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892 – Recensione – Sundance 2022

John Boyega dimostra una grande maturità con la sua interpretazione nel film 892, ispirato alla storia vera di Brian Brown-Easley.
Abi Damaris Corbin, che ha firmato la sceneggiatura insime a Kwame Kwei-Armah, ha attinto all’articolo di Aaron Gell They Didn’t Have to Kill Him per raccontare una storia di disperazione e mancanza di sostegno da parte delle autorità.
Al centro della trama c’è un ex marine che si è visto negare il suo assegno di disabilità mensile, che ammonta ai 892 dollari che danno titolo al progetto, e si ritrova alle prese con frustrazione, rabbia e angoscia nel pensare al futuro della figlia.
Brian decide quindi di entrare in una banca e cercare di ottenere l’attenzione dei media avvicinandosi a una cassiera, Rosa Diaz (Selenis Leyva), e scrivendo un biglietto in cui sostiene di avere una bomba. L’obiettivo dell’uomo non è però compiere una rapina e lascia uscire tutti dalla struttura, con l’eccezione di Rosa e di un’altra dipendente, Estel Valerie (Nicole Beharie). Brian cerca, inutilmente, di ottenere la visibilità che pensa di meritare e contatta la reporter Lisa Larson (Connie Britton). Le autorità, invece, sembrano essere divise sull’approccio da seguire: Eli Bernard (Michael Kenneth Williams) vorrebbe negoziare e raggiungere una conclusione pacifica, mentre la polizia non sembra disposta ad ascoltare le motivazioni dell’uomo coinvolgendo anche la moglie di Brian, Cassandra (Olivia Washington), che si ritrova a vivere l’esperienza insieme alla figlia Kiah (London Covington) interagendo con persone apparentemente prive di empatia.


Boyega è convincente in ogni momento della drammatica storia, dalla tenerezza con cui interagisce nei flashback e nelle telefonate con Kiah, agli attimi in cui perde totalmente il controllo a causa della crescente frustrazione nel sentirsi ignorato, sottovalutato e sminuito come essere umano dopo essere stato a lungo a servizio della nazione. L’attore britannico passa dall’estrema vulnerabilità a una rabbia minacciosa, oltre a essere davvero intenso nella scena in cui Brian ammette di essere già consapevole di quale sarà l’epilogo della situazione.
Accanto a lui Leyva e Beharie sono altrettanto brave nel delineare due donne divise tra l’empatia che provano nei confronti dell’uomo e il terrore di subire le drammatiche conseguenze delle sue scelte.
Michael Kenneth Williams, nonostante la presenza limitata sullo schermo, è in grado di tratteggiare una presenza sensibile in un contesto spietato e poco attento ai bisogni del prossimo e la sua performance ricorda il talento del compianto attore. La naturalezza e simpatia di London Covington aggiunge un po’ di leggerezza all’intensa storia, mentre Connie Britton e il resto del cast impegnato nelle scene nella redazione non lasciano purtroppo il segno, tuttavia l’attenzione di Corbin alla regia valorizza le performance di tutti gli interpreti.

Il montaggio di Chris Witt, che intreccia anche dei brevi significativi flashback a ciò che accade all’interno della banca, mantiene alta la tensione fino all’epilogo amaro che fa riflettere sull’assistenza che viene fornita ai veterani al loro ritorno a casa, argomento molto attuale e importante.
892 sfrutta a proprio favore la memorabile performance di Boyega per proporre una storia che merita di essere raccontata e conosciuta.

When You Finish Saving the World – Recensione – Sundance 2022

Jesse Eisenberg si mette alla prova come regista di un lungometraggio con When You Finish Saving the World e le ottime interpretazioni del cast riescono a mettere in secondo piano alcuni difetti nella gestione della narrazione.
Juliane Moore interpreta nel film Evelyn Katz, a capo del rifugio per donne in difficoltà Spruce Haven, mentre la star di Stranger Things Finn Wolfhard ha il ruolo di Ziggy, il figlio della donna che trascorre le sue giornata componendo canzoni e cercando di conquistare il cuore di una sua compagna di scuola, parte affidata ad Alisha Boe, molto coinvolta dal punto di vista politico e sociale.
Ziggy, invece, teme che condividere delle posizioni politiche durante le sue dirette sulla piattaforma HitHat potrebbe causargli qualche problema con i suoi 20.000 follower, cifra che ama ripetere con estremo orgoglio a chiunque, provenienti da tutto mondo. Madre e figlio sembrano incapaci di comunicare tra loro, dando vita a incomprensioni e a una freddezza che contraddistingue il loro rapporto. Evelyn prova quindi a soddisfare il suo istinto materno occupandosi di Kyle (Billy Bark), il brillante figlio di un’ospite della struttura, mentre Ziggy si evolve grazie al confronto con l’amata Lila. Entrambi non sembrano però in grado di trovare in famiglia quel tassello mancante nella propria esistenza di cui sentono la mancanza, provando a colmare quel vuoto altrove.

