trascinando il racconto verso un epilogo efficace e, un po’ inaspettatamente, pieno di ottismo.

Anything for Jackson, la recensione – Nightstream

Il film canadese Anything for Jackson, presentato all’appuntamento cinematografico Nighstream, si avvicina al tema della possessione demoniaca e dei satanisti da una prospettiva originale: quella di due anziani coniugi che si affidano alle forze oscure per provare a “riportare” in vita il nipotino.
Per farlo la coppia composta da Audrey (Sheila McCarthy) e Henry (Julian Richings), rapiscono una donna incinta, Becker (Konstantina Mantelos), con lo scopo di compiere un rituale in grado di porre all’interno del corpo del bambino che deve ancora nascere lo spirito del proprio nipote, Jackson. Come prevedibile la situazione sfuggirà ben presto di mano ai protagonisti, dando vita a conseguenze terrificanti e imprevedibili.

Il regista Justin G. Dyck, autore di numerosi film televisivi e nel team di serie come Ponysitters Club, porta sullo schermo la sceneggiatura firmata da Keith Cooper creando nella prima parte del film un’atmosfera ricca di tensione che, progressivamente, viene stemperata in un susseguirsi di apparizioni grottesche e situazioni in più momenti maggiormente vicini all’umorismo dark che al genere horror. Dopo l’efficace sequenza iniziale, in cui si assiste all’apparente serenità della residenza dei due protagonista che viene totalmente spezzata dall’inaspettato e violento rapimento, e al successivo momento in cui Audrey cerca di spiegare le proprie motivazioni alla giovane incinta, Anything for Jackson fatica a trovare una propria collocazione all’interno del genere: il rituale e l’entrata in scena di creature e spiriti suscitano qualche brivido, mentre le motivazioni e i comportamenti di Henry e della moglie fanno emergere un lato più malinconico e psicologicamente all’insegna della sofferenza e delle ferite interiori, scivolando poi nel surreale umorismo dei problemi causati dalle contraddizioni del medico e dal modo in cui deve nascondere delle prove, e nell’incredibile quando si approfondisce il legame degli anziani con un gruppo di satanisti.
Anything for Jackson convince così solo a metà: gli elementi maggiormente legati alla sfera personale dei coniugi sono ben delineati e costruiti dal punto di vista emotivo e narrativo, ma la poca attenzione nel costruire la vittima del rituale e i personaggi secondari suscita un po’ di perplessità. Le apparizioni degli spiriti sono giustificate in parte: se l’entrata in scena della bambina vestita da fantasma inquieta grazie al legame con la storia di Audrey, le altre presenze nella stanza e nell’edificio risultano meno incisive.
A sostenere il film sono però in particolare le interpretazioni di Sheila McCarthy e Julian Richings, i cui volti segnati e sofferenti rendono possibile comprendere le ragioni alla base del tentativo di affidarsi alle forze oscure pur di riempire un vuoto incolmabile nelle proprie vite.
Sospeso tra horror e dramma umano, Anything for Jackson è comunque un film interessante che paga, forse eccessivamente, il prezzo di una sceneggiatura che perde verso l’epilogo il controllo sui vari elementi che compongono la storia.

Rebuilding Paradise, la recensione – CinemAmbiente 2020

Ron Howard continua la sua attività nel campo dei documentari con Rebuilding Paradise, presentato alla 23. edizione di CinemAmbiente.
Il progetto prodotto da National Geographic racconta la devastazione avvenuta nel 2018 a Camp Fire a causa dell’incendio che ha causato il maggior numero di vittime nella storia della California e, soprattutto, il tentativo di una comunità di reagire e rialzarsi nonostante il trauma, i problemi economici, la burocrazia e le conseguenze ambientali.

La prima parte di Rebuilding Paradise segue in maniera realistica e incredibilmente drammatica le prime fasi della tragedia tramite registrazioni dei messaggi radio che informano dello scoppio di un incendio a Camp Creek Road, le conversazioni con il pronto intervento e terrificanti video che immortalano la forza distruttiva delle fiamme, l’angoscia di chi cerca di evacuare e si ritrova circondato dal fuoco e alle prese con il terrore che i pneumatici della propria macchina esplodano o l’asfalto della strada si fonda, il senso di smarrimento e confusione che colpisce chi si ritrova improvvisamente catapultato in una situazione che sembra irreale e i sensi di colpa di chi non può inviare soccorsi a tutte le persone in difficoltà. Sullo schermo scorrono così immagini che abitualmente si associano ai disaster movie hollywoodiani con l’angosciante consapevolezza che, purtroppo, non è una ricostruzione spettacolarizzata ma la straziante realtà che ha causato la morte di 85 persone. Nel momento in cui una famiglia in fuga riesce finalmente a superare l’area pericolosa e a rivedere il cielo oltre la coltre spessa e nera di fumo non si può quindi che provare il loro stesso sollievo, consapevoli che non tutte le storie hanno avuto lo stesso lieto fine.

