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Lewis Capaldi: How I’m Feeling Now, la recensione

Lewis Capaldi: How I’m Feeling Now avrebbe tutto il potenziale necessario a essere una docuserie davvero significativa ed emozionante. L’occasione non sfruttata non toglie comunque valore al documentario diretto da Joe Perlman, recentemente dietro la macchina da presa della reunion del ventesimo anniversario di Harry Potter.
Il progetto che ha debuttato il 5 aprile su Netflix è infatti un ritratto sincero del cantautore scozzese che ha saputo conquistare tutto il mondo con le sue canzoni e la sua personalità irrestistibile, non esitando nemmeno a mostrarne i momenti di debolezza e i problemi di salute.

How I’m Feeling Now segue Lewis mentre lavora al suo secondo album e affronta i mesi in cui la pandemia ha bloccato ogni tour musicale ed eventi dal vivo.
Dallo sconforto legato a un’evidente sindrome dell’impostore alle conseguenze della sindrome di Tourette, che scopre di avere solo in un secondo momento, sullo schermo si assiste alla nascita dei nuovi brani, si ripercorre il percorso compiuto da quando ha iniziato ad avvicinarsi alla musica ancora bambino al successo globale, offrendo inoltre uno sguardo personale alla sua famiglia e agli amici che lo circondano.
In poco più di un’ora e mezza, il documentario sottolinea tutta l’ironia che contraddistingue Capaldi, che i follower dei suoi social media conoscono bene, e regala uno sguardo onesto a quello che accade dopo aver raggiunto i vertici delle classifiche. Molto spesso si rischia infatti di sottovalutare la pressione psicologica che un artista, specialmente in un’epoca così connessa e competitiva, affronta dopo aver ottenuto una fama forse sperata, ma non priva di lati negativi, e di un senso di solitudine che si fa strada anche nei momenti di maggior successo. Ed è proprio nei momenti in cui Lewis deve fare i conti con la propria insicurezza e l’ansia che ci si rende conto di quante volte il mondo dello spettacolo venga ritratto solo attraverso i suoi aspetti più luminosi o, al contrario, estremo, sorvolando sugli aspetti più umani del lavoro di un artista. L’ansia e i dubbi di Lewis fanno emergere il lato meno glamour dei tour mondiali e dei festeggiamenti per aver conquistato di nuovo la prima posizione in classifica, spingendo ad augurarsi che i propri artisti preferiti riescano a ritagliarsi il proprio spazio nel settore e a mantenersi economicamente con il frutto del proprio talento, ma senza dover fare i conti con le aspettative dei manager, di troppi fan e dei mezzi di comunicazione.

Il documentario con protagonista Lewis Capaldi è comunque una ventata di freschezza con la sua capacità di trovare un equilibrio tra la rappresentazione dell’industria discografica e il racconto personale. Le interviste ai genitori del cantante contribuiscono in modo significativo a dare profondità al ritratto proposto sugli schermi, offrendo una prospettiva maggiormente personale e ricca di sfumature alle situazioni in cui si trova il figlio.
All’appello manca forse uno spazio maggiore dato a chi collabora con Capaldi, dagli amici che sono stati coinvolti nella sua carriera musicale agli autori che hanno contribuito alla produzione dei nuovi brani, e sarebbe stato interessante scoprire qualche retroscena su come è stato “scoperto” e sul rapporto con figure come il suo manager, tuttavia la visione di How I’m Feeling Now scorre in modo piacevole, emozionante e in più momenti davvero divertente, come i momenti in cui Lewis immagina già il montaggio finale del progetto, facendo conoscere in modo più approfondito e lontano degli stereotipi uno dei cantautori più talentuosi emersi negli ultimi anni.

Women Talking: la recensione

Alle volte un film va oltre la sua natura di opera d’arte e diventa un atto necessario dal punto di vista sociale, la cui visione dovrebbe essere incentivata persino nelle scuole. Women Talking – Il Diritto di Scegliere è uno di questi. L’adattamento del romanzo di Miriam Toews firmato da Sarah Polley è un atto di accusa tanto duro quanto poetico, in grado di offrire spunti di riflessione senza tempo sulla violenza, psicologica e fisica, e sulle sue conseguenze.

La trama di Women Talking

La storia, ispirata a eventi realmente accaduti in una comunità mennonita, racconta con sensibilità e profondità rare l’orrore subito dalle donne, e bambine, di una colonia. Nonostante l’esistenza nella comunità sia priva di riferimenti temporali, lo spettatore è informato del fatto che gli eventi si svolgono nel 2010, ma sono tutte le generazioni ad aver subito attacchi durante la notte, dopo essere state addormentate con un sedativo abitualmente usato per le mucche. Al risveglio non si può che fare i conti con le ferite, il sangue, il trauma, la rabbia… Quando viene superato un confine che dovrebbe essere invalicabile le donne si rendono conto che non si può più accettare passivamente e bisogna reagire.