Eisenberg, regista e sceneggiatore del progetto, mette molto di se stesso e dei ruoli avuti durante la sua carriera nella personalità dei protagonisti e nella prospettiva un po’ distaccata e cinica alla vita. Julianne Moore è davvero brava nell’interpretare una donna che si occupa di persone in difficoltà, pur apparentemente non entrando in connessione emotiva con le donne che la considerano la responsabile della loro salvezza. Il personaggio di Evelyn, con le sue difficoltà nel relazionarsi con Ziggy e al tempo stesso la voglia di essere una madre presente, risulta realistico anche nei momenti in cui compie degli errori apparentemente incomprensibili per una donna nella sua situazione. Bryk, nonostante una minore espressività, regge davvero bene il confronto con l’esprienza dell’attrice nelle conversazioni tra i loro due personaggi e le scene con Evelyn e Kyle, come quella al ristorante, fanno emergere il lato meno intransigente e sensibile della protagonista. Wolfhard è altrettanto bravo nel tratteggiare un teenager alla ricerca della propria identità e consapevole della propria mancanza di preparazione e attenzione per le tematiche sociali, oltre a offrire la giusta dose di insicurezza tipica degli anni dell’adolescenza.


When You Finish Saving the World riesce con bravura a proporre la storia di due persone narcisiste che faticano a entrare in connessione con il prossimo, ma la narrazione ha più di un momento debole e passaggio a vuoto. L’ipocrisia che contraddistingue le azioni e la vita dei protagonisti è gestita bene, tuttavia la presenza fin troppo superficiale del padre e marito Roger (Jay O. Sanders), e l’eccessiva stereotipizzazione dei personaggi secondari, tra giovani attiviste e teenager destinati a un futuro segnato dalla realtà in cui sono cresciuti, non permettono al film di lasciare sempre il segno.
Visivamente il film, grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Benjamin Loeb, crea un’atmosfera ben in linea con le emozioni dei personaggi. La narrazione si evolve invece in modo a tratti poco scorrevole fino a un epilogo inevitabile e prevedibile, seppur soddisfacente.
Sospeso tra Lady Bird e un racconto in stile Woody Allen, l’esordio di Jesse Eisenberg dimostra il promettente potenziale dieto la macchina da presa dell’attore e sarà interessante scoprire se si metterà alla prova con atmosfere e racconti di diverso genere.

The Princess – Recensione – Sundance 2022

La vita di Diana Spencer è tornata protagonista sul piccolo e grande schermo negli ultimi anni, tra serie come The Crown e il film di Pablo Larraín con star Kristen Stewart, e ora il documentario The Princess sceglie un approccio totalmente nuovo, e molto efficace, agli eventi che hanno preso il via dopo il fidanzamento con il principe Carlo.
Il regista Ed Perkins ha infatti scelto di usare esclusivamente materiali d’archivio, ripercorrendo quanto accaduto tramite la prospettiva di un osservatore esterno, sottolineando in questo modo il ruolo avuto dai mezzi di comunicazione nel delineare un personaggio che è stato amato, criticato, giudicato e poi trasformato in un’icona dall’opinione pubblica.

The Princess si apre con un significativo filmato che mostra l’attenzione dei paparazzi e delle persone comuni alla presenza di Diana a Parigi, poche ore prima della sua morte quando, fuori dall’hotel Ritz, c’era un muro umano pronto a immortalare l’ex moglie di Carlo o vederne rapidamente il volto. Il film ritorna poi ai primi momenti in cui i media hanno iniziato a rivolgere la propria attenzione nei confronti della giovane che sembrava aver conquistato il cuore dell’erede al trono britannico. Assistere all’evoluzione della sua relazione con Carlo, sapendone già la sua drammatica conclusione, obbliga a riflettere sul modo in cui la realtà diventa automaticamente finzione nel momento in cui le persone iniziano a interpretare, analizzare e commentare ogni comportamento, espressione e gesto compiuto in pubblico. Il documentario, pur offrendo un esaustivo riepilogo di quanto accaduto, mostra infatti una giovane trasformata in una principessa perfetta, con commenti legati alle favole e al suo atteggiamento innocente e timido, destinata a diventare la moglie ideale con la sua bellezza, le origini nobili e una personalità più vicina al popolo che alle rigide regole della famiglia reale. Passo dopo passo, tramite spezzoni di telegiornali e titoli dei quotidiani, si rivolge quindi lo sguardo verso un’attenzione che ha portato a un loop da cui apparentemente era impossibile uscire all’insegna della curiosità delle persone comuni nei confronti di una principessa ai loro occhi ideale e ricerca spasmodica di dettagli che potessero confermare questa visione o, al contrario, far emergere scandali perfetti per attirare ancora di più i lettori e gli spettatori. Il documentario non va alla ricerca di una “verità” legata a quanto stava accadendo nella vita reale, dando spazio in modo particolarmente efficace e coinvolgente a un paradosso che ha contraddistinto la vita di Diana: più emergevano elementi legati alla sua vita privata, con una totale mancanza di rispetto della privacy, più la sua esistenza diventava finzione, una creazione dei fan e dei giornalisti che si erano formati un’idea propria, scambiandola per verità.

