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892 – Recensione – Sundance 2022

John Boyega dimostra una grande maturità con la sua interpretazione nel film 892, ispirato alla storia vera di Brian Brown-Easley.
Abi Damaris Corbin, che ha firmato la sceneggiatura insime a Kwame Kwei-Armah, ha attinto all’articolo di Aaron Gell They Didn’t Have to Kill Him per raccontare una storia di disperazione e mancanza di sostegno da parte delle autorità.
Al centro della trama c’è un ex marine che si è visto negare il suo assegno di disabilità mensile, che ammonta ai 892 dollari che danno titolo al progetto, e si ritrova alle prese con frustrazione, rabbia e angoscia nel pensare al futuro della figlia.
Brian decide quindi di entrare in una banca e cercare di ottenere l’attenzione dei media avvicinandosi a una cassiera, Rosa Diaz (Selenis Leyva), e scrivendo un biglietto in cui sostiene di avere una bomba. L’obiettivo dell’uomo non è però compiere una rapina e lascia uscire tutti dalla struttura, con l’eccezione di Rosa e di un’altra dipendente, Estel Valerie (Nicole Beharie). Brian cerca, inutilmente, di ottenere la visibilità che pensa di meritare e contatta la reporter Lisa Larson (Connie Britton). Le autorità, invece, sembrano essere divise sull’approccio da seguire: Eli Bernard (Michael Kenneth Williams) vorrebbe negoziare e raggiungere una conclusione pacifica, mentre la polizia non sembra disposta ad ascoltare le motivazioni dell’uomo coinvolgendo anche la moglie di Brian, Cassandra (Olivia Washington), che si ritrova a vivere l’esperienza insieme alla figlia Kiah (London Covington) interagendo con persone apparentemente prive di empatia.


Boyega è convincente in ogni momento della drammatica storia, dalla tenerezza con cui interagisce nei flashback e nelle telefonate con Kiah, agli attimi in cui perde totalmente il controllo a causa della crescente frustrazione nel sentirsi ignorato, sottovalutato e sminuito come essere umano dopo essere stato a lungo a servizio della nazione. L’attore britannico passa dall’estrema vulnerabilità a una rabbia minacciosa, oltre a essere davvero intenso nella scena in cui Brian ammette di essere già consapevole di quale sarà l’epilogo della situazione.
Accanto a lui Leyva e Beharie sono altrettanto brave nel delineare due donne divise tra l’empatia che provano nei confronti dell’uomo e il terrore di subire le drammatiche conseguenze delle sue scelte.
Michael Kenneth Williams, nonostante la presenza limitata sullo schermo, è in grado di tratteggiare una presenza sensibile in un contesto spietato e poco attento ai bisogni del prossimo e la sua performance ricorda il talento del compianto attore. La naturalezza e simpatia di London Covington aggiunge un po’ di leggerezza all’intensa storia, mentre Connie Britton e il resto del cast impegnato nelle scene nella redazione non lasciano purtroppo il segno, tuttavia l’attenzione di Corbin alla regia valorizza le performance di tutti gli interpreti.

Il montaggio di Chris Witt, che intreccia anche dei brevi significativi flashback a ciò che accade all’interno della banca, mantiene alta la tensione fino all’epilogo amaro che fa riflettere sull’assistenza che viene fornita ai veterani al loro ritorno a casa, argomento molto attuale e importante.
892 sfrutta a proprio favore la memorabile performance di Boyega per proporre una storia che merita di essere raccontata e conosciuta.

When You Finish Saving the World – Recensione – Sundance 2022

Jesse Eisenberg si mette alla prova come regista di un lungometraggio con When You Finish Saving the World e le ottime interpretazioni del cast riescono a mettere in secondo piano alcuni difetti nella gestione della narrazione.
Juliane Moore interpreta nel film Evelyn Katz, a capo del rifugio per donne in difficoltà Spruce Haven, mentre la star di Stranger Things Finn Wolfhard ha il ruolo di Ziggy, il figlio della donna che trascorre le sue giornata componendo canzoni e cercando di conquistare il cuore di una sua compagna di scuola, parte affidata ad Alisha Boe, molto coinvolta dal punto di vista politico e sociale.
Ziggy, invece, teme che condividere delle posizioni politiche durante le sue dirette sulla piattaforma HitHat potrebbe causargli qualche problema con i suoi 20.000 follower, cifra che ama ripetere con estremo orgoglio a chiunque, provenienti da tutto mondo. Madre e figlio sembrano incapaci di comunicare tra loro, dando vita a incomprensioni e a una freddezza che contraddistingue il loro rapporto. Evelyn prova quindi a soddisfare il suo istinto materno occupandosi di Kyle (Billy Bark), il brillante figlio di un’ospite della struttura, mentre Ziggy si evolve grazie al confronto con l’amata Lila. Entrambi non sembrano però in grado di trovare in famiglia quel tassello mancante nella propria esistenza di cui sentono la mancanza, provando a colmare quel vuoto altrove.