Le donne, che non hanno mai potuto avere un’educazione e a cui è stato detto che andandosene perderanno la possibilità di andare in Paradiso, hanno quindi tre scelte: restare e non fare nulla, rimanere e combattere, o andarsene.
Salome (Claire Foy) è, dopo aver visto da vicino l’orrore più indicibile, pronta a restare e uccidere. Ona (Rooney Mara), incinta dopo la violenza, pensa di poter restare e lottare per avere la possibilità di creare nuove regole e ottenere l’uguaglianza. Mariche (Jessie Buckley), nonostante la convivenza con un marito violento, pensa invece che l’unica opzione sia perdonare.
Prima che gli uomini arrestati siano liberati su cauzione, le donne provano a raggiungere la decisione con una votazione che, non avendo un risultato definitivo, porta a un dibattito a cui assiste, con il tempo di documentare la conversazione, August (Ben Whishaw), un giovane che era stato allontanato dalla comunità con la madre ed è poi tornato, per insegnare ai bambini, essendo inoltre innamorato da sempre di Ona.

Ritratti femminili che emozionano

Sarah Polley si è affidata alla fotografia di Luc Montpellier e alla colonna sonora firmata da Hildur Guðnadóttir per creare visivamente ed emotivamente un’atmosfera di grande impatto, che sottolinea ogni sfumatura della sofferenza, della resilienza e della forza delle donne al centro del racconto.
La regista non cerca mai delle scorciatoie per raggiungere l’animo degli spettatori e lascia che l’evolversi del dibattito avvenga con la giusta dose di pause, rivelazioni, parentesi metaforiche, riflessioni filosofiche e religiose e persino momenti di divertimento.
In scena si susseguono brevi ritratti di donne interpretate con grande bravura dall’intero cast. Claire Foy è ancora una volta da applausi nel trovare l’equilibrio tra dolcezza e rabbia, nell’alternare scene in cui non può permettersi di lasciare spazio al proprio dolore per riuscire a concentrarsi sul bene dei propri figli ai momenti in cui la sua forza diventa incontenibile. Rooney Mara è invece una presenza quasi angelica nel suo tentare di aggrapparsi alla speranza e a un amore che non ha mai realmente conosciuto, pur essendo in grado di darlo agli altri.
Accanto a queste tre figure polarizzanti ci sono le donne di varie generazioni che fanno i conti quotidianamente, e in vari modi, il segno di un patriarcato tossico.
Sarah Polley, nonostante non tutti i passaggi della narrazione si leghino uno con l’altro senza intoppi, riesce a mantenere un buon equilibrio tra tutti gli elementi che animano la riflessione, usando in modo intelligente l’unica presenza maschile, il sensibile August affidato a Ben Whishaw, per cercare di capire quale sia la giusta soluzione a crimini che superano la violenza fisica e a identificare la causa di comportamenti ingiustificabili.

Uno dei migliori film dell’anno

La regista si concentra sui volti, sui piccoli gesti, sul contrasto terribile tra chi sta dialogando in uno spazio ristretto e quasi claustrofobico per provare a porre fine a una catena di sofferenza e l’innocenza dei bambini che giocano all’aperto, rincorrendo solo ciò che li rende felici, apparentemente inconsapevoli che l’orrore è dietro l’angolo. Il risultato è un’opera dura, straziante e fondamentale, che spinge a riflettere sulla natura umana e sulla possibilità che ci sia ancora spazio per la speranza, nel futuro e nella bontà umana.
Women Talking avrebbe meritato più attenzione nella corsa agli Oscar 2023, ma la mancanza di statuette ambite non pregiudica l’ottimo lavoro compiuto da Sarah Polley e dal suo cast, in grado di colpire dritto al cuore e lasciare il segno.

Blonde: la recensione

Raccontare la storia di un’icona non è mai semplice e Andrew Dominik ha accettato la sfida con Blonde, film che prova a raccontare la storia di Marilyn Monroe ispirandosi al romanzo scritto da Joyce Carol Oates e sfruttando l’ottima performance di Ana de Armas.

Destinato a far discutere con la sua rappresentazione senza filtri e in cui gli eccessi, tragici e durissimi, trovano più spazio rispetto ai momenti felici, il film prodotto per Netflix propone in quasi tre ore una rappresentazione di un’eroina tragica sfruttata e abusata, una fiaba nera in cui la giovane innocente viene divorata dal mondo di Hollywood fatto di apparenza, luci brillanti e poco rispetto per l’interiorità e l’intelligenza di chi ha avuto la (s)fortuna di nascere bellissima.

Blonde getta le basi della tragedia che diventerà la vita di Marilyn dando un po’ di spazio alla sua infanzia all’insegna della disperata ricerca di amore che contraddistinguerà anche la sua vita da adulta. Gli alti e bassi della star emergente vengono tratteggiati seguendo le sue relazioni con gli uomini da chi usa il suo corpo in cambio di opportunità a chi professa amore libero e riempie per la prima volta un vuoto emotivo che contraddistingue la sua quotidianità, passando per chi diventa violento per gelosia e chi invece ne apprezza un’interiorità rimasta spesso in ombra senza però riuscire a gestirne gli sbalzi emotivi, arrivando poi alla discussa relazione con il presidente John Fitzgerald Kennedy che contribuisce alla sua definitiva resa nei confronti di un destino fin troppo spietato.