Il documentario di Perkins non condanna e non giudica, pur facendo intendere tra le righe il punto di vista del filmmaker riguardante quanto accaduto, diventando una visione necessaria per meditare sulle conseguenze della fama e della popolarità. Il carisma e il fascino di Diana l’hanno resa inevitabilmente una vittima dell’attenzione degli altri e, nonostante i suoi tentativi di gestire a proprio favore in più momenti la stampa, è stata proprio lei a pagarne le conseguenze costringendo la società a meditare. The Princess risulta così davvero interessante per andare oltre le apparenze e capire quanto i singoli cittadini siano in parte responsabile della continua invasione della privacy delle celebrità, non solo dei membri della famiglia reale, considerandole erroneamente in base all’imagine che ognuno crea nella propria mente basandosi su notizie riportate e nessuna conoscenza diretta. Nel documentario c’è spazio anche a un momento in cui Sarah Ferguson ammette nel salotto televisivo di Oprah Winfrey di non essere a conoscenza di quanto stesse realmente accadendo nella vita della cognata, sottolineando che era stata molto brava nel non lasciar trapelare alcun dettaglio, eppure l’opinione pubblica era già stata pronta a giudicare condannare o salvare e si era sentita in diritto di esprimere opinioni e commenti. The Princess non aggiunge nulla alla conoscenza che si può avere di Diana Spencer, tuttavia dice molto sulla società in cui ha vissuto e dovrebbe far riflettere sulla direzione che bisognerebbe prendere per suscitare maggiore empatia e rispetto nei confronti del prossimo, celebrità comprese.

Executive Order: recensione

Il regista Lázaro Ramos, al suo esordio alla guida di un lungometraggio, propone con Executive Order, presentato al Pan African Film Festival, un racconto ambientato in una società distopica in cui in Brasile prende il potere un governo autoritario che decide di imporre a tutti i cittadini che discendono da famiglie africane di abbandonare la nazione, situazione che causa caos, morte e la nascita di un movimento che cerca di resistere e opporsi alle nuove regole.
Alfred Enoch interpreta un avvocato, Antonio, che sembra avere davanti a sé un futuro sereno accanto alla moglie Capitu (Taís Araújo), ma si ritrova diviso dalla donna che ama e costretto a nascondersi nel proprio appartamento insieme al cugino, il giornalista Andre (Seu Jorge), con cui inizia a ribellarsi alle autorità e trasmettere video di protesta che attirano l’attenzione dei media e della popolazione, anche a livello internazionale. Capitu, nel frattempo, trova rifugio in un “afro-bunker” dove si nascondono molti cittadini di origine africana e si inizia a gettare le basi della resistenza.

Executive Order non sfrutta nel modo migliore il proprio potenziale e la struttura narrativa appare suddivisa in parti eccessivamente separate tra loro, proponendo fin troppi spunti e sottotrame che rendono l’insieme piuttosto confuso e incerto.
Uno degli elementi più convincenti è la gestione degli aspetti emotivi della vicenda e grazie a un’ottima performance di Enoch e di Araújo si viene coinvolti nelle loro reazioni al caos che li circonda, tra tentativi di mantenere la propria umanità e disperazione nel constatare che il proprio futuro sembra sia stato spazzato via per sempre. Il rapporto tra i personaggi non è sviluppato del tutto in modo adeguato, rendendo i passaggi maggiormente drammatici non all’altezza delle aspettative e gli elementi sociali e politici sono delineati fin troppo a grandi linee per rendere il contesto realistico e credibile. Executive Order riesce però a sfruttare a proprio favore un atto conclusivo ben costruito sulle basi di un paio di scene di grande impatto emotivo.

Il film di Ramos paga forse più del dovuto il prezzo dell’ambizione che contraddistingue il progetto, non trovando il giusto equilibrio tra commento sociale e dramma personale, tuttavia la bravura di Enoch e un paio di sequenze memorabili rendono la visione un’esperienza interessante e stimolante.

