Category Archives: Cinema

Get the Hell Out, recensione – TIFF 20

Da Taiwan arriva una commedia a tinte horror ricca di azione e riferimenti alla cultura pop: Get the Hell Out diretto da I-Fan Wang e presentato al Toronto Film Festival 2020.
Il film ruota intorno al parlamento dove alcune delle sessioni finiscono, come riportato anche nelle notizie di cronaca, più volte in rissa. Yu-wei (Bruce Hung) lavora da molti anni nell’ambiente e recentemente si è trovato al centro di un acceso dibattito a causa della costruzione di un impianto chimico. L’incontro con l’opposizione rappresentata da Ying-ying (Megan Li) non va come sperato perché il padre della donna vive in un villaggio che verrebbe distrutto se il progetto venisse approvato. Una serie di eventi rovina la reputazione di Ying-ying e segna la vittoria del gruppo guidato dall’ex gangster, diventato primo ministro, Li (Wang Chung-huang). Yu-wei viene invece promosso e diventa un membro del parlamento. Poco dopo un misterioso virus si diffonde tra i politici e Yu-wei e Ying-ying devono collaborare per riuscire a sopravvivere.

Get the Hell Out non offre forse particolari elementi originali, ma la commedia horror riesce comunque a divertire e intrattenere con le sue situazioni sopra le righe, le interpretazioni a tratti esagerate e la grande quantità di sangue. Rimanendo un po’ sulla scia di cult del genere come quelli diretti da Edgar Wright, Get the Hell Out non esita a usare la satira politica in momenti iper violenti e surreali. Tra personaggi dipendenti dalla televisioni, idealisti e cinici, la narrazione prosegue con un montaggio rapido che non permette mai di dare spessore ai personaggi.
Per un pubblico internazionale, inoltre, i tanti riferimenti alla cultura popolare locale, con passaggi legati ai social media e a star della musica, potrebbero causare un po’ di confusione e limitare l’effetto comico delle battute.
L’elemento politico è invece affrontato in modo diretto e senza filtri trasformando i parlamentari in zombie che attaccano e uccidono, senza alcuna considerazione.
La regia di I-Fan Wang sa costruire dei momenti ben coreografati che trascinano gli spettatori verso un epilogo che, nonostante il divertimento, non lascia il segno pur soddisfando gli appasionati di b-movie folli e che sanno riflettere in qualche modo la società in cui sono ambientati.

Memory House, recensione – TIFF 20

João Paulo Miranda porta sul grande schermo con il suo Memory House le tensioni razziali esistenti in Brasile con un racconto evocativo e che merita una visione sul grande schermo per apprezzarne gli aspetti visivi suggestivi e la fotografia che enfatizza la bellezza degli spazi e dei paesaggi.

Il protagonista è Cristovam (Antônio Pitanga), un uomo di colore di origini indigene che, dopo essersi trasferito, lavora nel sud del Brasile come dipendente di una fabbrica. Dopo trenta anni la crisi economica gli fa però perdere la sua fonte di guadagno ed è quindi costretto a rifugiarsi in una casa in cui alcuni oggetti gli ricordano il proprio passato e le origini da cui si è, in un certo senso allontanato, rendendosi conto che nulla è cambiato nel tempo pur essendo trascorsi secoli. Cristovam deve infatti fare i conti con odio, razzismo e intolleranza da parte della sua comunità.

La poca esperienza di João Paulo Miranda Maria, di cui Memory House è il primo film di finzione, ha in parte ostacolato la buona riuscita del progetto. Gli elementi legati alla cultura e alla società brasiliana non sono sviluppati in modo cristallino e narrativamente coinvolgente, lasciando sille spalle di Pitanga il compito di sostenere un progetto significativo che nei suoi passaggi migliori sa costruire un ritratto drammatico e intenso di un uomo sempre ai margini, della vita e della sua comunità.

La splendida fotografia firmata da Benjamín Echazarreta contribuisce a infondere a Memory House un fascino che aiuta a colmare i passaggi a vuoto della sceneggiatura e i momenti meno comprensibili per chi non conosce il folklore e la storia brasiliana, essendoci un elemento legato al colonialismo che ha annientato molti aspetti della cultura delle comunità indigene.
Gli aspetti che danno spazio alle radici strappate e all’isolamento del protagonista rimangono poco sviluppati e il percorso che conduce all’atto finale non è dei più agevoli, considerando inoltre la presenza di personaggi secondari delineati a grandi linee e poco presenti.
La visione sul piccolo schermo, resa obbligata dalla versione digitale dell’edizione 2020 del Toronto Film Festival, non ha forse permesso la visione migliore di un’opera che fa di suggestioni e di rappresentazioni di luoghi e spazi le colonne portanti di un dramma umano ricco di potenziale rimasto in parte inespresso nel suo passaggio dalla sceneggiatura al grande schermo.

Spring Blossom, recensione – TIFF 20

Suzanne Lindon è regista, sceneggiatrice e interprete di Spring Blossom, film che aveva scritto quando aveva solo 15 anni e che e offre un interessante approccio alla storia di un incontro tra due persone di età ed esperienze diverse che, a vicenda, si aiutano a crescere e maturare.

La storia segue infatti una sedicenne, Suzanne, che è annoiata dalla vita, dalla scuola e dai suoi rapporti con la famiglia e gli amici. Tutto cambia quando incontra un attore, trentacinquenne, chiamato Raphael (Arnaud Valois), che sta preparandosi per uno spettacolo in cui interpreta un personaggio che nell’antica Grecia si innamora di un ragazzino. I due protagonisti scoprono, a sorpresa, di essere in grado di dare vita a un legame stimolante, nonostante la differenza di età. Suzanne si ritrova così sospesa tra l’età adulta e l’adolescenza, dovendo cercare di capire ciò che vuole veramente.