Dominik sembra giocare in modo costante con l’idea che tutti, anche gli spettatori contemporanei, siano in parte colpevoli di quanto accade alle star come Marilyn, ridotte contro il loro volere a uno strumento per guadagnare, intrattenere e private dei loro diritti, persino a tratti della propria dignità. Gli scatti rabbiosi dell’attrice, grazie a un’interpretazione di Ana de Armas attenta a non superare mai il limite anche nei momenti più estremi, diventano così un grido di denuncia e di rabbia nei confronti di una società che rende unidimensionali gli esseri umani, trasformandoli in un’immagine che nasconda ogni possibile difetto per proporre un ritratto di vuota perfezione che diventa una condanna per chi cerca di ottenere rispetto e difendere i propri diritti e la propria dignità. La protagonnista incarna bene l’insieme di innocenza e dolore necessario a sostenere la narrazione tratteggiata dalla scrittrice e dal filmmaker in cui si porta sugli schermi la creazione di un personaggio, a scapito della persona.

Non tutto funziona nel mostrare la trasformazione di Norma Jean Baker in Marilyn Monroe e, nonostante le sequenze che mostrano i problemi mentali della madre e l’abbandono subito da bambina, il vuoto che contraddistingue l’esistenza dell’attrice che la porta inizialmente ad accettare abusi sessuali e situazioni, decidendo poi di sfruttare la sessualità per ottenere ciò che vuole, rimane più un elemento metaforico che una realtà.

Gli elementi inventati o portati all’estremo, come il ménage à trois con i figli di Charlie Chaplin ed Edward G. Robinson, o l’insistenza del regista nell’affrontare le gravidanze in modo fin troppo parziale, penalizzano in modo eccessivo un film che raggiunge in più momenti un’intensità emotiva memorabile, purtroppo limitata da alcune scelte registiche discutibili come quelle legate alla relazione con JFK che assumono caratteristiche quasi vicine alle allucinazioni.

Blonde riesce tuttavia, nonostante i suoi difetti, a proporre una triste e realistica rappresentazione della nascita di un mito il cui lato oscuro è rimasto sempre in secondo piano, volontariamente o a causa della semplice ignoranza in materia, senza dare l’attenzione alle conseguenze a lungo termine. La suggestiva colonna sonora firmata da Nick Cave e Warren Ellis, la fotografia di Chayse Irvin e le interpretazioni di alto livello di tutti i membri del cast, contribuiscono a rendere il film un’opera interessante ricca di spunti su cui riflettere a lungo.

Siccità: la recensione

Paolo Virzì torna alla regia con un film ambizioso: Siccità intreccia infatti più storie sullo sfondo di una Roma alle prese con una mancanza di pioggia che rende la vita di tutti complicata e a volte inaspettata.

Tra i protagonisti ci sono Antonio che, dopo aver ucciso la compagna, non sembra più interessato alla libertà; Loris che affronta i fantasmi del passato; l’attore Alfredo che cerca di aprire un nuovo capitolo della sua carriera sfruttando i social e sua moglie Mila che lavora in un supermercato e va alla ricerca di amore; la dottoressa Sara che si ritrova a combattere contro una malattia infettiva che semina morte e suo marito Luca che ha riallacciato i rapporti con Mila; l’infermiera Giulia che aspetta un figlio e ha delle ferite emotive che non si sono ancora rimarginate, e altre esistenze che si intrecciano e influenzano a vicenda, spaziando tra classi sociali e situazioni sentimentali molto diverse tra loro.

Siccità, sfruttando un po’ le emozioni suscitate durante il periodo della pandemia, prova a tratteggiare il ritratto di una società sospesa tra passato e presente, tra voglia di rivalsa e accettazione di un destino infausto che rischia di minare ogni speranza, il tutto senza mettere in secondo piano le varie sfumature dell’amore, da quello dei genitori per i propri figli alla complessità dei sentimenti tra coniugi e partner di vita. La complessa rete di situazioni ed emozioni, in cui non manca una vena di umorismo esilarante e a tratti molto cinico grazie alle interpretazioni di Valerio Mastandrea e Silvio Orlando, entrambi autori di una performance molto naturale che non appare mai forzata nemmeno nei momenti più surreali .
I personaggi, con un buon equilibrio tra momenti realistici e passaggi onirici, si muovono per le strade e i luoghi più iconici di Roma, mostrando una versione della città in cui le luci degli appartamenti lussuosi si scontrano con realtà disagiate, aride e abitate da insetti ed esseri umani che hanno fatto posto anche a livello emotivo alla siccità che ha colpito la capitale.