African American: la recensione

Il regista e sceneggiatore Muzi Mthembu propone con African American, presentato al Pan African Film Festival, un racconto al femminile di sogni che si scontrano con i limiti di una società, maschilista e in più occasioni razzista, problemi economici e le tradizioni culturali della famiglia in cui è cresciuta, in cui desideri come quello di lavorare nel campo dello spettacolo non sono visti di buon occhio.
Al centro della trama c’è Nompumelelo (Phumi Mthembu) che, dopo aver accettato un matrimonio combinato per aiutare la sua famiglia, scopre che era stata accettata come studentessa alla Julliard, la prestigiosa scuola d’arte, ma il padre le aveva nascosto la lettera di ammissione, facendole credere di non avere alcuna concreta possibilità di iniziare una carriera come cantante o attrice. La giovane decide quindi di lasciarsi alle spalle una vita che le sta stretta e partire con destinazione New York, subendo le conseguenze della sua ribellione. In suo aiuto, tuttavia, entra in scena Jaquan (Anthony Goss) con cui si stabilisce un rapporto complicato e non privo di conflitti.

African America riesce, inizialmente, a sviluppare bene le tematiche alla base della storia offrendo un ritratto significativo ed emozionante delle difficoltà che affrontano i giovani nati negli Stati Uniti, ritrovandosi divisi tra le proprie origini e un mondo diverso da quello in cui sono cresciuti i propri genitori e nonni. Phumi Mtembu possiede il carisma giusto per trasportare gli spettatori in una quotidianità complicata dal punto di vista emotivo e psicologico e coinvolgerli mentre si assiste ai rifiuti che riceve, alle ingiustizie subite e ai ricatti morali che deve affrontare. Il problema del film, tuttavia, è una sceneggiatura che nella seconda parte del racconto perde compattezza ed esagera portando situazioni ed emozioni sopra le righe e non trovando il modo di far evolvere la storia senza mai perdere il realismo che sembrava caratterizzarlo.
Il cast in più momenti fatica a non scivolare in interpretazioni fin troppo melodrammatiche, pur riuscendo a gestire bene i passaggi maggiormente dedicati ai tentativi di trovare il proprio posto nel mondo, a livello personale e professionale.


Un montaggio con meno passaggi a vuoto dal punto di vista narrativo avrebbe forse aiutato il film, che lascia invece la sensazione di ritrovarsi di fronte a un’opera promettente su cui sarebbe necessario lavorare ancora un po’.

Zack Snyder’s Justice League, recensione: Un malinconico lieto fine o un soprendente nuovo inizio?

Zack Snyder’s Justice League è finalmente arrivato e la visione delle quattro ore che compongono la versione ideata inizialmente dal regista si conferma come un importante passo in avanti rispetto ai precedenti progetti della DC, facendo però emergere due problematiche: l’assenza di un progetto concreto relativo alla realizzazione della continuazione della storia suscitando ancora più dispiacere rispetto a quello provato dopo aver assistito ai problemi di quanto proposto sugli schermi nel 2017, e la consapevolezza che se i vertici di Warner Bros avessero voluto un cinecomic della durata intorno alle due ore, come svelato da numerose indiscrezioni, il materiale girato inizialmente era quasi impossibile da gestire, rendendo quindi comprensibile la scelta del team di Joss Whedon di trasformare radicalmente il racconto.

Nel 2017 uno dei problemi più grandi di Justice League era legato al fatto che gli spettatori non conoscevano abbastanza i personaggi per potersi lasciare coinvolgere nella prima avventura del team creato da Batman e il nuovo film dimostra che era possibile risolvere la questione sacrificando, però, una durata considerata adatta al proprio target e alle esigenze degli spettatori. Mantenere il materiale realizzato da Zack Snyder senza suddividerlo in due lungometraggi (con un cliffhanger ad esempio sul ritorno di Superman) avrebbe, quasi sicuramente, portato a un risultato persino peggiore del tanto discusso Batman v Superman: Dawn of Justice che aveva infatti guadagnato in chiarezza e profondità con l’Ultimate Edition che comprendeva scene tagliate dal montaggio distribuito nei cinema. Pensare di proporre un racconto coerente e convincente tagliando la metà di quanto mostrato in questa nuova versione di Justice League sarebbe stato un ulteriore passo falso rendendo la costruzione delle storie dei protagonisti, l’introduzione dei villain e delle loro motivazioni, e lo scontro finale inevitabilmente affrettati, approssimativi, superficiali e insoddisfacenti. Warner Bros poteva distibuire nelle sale un lungometraggio di quattro ore? A posteriori è impossibile avere una risposta, ma è innegabile che il progetto rappresenti una proposta quasi perfetta per una piattaforma di streaming come HBO Max e, se si trovasse un accordo relativo al budget e si avesse il sostegno delle star, potrebbe dare il via a un progetto ambizioso e coraggioso continuando lo Snyderverse e rendendo giustizia ai personaggi ormai delineati e permettendo ai loro interpreti, in particolare a Henry Cavill e al suo Superman, di concludere l’esperienza sugli schermi nel migliore dei modi.