Eisenberg, regista e sceneggiatore del progetto, mette molto di se stesso e dei ruoli avuti durante la sua carriera nella personalità dei protagonisti e nella prospettiva un po’ distaccata e cinica alla vita. Julianne Moore è davvero brava nell’interpretare una donna che si occupa di persone in difficoltà, pur apparentemente non entrando in connessione emotiva con le donne che la considerano la responsabile della loro salvezza. Il personaggio di Evelyn, con le sue difficoltà nel relazionarsi con Ziggy e al tempo stesso la voglia di essere una madre presente, risulta realistico anche nei momenti in cui compie degli errori apparentemente incomprensibili per una donna nella sua situazione. Bryk, nonostante una minore espressività, regge davvero bene il confronto con l’esprienza dell’attrice nelle conversazioni tra i loro due personaggi e le scene con Evelyn e Kyle, come quella al ristorante, fanno emergere il lato meno intransigente e sensibile della protagonista. Wolfhard è altrettanto bravo nel tratteggiare un teenager alla ricerca della propria identità e consapevole della propria mancanza di preparazione e attenzione per le tematiche sociali, oltre a offrire la giusta dose di insicurezza tipica degli anni dell’adolescenza.


When You Finish Saving the World riesce con bravura a proporre la storia di due persone narcisiste che faticano a entrare in connessione con il prossimo, ma la narrazione ha più di un momento debole e passaggio a vuoto. L’ipocrisia che contraddistingue le azioni e la vita dei protagonisti è gestita bene, tuttavia la presenza fin troppo superficiale del padre e marito Roger (Jay O. Sanders), e l’eccessiva stereotipizzazione dei personaggi secondari, tra giovani attiviste e teenager destinati a un futuro segnato dalla realtà in cui sono cresciuti, non permettono al film di lasciare sempre il segno.
Visivamente il film, grazie all’ottimo lavoro del direttore della fotografia Benjamin Loeb, crea un’atmosfera ben in linea con le emozioni dei personaggi. La narrazione si evolve invece in modo a tratti poco scorrevole fino a un epilogo inevitabile e prevedibile, seppur soddisfacente.
Sospeso tra Lady Bird e un racconto in stile Woody Allen, l’esordio di Jesse Eisenberg dimostra il promettente potenziale dieto la macchina da presa dell’attore e sarà interessante scoprire se si metterà alla prova con atmosfere e racconti di diverso genere.

The Princess – Recensione – Sundance 2022

La vita di Diana Spencer è tornata protagonista sul piccolo e grande schermo negli ultimi anni, tra serie come The Crown e il film di Pablo Larraín con star Kristen Stewart, e ora il documentario The Princess sceglie un approccio totalmente nuovo, e molto efficace, agli eventi che hanno preso il via dopo il fidanzamento con il principe Carlo.
Il regista Ed Perkins ha infatti scelto di usare esclusivamente materiali d’archivio, ripercorrendo quanto accaduto tramite la prospettiva di un osservatore esterno, sottolineando in questo modo il ruolo avuto dai mezzi di comunicazione nel delineare un personaggio che è stato amato, criticato, giudicato e poi trasformato in un’icona dall’opinione pubblica.