Virzì sfrutta bene la bravura dei propri interpreti e la fotografia, sempre attenta e suggestiva firmata da Luca Bigazzi, riuscendo nel suo tentativo di far emergere difetti e contraddizioni di Roma e dei suoi abitanti, pur perdendo in più momenti il controllo della narrazione che si ostacola da sola con una struttura in cui non tutti i tasselli vengono sviluppati in modo soddisfacente, come accade con la parte del racconto dedicato al figlio di Alfredo e Mila o ad alcuni apassaggi dell’odissea di Antonio, mentre altri elementi come la star interpretata da Monica Bellucci che appare una presenza piuttosto stereotipata e, nell’insieme del racconto, superflua.

La colonna sonora di Franco Piersanti accompagna bene Siccità fino al suo epilogo catartico in cui tutti i percorsi individuali, dopo essersi intrecciati e a tratti scontrati, giungono a un finale più o meno convincente, contribuendo al buon risultato ottenuto dalla nuova fatica di Virzì che, anche nei momenti più deboli, riesce comunque a far riflettere con intelligenza e la giusta dose di ironia mostrando esseri umani assettati, non solo a causa della mancanza di acqua.

Call Jane – Recensione – Sundance 2022

Phyllis Nagy, dopo aver firmato la sceneggiatura di Carol, ritorna dietro la macchina da presa con Call Jane, film ispirato alle attività del gruppo Jane Collective che, negli anni ’60 e ’70, ha aiutato le donne in difficoltà offrendo la possibilità di abortire in modo sicuro in un periodo in cui l’interruzione di gravidanza era ancora quasi del tutto illegale.

Per avvicinare gli spettatori a questa drammatica situazione sullo schermo si racconta la storia di Joy (Elizabeth Banks), moglie di avvocato e già madre, che si ritrova inaspettatamente alle prese con una gravidanza che mette seriamente a rischio la sua salute, scoprendo che non ha alcuna voce in capitolo sull’eventuale decisione di abortire. Dopo la drammatica scoperta, mostrata con un’efficace sequenza in cui la donna e suo marito si confrontano con il team di medici (ovviamente completamente formato da uomini) che devono decidere se ci sono gli estremi per intervenire, rendendosi conto che nessuno chiede la sua opinione o indaga sui suoi desideri e problemi, Joy scopre una realtà fatta da incidenti casalinghi compiuti appositamente per obbligare lo staff medico a compiere l’aborto, presunte soluzioni e attività illegali che mettono a rischio la vita delle donne. A cambiare tutto sarà la scoperta dell’esistenza dell’organizzazione che interviene per aiutare chi è in difficoltà offrendo una procedura sicura, assistenza psicologica e sostegno. Joy, dopo aver provato in prima persona l’ingiustizia causata dalle leggi in vigore, prenderà quindi in mano la sua vita impegnandosi attivamente per aiutare chi si trova nella sua stessa situazione.

Il film Call Jane è particolarmente efficace nel ricreare l’atmosfera degli anni in cui si svolge la storia e propone dei ritratti femminili, in particolare quello di Joy interpretata con convinzione e trasporto da Elizabeth Banks, mai unidimensionali. L’evoluzione della protagonista, accompagnata da una colonna sonora che comprende anche dei brani dei Velvet Underground e da citazioni di opere cinematografiche e letterarie come Vertigo, è ben costruita per rendere credibile come la mite casalinga e madre di una quindicenne sia pronta a mentire e rischiare problemi con la legge, lottando per ciò in cui crede. La sceneggiatura di Hayley Shore e Roshan Sethi delinea inoltre con bravura la figura dell’attivista Virginia (Sigourney Weaver), la carismatica leader dell’organizzazione che sa gestire l’attività clandestina e offrire al tempo stesso sostegno emotivo alle donne che si affidano ai suoi servizi. I dialoghi tra i membri della Jane Collective spaziano dal divertimento alle riflessioni sulle tematiche razziali e politiche, e rappresentano uno degli elementi più riusciti del lungometraggio.
I personaggi maschili, dall’avvocato dal buon cuore Will (Chris Messina) all’opportunista Dean (Cory Michael Smith) che compie la procedura clandestina più per soldi che per ideologia, non sono sviluppati nel migliore dei modi pur potendo contare su interpreti che riescono a infondere sfumature e profondità anche a scene fin sviluppate fin troppo a grandi linee. Deludono, inoltre, più del dovuto le presenze di Lana (Kate Mara), che rimane molto in ombra e incarna un po’ troppi stereotipi, e Charlotte di cui non si approfondisce mai realmente la rabbia adolescenziale o i dubbi personali che la portano a compiere anche duri giudizi.

La regista sa però trovare in Call Jane un buon equilibrio tra dramma e leggerezza, non edulcorando mai le paure e i rischi vissuti dalle donne durante un momento così personale come quello di un’interruzione di gravidanza. Il film ha inoltre il merito di ricordare tutte le possibili motivazioni che possono portare una donna a prendere una scelta, mai facile, che ha un impatto così importante sulla propria vita.
Call Jane non è privo di difetti, ma la bravura della regista e delle interpreti portano a superare i punti deboli trasmettendo con forza e convinzione il messaggio alla base del progetto e spingendo a riflettere sui diritti delle donne.