Zack Snyder’s Justice League non è un film privo di difetti e chi non ama lo stile del suo realizzatore difficilmente riuscirà ad amare anche questa sua nuova fatica, tuttavia riesce a delineare davvero bene i “nuovi” arrivi nel DCEU rappresentati da Flash e Cyborg, e a dare nuove sfumature a figure ormai conosciute dagli spettatori come Wonder Woman e Aquaman. Lo spazio dedicato a ognuno degli eroi è finalmente adeguato per permettere agli spettatori di seguire la narrazione comprendendo le motivazioni di ognuno di loro, le differenze esistenti tra i membri della Justice League e i loro punti in comune. Le tematiche del rapporto tra genitori e figli, già centrale in L’uomo d’acciaio, e della ricerca del proprio posto nel mondo diventano in questo caso essenziali e Snyder le sviluppa in modo esaustivo ed emozionante, sfruttando in particolare la presenza di Cyborg e il maggior spazio dato a figure chiave come quella di Alfred, interpretato in modo magistrale da Jeremy Irons.
Ezra Miller e Ray Fisher, in questa versione, hanno finalmente modo di non rimanere in secondo piano rispetto al trio composto da Superman-Batman-Wonder Woman che era già stato introdotto nei lungometraggi precedenti e nemmeno di essere messi in ombra a causa della carismatica e imponente presenza di Jason Momoa nel ruolo di Aquaman.
La narrazione ha i suoi momenti fin troppo retorici e al limite dello stucchevole, come l’interazione tra Diana e una ragazzina che viene salvata durante un attacco terroristico, ma la sceneggiatura di Chris Terrio riesce a trovare l’umanità anche nei villain come Steppenwolf, meno undimensionale e più minaccioso rispetto a quanto proposto in precedenza. Gli appassionati dei fumetti, quasi sicuramente, troveranno alcune scelte e svolte discutibili, e non mancano i momenti forzati. L’insieme è però godibile e trova un buon equilibrio tra intrattenimento, grazie anche al Barry Allen interpretato da Miller che propone una ventata di leggerezza sopra le righe e inaspettatamente ben calibrata nel contesto, e capacità di offrire spunti di riflessione sul significato di eroismo, sacrificio, seconde occasioni e sulle conseguenze delle perdite subite nella propria vita.
La colonna sonora di Junkie XL, attingendo anche ai temi creati per gli altri film del DCEU, accompagna con una certa bravura l’evolversi della storia enfatizzando il ritmo delle sequenze d’azione, a tratti fin troppo elaborate ed enfatiche, e amplificando le emozioni dei momenti più personali. La fotografia firmata da Fabian Wagner e il formato scelto contribuiscono a mantenere il tratto distintivo di Snyder che contraddistingue il suo approccio al genere cinematografico.


Il cast, senza una storia “mutilata”, si dimostra all’altezza delle aspettative e, pensando al futuro degli adattamenti dei fumetti della DC in fase di sviluppo per Warner, l’elemento che causa maggior dispiacere è l’idea che si abbandonerà totalmente questa versione di Superman. Henry Cavill, nelle parti del film in cui appare, dimostra infatti di essere maturato come attore e di aver costruito un Clark Kent non privo di lati inaspettati, gettando in poche scene, in cui ruba la scena ai suoi colleghi, le basi per una storia del supereroe che avrebbe il potenziale per distinguersi in positivo all’interno del panorama dei cinecomic. Non sfruttare la possibilità di sviluppare le storie di varie versioni del personaggio usando lo stratagemma del multiverso già proposto con le serie televisive tratte dai fumetti della DC, rendendo quindi accettabile l’esistenza di più di vari Batman, Superman e Joker, considerando che Jared Leto riesce finalmente a non risultare una caricatura nell’iconico ruolo nei pochi minuti in cui appare, sarebbe un’occasione sprecata. Clark Kent risulta la colonna portante dello Snyderverse e il personaggio meriterebbe un degno epilogo alla sua storia, a prescindere che questo venga proposto sul grande schermo o su una piattaforma di streaming. La storia di Kal-El, così umano nonostante la sua origine aliena e ritornato in vita per dare speranza all’umanità e onore al popolo di Krypton, poteva davvero essere una delle carti vincenti del DCEU.