Lindon, essendo inoltre autrice dello script, sa sicuramente delineare una protagonista ricca di sfumature di cui è facile capire le motivazoni e le emozioni. La teenager al centro della trama incarna bene le paure, i desideri e i dubbi che una ragazza può affrontare negli anni che la conducono all’età adulta. La regista fa evolvere in modo convincente la relazione con Raphael, evitando con bravura molti stereotipi e possibili svolte già mostrate in altri lungometraggi.
La breve durata del film, tuttavia, affretta situazioni e smorza molte emozioni, rendendo più complicato rispetto al previsto provare empatia nei confronti di Suzanne. Le sequenze maggiormente “sognanti” e quasi in stile fiabesco, con movimenti coreografati e surreali, in alcuni momenti appaiono poi inseriti senza molta cura in un contesto prevalentemente realistico, tuttavia il risultato finale è un’opera piacevole e stimolante dal punto di vista intellettuale, obbligando lo spettatore a riflettere su ciò che rende la quotidianità entusiasmante e in grado di spingere a vivere la propria esistenza al massimo.

True Mothers, recensione – TIFF 20

Naomi Kawase ritorna alla regia con True Mothers per raccontare una storia al femminile che affronta il tema della maternità e dell’amore adattando il romanzo scritto nel 2015 da Mizuki Tsujimura.

La coppia composta da Kiyokazu (Arata Iura) e Hikari (Aju Makita) non riesce a concepire un figlio e decide quindi di affidarsi ai servizi di Baby Baton che mette in contatto future madri che, per vari motivi, non possono mantenere il neonato che stanno per dare alla luce. I coniugi crescono così Asato (Reo Sato), senza potersi attendere un ritorno in scena della madre biologica Hikari (Aju Makita).

La regista, nonostante la sua grande esperienza, non riesce a gestire nel modo migliore la presenza di varie dimensioni temporali che si intrecciano causando un po’ di confusione dal punto di vista narrativa e limitando di molto l’impatto emotivo degli eventi. True Mothers si concede il tempo di approfondire i vari tasselli della storia, ma la drammaticità della vita della giovane Hikari, rimasta incinta troppo presto e in una situazione davvero complicata da affrontare facendo i conti con una gravidanza.


Le interpretazioni del cast sono di buon livello e gli elementi emotivi sono costruiti con attenzione dalle protagoniste che cercano di far superare il limite causato da un montaggio privo di personalità che si limita a seguire gli eventi senza contribuire a sottolineare le scene più importanti.
Le tematiche dell’adozione e delle gravidanze affrontate quando si è ancora quasi delle bambine vengono inoltre diluite in un contesto caratterizzato da troppi elementi narrativi non del tutto necessari, ostacolando ulteriormente il coinvolgimento degli spettatori.
True Mothers diventa così un’opera dall’ottimo potenziale che viene però un po’ gettato al vento perdendo di vista gli elementi più rilevanti di un racconto che rimane purtroppo sulla superficie dell’idea di maternità e del legame tra genitori e figli.

Wildfire, recensione – TIFF 20

Due sorelle e una nazione, in ambedue i casi che cercano di superare i propri traumi e un passato complicato, sono alla base di Wildfire, il debutto alla regia di Cathy Brady che non riesce a superare del tutto i limiti della propria sceneggiatura pur potendo contare su due performance davvero intense da parte delle protagoniste.

Il film prende il via con il ritorno di Kelly (Nika McGuigan) a casa, in Nord Irlanda, prendendo alla sprovvista la sorella Lauren (Nora-Jane Noone). Le due giovani sono separate dal punto di vista anagrafico solo di un anno, ma non potrebbero essere più diverse. Lauren conduce una vita tradizionale e tranquilla, mentre Kelly ha sempre avuto più problemi. Il confronto tra le due farà emergere traumi e rimpianti.

La prematura scomparsa di Nika McGuigan a causa di un cancro rende la visione di Wildfire ancora più malinconica e suscita un po’ di dispiacere per l’occasione non colta del tutto pienamente dalla regista. Cathy Brady ha avuto l’ambiziosa idea di creare un parallelo tra la vita delle due protagoniste e la situazione del Nord Irlanda e questo elemento, evidente nell’inserimento di alcune scene slegate dalle semplice dinamiche esistenti in famiglia, non è del tutto gestito nel migliore dei modi all’interno di una narrazione che fatica inoltre nel sviluppare gli elementi drammatici. I contrasti tra le due sorelle sono fin troppo esasperati e privi di quelle sfumature che avrebbero potuto rendere le interpretazioni di Noora-Jane Noone e Nika McGuigan emotivamente più coinvolgenti e tematicamente rilevanti.
L’elemento del lutto subito dalle due sorelle, ovviamente collegato alla violenza avvenuta nell’area, viene ribadito più volte e declinato in modi differenti parlando dell’assenza del padre fin da quando erano bambine e dall’improvvisa scomparsa della madre ed entrambe le perdite sono rappresentate in modo purtroppo non approfondito. Più attenzione, invece, è stata data all’elemento legato alla salute mentale e dell’incapacità di trovare la propria identità e le proprie radici.

Cathy Brady dimostra comunque un buon talento nel saper intrecciare due dimensioni così complesse con una certa originalità, tuttavia l’inesperienza le impedisce di dare compattezza a una storia che appare fin troppo frammentata per tematiche ed emozioni. Wildfire dimostra il buon potenziale della regista e, nonostante il risultato non sia all’altezza delle aspettative, viene sostenuto da delle interpretazioni che sanno mettere al centro le emozioni di due sorelle la cui storia, seppure soltanto a tratti, riesce a emozionare.