The Princess si apre con un significativo filmato che mostra l’attenzione dei paparazzi e delle persone comuni alla presenza di Diana a Parigi, poche ore prima della sua morte quando, fuori dall’hotel Ritz, c’era un muro umano pronto a immortalare l’ex moglie di Carlo o vederne rapidamente il volto. Il film ritorna poi ai primi momenti in cui i media hanno iniziato a rivolgere la propria attenzione nei confronti della giovane che sembrava aver conquistato il cuore dell’erede al trono britannico. Assistere all’evoluzione della sua relazione con Carlo, sapendone già la sua drammatica conclusione, obbliga a riflettere sul modo in cui la realtà diventa automaticamente finzione nel momento in cui le persone iniziano a interpretare, analizzare e commentare ogni comportamento, espressione e gesto compiuto in pubblico. Il documentario, pur offrendo un esaustivo riepilogo di quanto accaduto, mostra infatti una giovane trasformata in una principessa perfetta, con commenti legati alle favole e al suo atteggiamento innocente e timido, destinata a diventare la moglie ideale con la sua bellezza, le origini nobili e una personalità più vicina al popolo che alle rigide regole della famiglia reale. Passo dopo passo, tramite spezzoni di telegiornali e titoli dei quotidiani, si rivolge quindi lo sguardo verso un’attenzione che ha portato a un loop da cui apparentemente era impossibile uscire all’insegna della curiosità delle persone comuni nei confronti di una principessa ai loro occhi ideale e ricerca spasmodica di dettagli che potessero confermare questa visione o, al contrario, far emergere scandali perfetti per attirare ancora di più i lettori e gli spettatori. Il documentario non va alla ricerca di una “verità” legata a quanto stava accadendo nella vita reale, dando spazio in modo particolarmente efficace e coinvolgente a un paradosso che ha contraddistinto la vita di Diana: più emergevano elementi legati alla sua vita privata, con una totale mancanza di rispetto della privacy, più la sua esistenza diventava finzione, una creazione dei fan e dei giornalisti che si erano formati un’idea propria, scambiandola per verità.

Il documentario di Perkins non condanna e non giudica, pur facendo intendere tra le righe il punto di vista del filmmaker riguardante quanto accaduto, diventando una visione necessaria per meditare sulle conseguenze della fama e della popolarità. Il carisma e il fascino di Diana l’hanno resa inevitabilmente una vittima dell’attenzione degli altri e, nonostante i suoi tentativi di gestire a proprio favore in più momenti la stampa, è stata proprio lei a pagarne le conseguenze costringendo la società a meditare. The Princess risulta così davvero interessante per andare oltre le apparenze e capire quanto i singoli cittadini siano in parte responsabile della continua invasione della privacy delle celebrità, non solo dei membri della famiglia reale, considerandole erroneamente in base all’imagine che ognuno crea nella propria mente basandosi su notizie riportate e nessuna conoscenza diretta. Nel documentario c’è spazio anche a un momento in cui Sarah Ferguson ammette nel salotto televisivo di Oprah Winfrey di non essere a conoscenza di quanto stesse realmente accadendo nella vita della cognata, sottolineando che era stata molto brava nel non lasciar trapelare alcun dettaglio, eppure l’opinione pubblica era già stata pronta a giudicare condannare o salvare e si era sentita in diritto di esprimere opinioni e commenti. The Princess non aggiunge nulla alla conoscenza che si può avere di Diana Spencer, tuttavia dice molto sulla società in cui ha vissuto e dovrebbe far riflettere sulla direzione che bisognerebbe prendere per suscitare maggiore empatia e rispetto nei confronti del prossimo, celebrità comprese.

Caro Evan Hansen non è perfetto, ma è un racconto attuale e necessario

Caro Evan Hansen, dopo il successo ottenuto a Broadway, approda sul grande schermo con un film diretto da Stephen Chbosky (Noi siamo infinito, Wonder) che mette a frutto la sua sensibilità per adattare una storia non priva di insidie e che deve fare i conti con le difficoltà legate a un passaggio dal palco alle sale non sempre vincente.
La presentazione al Toronto Film Festival (in Italia l’appuntamento è per la presentazione ad Alice Nella città in attesa della distribuzione ufficiale nei cinema il 2 dicembre) e il debutto negli Stati Uniti ha ottenuto un’accoglienza non del tutto positiva, ma a prescindere dal risultato finale non del tutto all’altezza del valore della produzione teatrale, la storia del giovane che soffre di ansia sociale, interpretato a teatro e sul set cinematografico da Ben Platt (The Politician) possiede tutti gli elementi necessari a rendere la visione utile, significativa e necessaria agli adolescenti, e non solo, per il modo in cui affronta in modo realistico, e a tratti persino cinico, le difficoltà quotidiane che le persone vivono nella società contemporanea.