Il documentario di Ron Howard concentra poi la propria attenzione su quanto accaduto dopo l’emergenza, enfatizzando quanto sia difficile emotivamente e a livello pratico rialzarsi dopo una tragedia di questa portata. La frustrazione dei cittadini di Paradise inizia infatti a farsi strada nella comunità fin da quando le fiamme non sono ancora del tutto spente a causa dell’arrivo del presidente Donald Trump che in diretta televisiva non si ricorda nemmeno il nome dell’area, chiamandola Pleasure davanti all’impietoso sguardo delle telecamere e dei presenti.
Il regista compie la scelta di focalizzarsi sul lato umano del disastro ambientale raccontando alcune delle storie degli abitanti: dal giovane poliziotto, che rivela la sua inaspettata gioia quando è andato alla ricerca del cadavere di una persona che credeva morta potendo invece abbracciarla sana e salva, all’ex sindaco Woody Culleton che ha trovato a Paradise la possibilità di iniziare un nuovo capitolo della sua vita dopo un passato da alcolizzato, senza dimenticare due giovani genitori che non vogliono lasciare la comunità dove volevano costruire un futuro per la propria famiglia o la dirigente scolastica, con un marito che soffre di stress post traumatico fin dalla sua esperienza militare, determinata a offrire ai propri studenti la possibilità di proseguire gli studi e celebrare le proprie vittorie personali nonostante non si possa nemmeno usare il campo da football per la cerimonia dei diplomi. Nel documentario c’è poi spazio per la giovane psicologa che fa i conti con i traumi degli altri e i propri tra mille difficoltà, i giovani che hanno rischiato di morire mentre cercavano di evacuare la propria casa salvando le foto e altri ricordi di famiglia, figlie che non riescono a darsi pace per la tragica morte del padre e genitori preoccupati per il futuro. Rebuilding Paradise si sostiene proprio con questi piccoli ritratti della società americana e la celebrazione della capacità di essere pazienti, resilienti e tenaci di fronte alle avversità, nonostante ci si trovi tutti alle prese con qualcosa di quasi impossibile da elaborare razionalmente. Le fiamme non sono però l’unico ostacolo da superare per ricostruire il proprio “paradiso”: gli abitanti scoprono che la causa della tragedia è legata a un malfunzionamento della rete elettrica gestita dalla PG&E e in che modo i cambiamenti climatici e la gestione del territorio abbiano contribuito a peggiorare il dramma. Chi vuole ricostruire si scontra inoltre con la burocrazia che rallenta ogni fase del lavoro sulle case e sulle strutture e deve persino tenere conto delle conseguenze dell’incendio sulle risorse idriche che hanno reso tossica l’acqua.
Ron Howard accenna a tutti questi elementi senza in realtà approfondirli in modo adeguato, pur immortalando l’incontro dell’azienda che deve chiedere scusa durante un incontro pubblico alla comunità o accennando alla class action lanciata per ottenere un risarcimento economico.
Il regista, come suggerisce il titolo del documentario, cerca invece di riportare in primo piano la forza interiore degli esseri umani concentrandosi sul desiderio di ricostruire, nonostante tutte le difficoltà, la propria vita dopo la distruzione e il dolore. Alternando le piccole vittorie, come la tanto agognata cerimonia dei diplomi, a sconfitte che lasciano il segno, tra cui una morte inaspettata o separazioni dolorose, il documentario va alla costante ricerca dei piccoli indizi che dimostrano come sia possibile non perdere mai la speranza e lottare per un futuro migliore. Rebuilding Paradise ha il merito di non cercare mai di offrire risposte impossibili da dare in modo esaustivo e obiettivo, scegliendo di osservare dall’esterno le reazioni, molto diverse tra loro, dei sopravvissuti e mostrando come ognuno trovi il proprio modo per reagire alla perdita.
Ron Howard, abilmente, sembra quasi affidare ai giovani il compito di individuare una strada diversa da percorrere in futuro svelando sugli schermi come da un’esperienza così negativa si possano trarre degli insegnamenti importanti che contribuiscono a far avvicinare le persone per trovare la forza di affrontare ogni avversità insieme. Al termine della visione, coinvolgente seppur non del tutto soddisfacente, resta comunque la curiosità di scoprire come i protagonisti di Rebuilding Paradise stanno affrontando la pandemia per capire se l’empatia e la solidarietà sono riuscite a sopravvivere anche a un altro duro colpo per una comunità recentemente già messa in ginocchio.