Resurrection – Recensione – Sundance 2022

Rebecca Hall regala uno dei monologhi più intensi, disturbanti e memorabili degli ultimi anni nel film Resurrection, un interessante thriller psicologico che sfocia in atmosfere horror presentato al Sundance 2022 e destinato a far parlare di sé a lungo.

Al centro della trama c’è Margaret (Hall), che lavora per un’azienda farmaceutica e sembra particolarmente controllata e leggermente ansiosa nei confronti di quello che potrebbe accadere alla figlia diciottenne (Grace Kaufman). Margaret si occupa da sola dell’adolescente e ha una relazione con un uomo sposato (Michael Esper). La vita della donna scivola però nel panico e nella paranoia quando nota un uomo misterioso (Tim Roth), legato al suo passato.
Successivamente si scoprirà, con un monologo straziante e incredibilmente intenso, che si tratta di David, con cui ha avuto una relazione 22 anni prima e l’ha sottoposta a abusi mentali ed emotivi, oltre a essere legato alla morte del loro figlio, Benjamin. Margaret è riuscita a fuggire e rifarsi una vita, tuttavia la sua semplice apparizione la fa scivolare in un vortice di ansie e paure, mentre chi è intorno a lei inizia a preoccuparsi seriamente della sua situazione, fino a quando una rivelazione la spinge a prendere una decisione drammatica.

L’interpretazione di Rebecca Hall sostiene con efficacia una narrazione che, affidata a un’interprete meno esperta ed espressiva, avrebbe potuto scivolare persino nel ridicolo. La protagonista, invece, rende credibile ogni passaggio della storia, anche i più surreali, e l’evoluzione del personaggio, dando vita a un crescendo ben gestito dal regista Andrew Semans. Il filmmaker ha inoltre sfruttato con intelligenza la fotografia rarefatta e fredda, che amplifica ancora di più l’effetto drammatico, firmata da Wyatt Garfield e una colonna sonora firmata da Jim Williams mai invadente e ben calibrata sugli eventi portati sullo schermo.
La sceneggiatura di Semans delinea inoltre con attenzione la presenza di David, rendendo credibile la sua capacità di manipolare, la crudeltà che contraddistingue il rapporto con Margaret e il contrasto tra l’esteriorità mite e un’interiorità da sociopatico. Tim Roth appare la scelta perfetta per una parte così cruciale per la buona riuscita del progetto e le scene che lo vedono protagonista rendono credibile l’idea che una donna possa diventarne vittima e rischi di essere annientata mentalmente da una presenza così dominante nella sua vita.
L’ultimo atto della storia sembra destinato a dividere gli spettatori, tuttavia è sostenuto da una struttura narrativa ricca di sfumature che rendono Resurrection un thriller davvero riuscito sulle conseguenze di un trauma, sui danni di una relazione tossica, e sulla capacità di trovare la forza di rialzarsi e iniziare un nuovo capitolo della propria vita.

Dual – Recensione – Sundance 2022

Karen Gillan, la star di Guardiani della Galassia e Doctor Who, si mette alla prova con un doppio ruolo in Dual, film presentato al Sundance Film Festival 2022.
Il lungometraggio diretto da Riley Stearns propone un affascinante insieme di riflessioni morali e pessimismo, faticando però a delineare la sua protagonista.

Al centro della trama c’è la giovane Sarah che sembra avere un’esistenza monotona e priva di momenti significativi, discutendo con la madre e mantenendo una relazione a distanza con il fidanzato Peter (Beulah Koale).
Quando la ragazza scopre di avere una malattia in stato terminale si ritrova di fronte a una possibilità concessa solo a chi sta per perdere la vita: creare un clone di se stessa per alleviare il dolore delle persone amate, in modo che prenda il suo posto.
La nuova versione di Sarah, tuttavia, sembra una versione migliorata dell’originale e riesce a ottenere l’approvazione di Peter e della madre di Sarah (Maija Paunio). Dopo aver scoperto di essere guarita, Sarah è costretta a dover prepararsi a un duello mortale perché solo una di loro potrà restare in vita. Mentre tutte le persone amate le voltano le spalle facendo il tifo per la “copia”, Sarah assume un allenatore (Aaron Paul) per aiutarla a prepararsi al combattimento.

Karen Gillan è molto brava nel gestire il doppio ruolo che le è stato affidato e rende le interazioni tra le due Sarah particolarmente significative e, in certi momenti, persino strazianti mentre si avvicina la resa dei conti finale. L’attrice non ha però a disposizione una sceneggiatura in grado di seguire il cambiamento della protagonista in modo realistico e con le giuste sfumature, lasciando fin troppo spazio alla sua apatia e non chiarendo le motivazioni alla base della totale mancanza di empatia nei suoi confronti da parte del fidanzato e della madre.