Al centro della trama c’è il giovane Evan (Platt) che si ritrova, involontariamente, a essere coinvolto nella vita della famiglia di un suo compagno di classe, Connor (Colton Ryan), che si è tolto la vita. Il teenager, incapace di far soffrire ancora di più i genitori del teenager (Amy Adams e Danny Pino), finge di essere stato in segreto il miglior amico di Connor e, quella che inizialmente sembrava una bugia innocente, inizia ad avere delle conseguenze inaspettate, facendolo avvicinare a Zoe (Kaitlyn Dever), la ragazza dei suoi sogni, all’amico di famiglia Jared (Nik Dodani) che lo aiuta a creare una finta corrispondenza per mantenere la bugia, ad Alana (Amandla Stenberg) che coglie l’occasione per provare a fare la differenza tra i corridoi della scuola, e a se stesso, pur allontanandolo dalla madre Heidi (Julianne Moore), che da quando il padre di Evan li ha lasciati fa fatica a gestire la sua situazione di madre single che deve lavorare e prova in tutti i modi a sostenere un ragazzo sensibile e alle prese con l’ansia.

Il musical con le canzoni di Benji Pasek e Justin Paul è riuscito a trovare il modo di entrare in connessione con gli spettatori portando in scena una rappresentazione dura e realistica di cosa vuol dire provare a diventare adulti ed essere genitori in una società in cui la pressione sociale sta aumentando esponenzialmente grazie ai social media, in grado di promuovere iniziative positive e al tempo stesso, in molti casi, di minare profondamente l’autostima e la sicurezza di chi li utilizza, diventando una finestra in cui ci si propone al mondo spesso venendo totalmente ignorati o, ben peggio, criticati.
Caro Evan Hansen pone al centro della propria storia proprio il bisogno di essere visti, ascoltati, notati e capiti che accomuna tutte le persone, a ogni età, dando spazio a come questo istinto umano possa avere un risvolto positivo creando empatia e legami e, al tempo stesso, rischiare di far sentire ancora più soli ed emarginati. Il racconto firmato dal duo Pasek e Paul con lo sceneggiatore Steven Levenson porta in scena un gruppo di personaggi che non diventano mai “eroi” e continuano a compiere errori, faticando a trovarare l’equilibrio in grado di tenerli a galla nonostante le tante difficoltà.
Caro Evan Hansen ha il grande merito di rappresentare la fatica che, soprattutto i giovani, vivono nel tentativo di entrare a far parte di un gruppo e sentirsi accettati dai propri coetanei, spesso sacrificando nel complicato processo il compito ben più importante di trovare la propria identità e strada per un futuro sereno.

Il musical non propone mai modelli, ma persone a pezzi per vari motivi, dalla fine di un amore alle dipendenze, dall’ansia sociale alle liti in famiglia, e, soprattutto, ritraendo le insicurezze profonde che spesso si nascondono dietro un’apparente normalità e serenità.
Non ci sono adulti da prendere a esempio, non si dà spazio a teenager modelli di vita, non c’è spazio per insegnanti in grado di ispirare o leader da seguire, ma persone comuni e complicate che affrontano perdite, lutti, solitudini e istinti suicidi senza mai avere a portata di mano la risposta alle proprie domande, che sembra sempre sfuggente e sempre più lontana. Distanziandosi dai classici schemi dei racconti di formazione, le vicissitudini che affronta Evan sono un mix di sbagli animati da buone intenzioni e paure profonde, di cui non si comprende la portata fino a quando forse è troppo tardi. La rete complessa di relazioni e rimpianti che emergono progressivamente viene sostenuta da un’idea importante e che spesso viene trattata in modo stucchevole e stereotipata: nessuno merita di essere dimenticato o “scomparire”. Partendo da Waving through the window e passando poi per la hit You Will Be Found, fino a For Forever, i brani di Pasek e Paul esprimono in modo accurato e coinvolgente le emozioni provate da chi deve fare i conti con solitudine, incomprensione, depressione e ansie che hanno un impatto a volte devastante nella vita, soprattutto dei più giovani. L’aggiunta di The Anonymous Ones, canzone ideata in collaborazione con l’attrice Amandla Stenberg, enfatizza ancora di più il desiderio di ricordare agli spettatori che bisogna andare oltre l’apparenza per capire veramente una persona, non lasciandosi ingannare dall’immagine costruita per gli altri.