La visione di Zack Snyder’s Justice League conferma infine uno dei dubbi che erano da tempo emersi: la costruzione di un universo cinematografico ha bisogno di tempo prima di riuscire realmente a conquistare il proprio pubblico. Non è infatti da escludere che i film usciti nelle sale dedicati a Wonder Woman e Aquaman, ma in parte persino quasi flop come Suicide Squad o indirettamente il successo di Joker, abbiano contribuito a creare un’attenzione e un coinvolgimento maggiore nei confronti dei personaggi e delle loro storie. Le quattro ore che compongono Zack Snyder’s Justice League, sfruttando comunque la suddisvisione in parti che permette di compiere delle utili pause, non risultano così mai noiose e anche i difetti appaiono meno penalizzanti, lasciando l’impressione, arrivati nella già famosa sequenza ambientata nel Knightmare realizzata appositamente dopo l’approvazione ottenuta da HBO Max, di uno spettacolo finalmente in grado di usare a proprio favore gli elementi che hanno portato al successo i fumetti della DC.
I titoli di coda, accompagnati da una struggente cover di Hallelujah, suscitano un insieme di malinconia, catarsi e attesa per capire se si tratta di un lieto fine per Zack Snyder e il suo team, il cui lavoro è stato finalmente ripagato, o a sorpresa un nuovo inizio per i film degli eroi, e dei villain come Deathstroke e Joker, della DC.

Finding Yingying, recensione

Il documentario Finding Yingying immerge gli spettatori nella tragedia di una famiglia raccontando il tragico destino di una studentessa brillante, la cui vita è stata spezzata in modo drammatico e inspiegabile.
La regista Jiayan ‘Jenny’ Shi, al suo debutto dietro la macchina da presa, firma un’opera semplice ma di grande impatto emotivo scegliendo di raccontare la storia di un terribile crimine dal punto di vista umano, delineando il ritratto della giovane vittima e della sua famiglia piuttosto che concentrarsi sulla ricostruzione delle indagini compiute dalla polizia.

Il film racconta quanto accaduto a Yingying Zhan, una studentessa di 26 anni cinese che era arrivata negli Stati Uniti per studiare e sognava di proseguire la sua carriera e potersi sposare con il fidanzato, sperando inoltre di diventare madre. Dopo aver avvisato i compagni di studio che avrebbe fatto tardi dovendo andare a vedere un alloggio che aveva intenzione di affittare per diminuire le spese, la ragazza è però scomparsa. La famiglia di Yingying è quindi volata negli Stati Uniti nella speranza di scoprire cosa le è accaduto e riabbracciarla, ma la verità è più terribile di quanto si possa immaginare.

La regista ha seguito da vicino la famiglia Zhang nei loro tentativi di scoprire la verità e ottenere giustizia, avendo accesso anche ai diari della studentessa e alle testimonianze dei suoi amici per realizzare il documentario.
Finding Yingying prende progressivamente la forma di un racconto sulla perdita nelle sue varie forme, da quella di una persona amata alla fine dei sogni di una vita migliore, arrivando progressivamente all’impossibilità di mantenere la speranza in una famiglia che affronta in modo diverso le tristi conseguenze della scomparsa della studentessa, le cui foto sorridenti rendono ancora più straziante i dettagli di quanto le è accaduto.

Jiayan “Jenny” Shi si immedesima forse fin troppo nel racconto che propone sullo schermo, considerando i punti di contatto tra la sua vita e quella della vittima di un crimine così violento e inspiegabile, perdendo l’occasione di indagare in modo approfondito su quanto abbia pesato sul caso la natura da “outsider” di Yingying, se fosse possibile prevenire un crimine così aberrante e se non ci siano stati ritardi da parte della polizia.
Finding Yingying, con una struttura lineare ed efficace, riesce a emozionare con la sua storia di una famiglia come tante, alle prese con sacrifici e problemi, posta di fronte a un incubo senza fine, riuscendo inoltre a rendere omaggio a una donna brillante che meita di essere ricordata per quello che avrebbe potuto ottenere nella vita.

For They Know Not What They Do – Recensione

For They Know Not What They Do è il nuovo documentario diretto da Daniel G. Karslake (Every Three Seconds, For the Bible Tells Me So) che racconta in modo sensibile ed emozionante la storia di quattro famiglie seguendo il modo in cui hanno affrontato tematiche legate alla sessualità e all’identità personale, facendo inoltre i conti con le proprie convinzioni animate dalla fede.
I quattro racconti, che si intrecciano e sono intervallati anche da interventi di alcuni esperti e religiosi, permettono di compiere un’importante riflessione sugli elementi che influenzano le reazioni nei confronti delle persone LGBTQ e su come la società sia ancora contraddistinta da intolleranza e odio nei confronti del prossimo, arrivando al punto da privare i cittadini dei propri diritti civili.