La sequenza iniziale di Dual, in cui si assiste a uno dei duelli mortali, sembrava gettare le basi per una rappresentazione ben più cupa e ricca di sfumature delle questioni etiche e morali che emergono quando ci si ritrova a dover combattere contro “se stessi” pur di rimanere in vita. Il film di Riley Stearns fatica nella prima parte della narrazione e sembra trovare forza dal punto di vista dell’approfondimento psicologico dei personaggi dal momento in cui entra in scena l’allenatore affidato ad Aaron Paul. La narrazione, tuttavia, non riesce a sviluppare in modo coerente i vari tasselli che compongono la storia e il finale appare fin troppo affrettato e sostenuto in modo molto debole dagli eventi precedenti.
A livello delle tematiche portate sullo schermo Dual risulta un film molto ambizioso e, nonostante un risultato non all’altezza delle aspettative, comunque stimolante e in grado di mantenere alta l’attenzione.
L’atmosfera creata grazie alla fotografia di Michael Ragen, che crea una realtà quasi sospesa che appare in più momenti quasi offuscata e avvolta da una nebbia, e alla musica composta da Emma Ruth Rundle è inoltre molto suggestiva ed efficace nel trasportare gli spettatori in una società che ha moltissimi punti in comune con la realtà, tra l’attenzione per la violenza e i drammi e l’incapacità di sostenere i cittadini nei momenti difficili.

Dual, tra cupa ironia e momenti sopra le righe, riesce persino a strappare qualche risata, ma dispiace veder sprecato il reale potenziale della storia e la bravura degli attori con una narrazione che, in più momenti, sembra non avere le idee chiare sulla direzione da prendere.

Am I OK? – Recensione – Sundance 2022

Dakota Johnson, dopo Cha Cha Real Smooth, offre al Sundance 2022 un’altra interpretazione di ottimo livello con Am I OK?, il film diretto da Stephanie Allynne e Tig Notaro.
L’attrice ha la parte di Lucy, una trentaduenne che ha un grande talento come artista ma trascorre le sue giornate lavorando senza entusiasmo come receptionist in una spa. La sua amica Jane (Sonoya Mizuno) sembra invece avere le idee chiare riguardanti ciò che vuole nella vita e nel suo futuro c’è una promozione che la porterà dall’altra parte dell’Oceano, a Londra, programmando così il suo trasferimento nel Regno Unito insieme al fidanzato Danny (Jermaine Fowler).
La prospettiva di dover fare i conti con l’assenza dell’amica porta Lucy a riflettere sulla propria vita, ammettendo per la prima volta a se stessa, e agli altri, di essere attratta dalle donne, cercando così il coraggio di avvicinarsi alla collega Brittany (Kiersey Clemons).

La sceneggiatura di Lauren Pomerantz compie un buon lavoro nel mostrare come si modificano gli equilibri esistenti da anni quando si inizia a mettere in dubbio ciò che si riteneva un punto fisso nella propria vita. Dakota Johnson sa trasmettere con bravura le incertezze e il senso di vulnerabilità di Lucy dopo aver avuto il coraggio di ammettere la propria omosessualità, ponendo fine così ai continui tentativi della sua amica di farle compiere dei passi in avanti nelle sue relazioni. La trentenne, complicata e sensibile, diventa una presenza realistica e con cui è facie provare empatia grazie agli sguardi e alla presenza scenica della sua interprete che possiede il mix giusto di fascino e innocenza. La scena in cui Lucy dà spazio alla sua attrazione per Brittany e l’insicurezza che contraddistingue le giornate successive sono delineate in modo intelligente per non far sembrare mai la protagonista ingenua e immatura, ma semplicemente un po’ “persa” in una realtà che cerca di conoscere. La distanza che si forma con la pragmatica Jane, portata sullo schermo senza particolari sbavature da Sonoya Mizuno, riassume con una certa efficacia quello che spesso accade quando un’amicizia di lunga data si scontra con gli inevitabili cambiamenti che avvengono da adulti e Am i OK? dà spazio all’incertezza che si forma quando tutto è nuovo, dalle risposte da dare ai messaggi alle incomprensioni che possono dividere per sempre o far allontanare.

Il film sceglie un approccio lineare alla narrazione, accompagnata da una convincente colonna sonora, e compie forse l’errore di non osare mai troppo, proponendo così un racconto semplice e a tratti emozionante che non sorprende, pur suscitando affetto per le protagoniste e un po’ di nostalgia per quei periodi della vita contraddistinti da un futuro ancora tutto da decidere e contraddistinto da tante strade aperte da percorrere.

Navalny – Recensione – Sundance 2022

Nei giorni in cui il nome di Alexei Navalny è tornato tra le pagine di cronaca, dopo le accuse delle autorità russe di essere un terrorista, al Sundance 2022 è stato presentato il documentario dedicato all’avversario di Vladimir Putin, progetto (con merito) premiato con numerosi riconoscimenti in questa edizione del festival.