Il montaggio firmato da Nancy Kennedy permette di seguire in modo coinvolgente e scorrevole le varie fasi della vita di quattro giovani dopo il loro coming out in famiglia. Ryan, il figlio di Linda e Bob Robertson, subisce la pressione dei genitori e la “condanna” della propria chiesa, venendo quindi sottoposto a una terapia di conversione, pratica molto discussa che lo fa scivolare nella tossicodipendenza e nei problemi psicologici.
Vico Baez-Fedos, un giovane di origini portoricane, inizialmente si trova a fare i conti con il rifiuto della nonna, trovando però la comprensione e l’affetto dei suoi genitori Victor e Annette. Il ragazzo sarà poi coinvolto nella drammatica sparatoria avvenuta al nightclub Pulse.
Elliot ha invece superato una fase all’insegna dell’autolesionismo e della sofferenza prima di poter trovare la propria identità grazie al sostegno e all’amore dei genitori Coleen e Harold Porcher.
David e Sally McBride, infine, hanno trovato forza proprio nella fede quando il loro figlio ha rivelato di essere una donna transgender. Sarah McBride è da anni attiva nel mondo della politica ed è stata recentemente eletta senatrice, continuando a lottare per i diritti della comunità LGBTQ e superando molti ostacoli nella propria vita, tra cui un lutto straziante.

Le differenti reazioni delle quattro coppie offrono un ottimo punto di partenza per analizzare il modo in cui la religione abbia ancora un’influenza, non per forza negativa, sulla relazione tra genitori e figli e sulla dimensione legata alla sessualità della propria vita.
Se i McBride hanno permesso a Sarah di avere l’amore e la sicurezza necessaria a vivere pienamente la propria vita, i Robertson con il loro atteggiamento completamente opposto si sono resi conto solo in un secondo momento delle tragiche conseguenze delle proprie convinzioni e azioni. Senza nulla togliere alle altre due esperienze, sono proprio quelle di Sarah e Ryan a lasciare il segno più profondo nella mente e nel cuore degli spettatori, da una parte sollevati per la testimonianza di chi è riuscito a superare gli ostacoli rappresentati dalla chiusura mentale e dall’ignoranza, e dall’altra tristemente testimoni di una progressiva presa di coscienza arrivata troppo tardi e che ha portato alla ricerca di un perdono e di una redenzione, più da parte di se stessi che degli altri, difficile da ottenere.

Le storie proposte offrono uno sguardo sulla società americana ricco di sfumature che a tratti indigna e in altri passaggi commuove, portando alla convinzione che ci sia ancora molta strada da compiere per raggiungere una vera eguaglianza e un mondo che permetta a tutti gli esseri umani di vivere pienamente la propria esistenza.

Seguire il percorso compiuto dai giovani al centro della trama è istruttivo e coinvolgente, grazie al lavoro compiuto da Karslake nel dare voce ai protagonisti con grande sensibilità e calibrando bene le informazioni offerte dagli esperti che permettono di inserire le varie esperienze in un contesto utile a capire le motivazioni alle base delle scelte compiute dagli adulti.

For They Know Not What They Do è una visione necessaria per comprendere meglio le difficoltà affrontate da milioni di giovani in tutto il mondo a causa di ideologie e convinzioni che vanno contro l’amore e il rispetto su cui dovrebbero invece basarsi.

Pieces of a woman, recensione – Venezia 77

Pieces of a Woman è tra i film destinati a lasciare il segno nel cuore e nella mente degli spettatori nel 2021 e che si inserisce tra i titoli da non perdere su Netflix destinati a essere al centro della corsa alle nomination dei riconoscimenti più importanti della stagione cinematografica, posticipata di qualche mese a causa delle conseguenze della pandemia, compresi gli ambiti Oscar.
Vanessa Kirby, già apprezzata dalla critica grazie al ruolo della principessa Margaret nelle prime due stagioni di The Crown, trova nel film diretto da Kornél Mundruczó un ruolo che le permette di dimostrare sul grande schermo il proprio talento e una grande intensità emotiva, elementi messi al servizio della sceneggiatura firmata da Kata Wéber e tratta dall’omonimo spettacolo teatrale di cui si sente più volte, per quanto riguarda la messa in scena, l’influenza.

Al centro della trama del film c’è la coppia composta da Martha (Kirby) e Sean Carson (Shia LaBeouf), pronti finalmente a diventare genitori. La loro felicità si trasforma però in tragedia durante il parto in casa. La vita di Martha va letteralmente in pezzi e il rapporto con il marito e la madre (Ellen Burstyn) paga le conseguenze di un trauma incomprensibile e inaspettato.