Il regista Daniel Roher ha avuto modo di intervistare e seguire l’avvocato e politico mentre si trovava in Germania dove, nel 2020, stava ristabilendosi dopo un tentato omicidio compiuto avvelenandolo.
Dopo essere uscito dall’ospedale, Navalny ha collaborato con il giornalista e hacker Christo Grozev, che fa parte del gruppo chiamato Bellingcat, per provare a fare chiarezza su quanto gli è accaduto. Le indagini compiute hanno così portato alla scoperta dell’identità di alcuni uomini che sembravano aver seguito Alexei fino a Tomsk. Uno dei momenti più inaspettati, ed efficaci, del documentario è proprio il momento in cui Navalny si finge un funzionario del governo e chiama i possibili colpevoli fingendo di voler capire perché l’oppositore non sia morto. Uno degli uomini che ha compiuto il viaggio seguendolo in Siberia, Konstantin Kudryavstev, inaspettatamente ammette di aver agito come pianificato, anche se il risultato non è stato quello sperato.
L’attentato è inoltre mostrato grazie al drammatico video girato a bordo dell’aereo dove si trovava il politico quando ha iniziato a fare i conti con i terrificanti dolori fisici, come dimostrano le strazianti urla di Navalny. Sullo schermo spazio poi alla corsa in ospedale, alla lotta della moglie Yulia per provare a vedere il marito e assicurarsi che stia ricevendo le cure necessarie, temendo che la sua permanenza in un ospedale russo potesse rivelarsi mortale, l’intervento di Angela Merkel, il viaggio in Germania e le analisi che hanno portato alla conferma della sostanza, Novichok, usata per provare a far uscire di scena l’avversario di Putin.

Navalny, oltre agli elementi che farebbero la gioia di qualsiasi sceneggiatore di thriller politici, è però molto di più. Fin dall’inizio, infatti, sullo schermo si dà spazio alla personalità di Alexei che ha una visione molto chiara della pericolosità della sua situazione e, nonostante tutto, non perde la sua ironia e la sua determinazione. Nei primi minuti, posto di fronte a una domanda “scomoda”, Navalny si rende conto che la risposta potrebbe essere usata nel caso in cui venisse ucciso. L’attivista, che è un avvocato e ha iniziato la carriera politica per contrastare corruzione e criminalità, sa il valore e l’importanza delle sue parole e delle sue azioni, regalando così in più momenti delle riflessioni importanti sull’importanza delle scelte degli individui sulla società e sul far emergere la verità e lottare per la giustizia.

Roher permette di avvicinarsi alla figura del protagonista della sua opera in modo intelligente ed esaustivo, ripercorrendone la campagna, i comizi in cui è particolarmente attento a far esprimere ai presenti le critiche nei confronti di Putin senza dichiarare frasi che possono incriminarlo, la totale mancanza di rispetto da parte del suo avversario che decide di non pronunciarne mai il nome in segno di disprezzo e superiorità, l’attacco subito nell’aprile 2017 quando gli è stato spruzzato un liquido tossico in viso causandogli dei danni alla vista nell’occhio destro, i raid al suo ufficio e al suo team, l’esclusione da ogni articolo nei quotidiani e servizio televisivo, l’impossibilità di organizzare eventi e il continuo stato di tensione e pericolo che contraddistingue la sua vita quotidiana. Le situazioni proposte spingono inevitabilmente a far riflettere su quanta forza d’animo e resilienza sostengano l’attivista nella sua lotta contro il regime e il documentario permette inoltre di scoprire la prospettiva dei membri della sua famiglia, dalla moglie Yulia ai figli, tra cui la diciannovenne Dasha che studia negli Stati Uniti e sembra aver accettato con grande maturità le conseguenze della lotta del padre, nonostante l’ansia e la malinconia che emergono in alcune delle sue dichiarazioni.

L’atto finale del documentario segue Alexei Navalny dopo la decisione di tornare in patria, mostrando passo dopo passo il viaggio con destinazione Mosca mentre all’aeroporto i suoi sostenitori affrontano le autorità venendo arrestati, respinti e silenziati. La regia di Roher, con un sapiente montaggio che spazia dallo sguardo del protagonista in volo al suo team che assiste agli eventi seguendoli grazie ai telegiornali, non dà spazio alla speranza. L’arresto dell’avversario di Putin, nonostante la razionalità che porterebbe a confidare nella giustizia, è inevitabile mentre Alexei e la moglie cercano di rilassarsi guardando Rick and Morty o scherzano con gli altri viaggiatori chiedendo scusa per i problemi causati.

Il lavoro compiuto dal filmmaker risulta importante e necessario grazie alla sua capacità di equilibrare il lato umano, con le dimostrazioni di affetto nei confronti della moglie persino in tribunale, con quello politico e sociale e impone all’attenzione del pubblico internazionale la figura di un uomo disposto a lottare contro un regime autoritario condividendo un messaggio universale che merita di essere ascoltato, apprezzato e condiviso.

Cha cha real smooth – Recensione – Sundance 2022

Ci sono film imperfetti che riescono, nonostante i loro difetti, a conquistare il cuore degli spettatori e diventare una di quelle opere che si ritorna a guardare più volte nella vita, ottenendo ogni volta lo stesso senso di calore e gioia. Cha Cha Real Smooth fa parte di questa categoria e, dopo la presentazione al Sundance Film Festival 2022, sarà interessante scoprire l’accoglienza che verrà riservata al progetto scritto, diretto e interpretato da Cooper Raiff con una distribuzione a livello internazionale.