Pieces of a Woman si apre con un piano sequenza già al centro di dibattiti e numerosi articoli, ma la vera forza del lungometraggio è nella capacità di portare in scena il senso di smarrimento e i tentativi, così umani e proprio per questo imperfetti, di ricominciare a vivere e trovare un senso a uno dei lutti peggiori che si possano vivere. Vanessa Kirby si immerge totalmente nelle luci e nelle ombre della protagonista e delle sue decisioni a tratti controverse, regalando innumerevoli sfumature a Martha, seguendo l’evoluzione delle sue emozioni senza mai risultare sopra le righe o forzata.
Accanto a lei Shia LaBeouf – i cui sogni di essere in corsa per un Oscar sembrano ormai ostacolati definitivamente dalle accuse di violenza e abusi che gli sono stati rivolti da FKA Twigs – propone un’altra performance di spessore nonostante la figura di Sean sia delineata maggiormente a grandi linee e non sia priva in più passaggi di stereotipi.
Dispiace, invece, che all’esperta Ellen Burstyn sia stato affidato uno dei monologhi maggiormente fuori luogo e il cui contenuto legato agli eventi storici appare poco motivato e superfluo. Sarah Snook, la grande rivelazione di Billions, e Molly Parker, inoltre, avrebbero forse meritato uno spazio maggiore per far emergere i propri personaggi dall’ombra della performance di Vanessa Kirby che si inserisce senza difficoltà tra le migliori degli ultimi anni.

La sceneggiatura di Kata Wéber, pur essendo influenzata dalle origini teatrali, non esita mai a portare in scena anche le decisioni più discutibili compiute da Martha trovando il modo di impedire giudizi frettolosi nei confronti di una donna alle prese con la sofferenza. Nonostante sia un film imperfetto, Pieces of a Woman diventa un affascinante viaggio nella mente e la regia di Mundruczó riesce a sfruttare nel migliore dei modi le interpretazioni del proprio cast che permettono di superare l’eccessiva frammentazione della narrazione conducendo a un finale che potrebbe lasciare persino interdetti con la sua carica di speranza e luce al termine di un percorso così carico di tensione emotiva e oscurità.

Duro, spiazzante e coinvolgente nella sua tragicità, Pieces of a Woman rende Vanessa Kirby uno dei volti che gli appassionati di cinema ricorderanno di più nel 2021, in grado di spingere con i suoi sguardi a riflettere sul significato di maternità e sulla capacità di sopravvivere anche quando tutto nella propria vita è stato spezzato e travolto.

Be Water, recensione

Be Water, il documentario diretto da Bao Nguyen (We Gon’ Be Alright) prodotto per ESPN, racconta la vita di Bruce Lee concentrandosi prevalentemente sulle difficoltà affrontate a causa del razzismo e dell’intolleranza nei confronti delle persone asiatiche esistente negli Stati Uniti, in particolare nel mondo di Hollywood.
Il progetto sfrutta le testimonianze di Linda Lee Cadwell, la moglie della star, di Shannon Lee e di chi ha avuto modo di lavorare e conoscere l’attore, delineandone un ritratto fin troppo lusinghiero e in cui i lati negativi della storia sono stati accuratamente smussati o del tutto eliminati. Se la parte dedicata all’infanzia e ai primi passi nel mondo dello spettacolo di Bruce Lee appaiono interessanti e regalano delle curiosità interessanti poco conosciute, la rappresentazione dei tentativi di sfondare a Hollywood e di quanto accaduto nel giorno della morte risultano invece poco obiettivi e del tutto di parte, tralasciando o modificando dettagli importanti che avrebbero forse fatto calare delel ombre non desiderate sull’immagine fin troppo idilliaca e perfetta proposta della vita di Bruce Lee. Nessun accenno, quindi, all’utilizzo di droghe leggere o amanti, poche parole tra le righe sul carattere complicato dell’esperto in arti marziali e un numero fin troppo esagerato di lodi e apprezzamenti sostengono la narrazione compiuta grazie a materiali d’archivio e alle interviste. Nonostante sia innegabile l’importanza avuta da Bruce Lee e il modo in cui sia diventato un’icona, Be Water propone anche delle informazioni non accurate come quelle riguardanti la serie Kung Fu o quanto accaduto nella giornata in cui l’attore ha perso la vita a Hong Kong, elemento purtroppo non a favore del documentario.
Il coinvolgimento della famiglia, tuttavia, permette di accedere a foto e video, anche privati, che aiutano a far emergere con efficacia la filosofia che animava la determinazione e la voglia di successo di Bruce, senza dimenticare il suo desiderio di ottenere una rappresentazione non stereotipata delle persone asiatiche e un salario equo rispetto ai suoi colleghi.


Be Water, purtroppo, passa rapidamente da un capitolo all’altro della vita della star senza addentrarsi realmente nelle tematiche affrontate, arrivando al tragico epilogo lasciando la sensazione di essere fronte a una versione fin troppo personale degli eventi che non ha mai trovato la giusta distanza necessaria per evitare di apparire come un prodotto girato per soddisfare chi è già fan o per creare un’apologia poco incisiva.