Al centro della trama c’è il romantico e ingenuo, persino un po’ immaturo, Andrew (Raiff) che, dopo aver finito i suoi studi universitari si ritrova a tornare a vivere a casa della madre (Leslie Mann), dormendo sul pavimento nella stanza del fratello minore David (Evan Assante), e non risparmiando battute sarcastiche al patrigno Greg (Brad Garrett). Il giovane, che sperava di trovare un lavoro e raggiungere la ragazza che ama a Barcellona, si è invece alle prese con un deludente lavoro in un fast food. A dare una svolta alla sua vita è la scelta di accompagnare David a un Bar Mitzvah dove fa la conoscenza di Domino Dakota Johnson) e di sua figlia, affetta da autismo, Lola (Vanessa Burghardt). La simpatia e la sensibilità di Andrew riescono a conquistare l’attenzione della giovane, che viene emarginata e persino bullizzata dai suoi compagni di scuola, e della madre, oltre a fargli ottenere un lavoro part time come animatore proprio ai Bar Mitzvah dei compagni di scuola del fratello. L’incontro tra Domino, che è fidanzata con Joseph (Raul Castillo), porterà il protagonista a compiere un percorso personale in grado di farlo maturare e iniziare a capire cosa vuole realmente nella sua vita.

Raiff crea con il personaggio di Andrew un personaggio quasi in stile Charlie Brown: sfortunato in amore e nella vita, dall’onestà disarmante, a suo agio più con i ragazzi dell’età del fratello (come sottolinea in modo esilarante una scena nella parte finale del film che lo ritrae in macchina sul sedile posteriore tra i bambini), ancora incerto su cosa vuole nella vita e adorabilmente imperfetto. Il filmmaker è una vera e propria rivelazione in Cha Cha Real Smooth grazie alla sua capacità di creare un feeling realistico ed emozionante con tutti gli altri membri del cast. Cooper accanto a Dakota Johnson crea un misto di attrazione e amore platonico che rende ogni interazione tra i due magnetica e all’insegna di un sentimento dal destino apparentemente segnato fin dall’inizio, mentre con Vanessa Burghardt ed Evan Assante diventa un amico confidente che non tratta quasi mai con superiorità i ragazzini, nonostante la loro giovane età. Le scene con Leslie Mann, inoltre, sono particolarmente ben scritte e interpretate, rendendo credibile il rapporto madre-figlio, e nelle scene in cui è insieme ai coetanei il protagonista incarna tutte le incertezze di una generazione che sogna di cambiare il mondo, ma è bloccata in una realtà insoddisfacente che delude tutte le loro aspettative.

Il personaggio di Andrew, che sostiene l’intera narrazione, è stato scritto in modo davvero brillante e intelligente grazie all’equilibrio tra pregi e difetti. Gli spettatori non si trovano così di fronte a un principe azzurro pronto a difendere i più deboli dall’alto di una sua superiorità fisica e morale, ma un ragazzo normale che perde la pazienza quando ha una giornata storta, beve troppo, non è nemmeno particolarmente bravo a letto, ma è un amico vero, fedele, leale e con un animo romantico che gli permette di provare empatia ed entrare in sintonia con il prossimo.
Dakota Johnson, dopo The Lost Daughter, torna a interpretare una madre e riesce a delineare una giovane donna vulnerabile e alle prese con incertezze e dubbi. Le scene in cui Domino si confida con Andrew fanno emergere con piccoli sguardi e silenzi tutti i dubbi di una persona diventata madre molto presto e che da tempo sta affrontando responsabilità e l’ansia di essere abbandonata e affrontare nuovamente da sola gli ostacoli quotidiania.

Cha cha real smooth si allontana dagli stereotipi e le strade già percorse dalle commedie romantiche per offrire un approccio più realistico, e per questo così emozionante, al significato dell’amore nelle varie fasi della vita, sulle conseguenze delle scelte che compiamo ogni giorno e sull’importanza della resilienza e della forza d’animo che ci spinge ad andare avanti anche nei momenti difficili. La riflessione sul concetto dell’anima gemella, il passaggio da un’idea di amore totalmente ideale e simile alle favole a quello reale, e per questo imperfetto, e un epilogo senza sbavature impongono all’attenzione il talento di Cooper Raiff, un nome sicuramente da tenere d’occhio nei prossimi anni.

Il film si concede il tempo di far compiere a tutti i protagonisti un’evoluzione naturale e mai forzata, contraddistinta da un passo in avanti e tanti indietro, facendo ridere, commuovere e riflettere senza mai risultare stucchevole, prevedibile o banale.
La sceneggiatura ha più di un punto debole, in particolare nella gestione della figura materna e dei suoi problemi, ma il risultato è una storia semplice e al tempo stesso unica, impreziosita da una colonna sonora accativante e da tanti momenti di leggerezza che rendono la visione davvero piacevole e scorrevole, elementi che rendono Cha cha real smooth un’opera destinata a entrare di diritto nella lista dei titoli da non perdere in questo 2022.