Caro Evan Hansen, pur avendo al centro il tema del suicidio, non è una storia sul lutto e sulle conseguenze della morte spesso all’insegna dell’ipocrisia e dei finti rimpianti, ma si concentra invece sul desiderio di vivere, amare e creare dei legami e uscire dalla convinzione di essere totalmente invisibili, condannati ad andare incontro agli ostacoli da soli rimanendo anonimi e senza che nessuno si accorga di quanto ci sta accadendo. Non si tratta di un ritratto di singoli individui, ma di diverse generazioni che faticano a trovare punti di contatto, tra genitori distanti che non capiscono del tutto i propri figli, teenager che cercano ognuno a proprio modo il giusto approccio a un periodo di cambiamenti, vuoti che si cerca di colmare e sensi di colpa che si spera di placare, personaggi come Zoe costretti a crescere troppo in fretta che nascondono il dolore e usano la propria resilienza per riuscire ad affrontare i momenti bui, pur essendo consapevole delle conseguenze dell’assenza di un affetto in famiglia e tra fratelli che alle volte si dà per scontato. E poi c’è Evan Hansen, con il suo disagio interiore, il desiderio di aiutare gli altri senza nemmeno essere in grado di aiutare se stesso, e un bisogno d’amore che in più occasioni offusca la necessità di imparare ad ammettere i propri limiti e accettarsi. Presenze tratteggiate dagli autori e dagli interpreti con delicatezza e comprensione, senza mai giudicare nemmeno quando le scelte compiute sono profondamente sbagliate. Non c’è, infatti, un approccio edulcorato agli eventi portati in scena e, pur non dando troppo spazio alle conseguenze, si sottolinea in più momenti come sia impossibile giustificare certi errori, anche se ne comprendono le motivazioni alla base.
Il film, come il musical, non è perfetto e non cerca nemmeno di esserlo, ma ha la grande forza di ribadire a gran voce che c’è sempre spazio per la speranza e, anche nei momenti di maggiore sconforto, c’è chi è in grado di aiutare a superare i passaggi più bui della propria esistenza e trovare il proprio spazio nel mondo. Un messaggio, quello di Caro Evan Hansen di cui c’è sempre più bisogno e che va trasmesso, ascoltato e sostenuto per provare a dare vita a un cambiamento necessario nel modo in cui ci relazionamo tra esseri umani.

Executive Order: recensione

Il regista Lázaro Ramos, al suo esordio alla guida di un lungometraggio, propone con Executive Order, presentato al Pan African Film Festival, un racconto ambientato in una società distopica in cui in Brasile prende il potere un governo autoritario che decide di imporre a tutti i cittadini che discendono da famiglie africane di abbandonare la nazione, situazione che causa caos, morte e la nascita di un movimento che cerca di resistere e opporsi alle nuove regole.
Alfred Enoch interpreta un avvocato, Antonio, che sembra avere davanti a sé un futuro sereno accanto alla moglie Capitu (Taís Araújo), ma si ritrova diviso dalla donna che ama e costretto a nascondersi nel proprio appartamento insieme al cugino, il giornalista Andre (Seu Jorge), con cui inizia a ribellarsi alle autorità e trasmettere video di protesta che attirano l’attenzione dei media e della popolazione, anche a livello internazionale. Capitu, nel frattempo, trova rifugio in un “afro-bunker” dove si nascondono molti cittadini di origine africana e si inizia a gettare le basi della resistenza.

Executive Order non sfrutta nel modo migliore il proprio potenziale e la struttura narrativa appare suddivisa in parti eccessivamente separate tra loro, proponendo fin troppi spunti e sottotrame che rendono l’insieme piuttosto confuso e incerto.
Uno degli elementi più convincenti è la gestione degli aspetti emotivi della vicenda e grazie a un’ottima performance di Enoch e di Araújo si viene coinvolti nelle loro reazioni al caos che li circonda, tra tentativi di mantenere la propria umanità e disperazione nel constatare che il proprio futuro sembra sia stato spazzato via per sempre. Il rapporto tra i personaggi non è sviluppato del tutto in modo adeguato, rendendo i passaggi maggiormente drammatici non all’altezza delle aspettative e gli elementi sociali e politici sono delineati fin troppo a grandi linee per rendere il contesto realistico e credibile. Executive Order riesce però a sfruttare a proprio favore un atto conclusivo ben costruito sulle basi di un paio di scene di grande impatto emotivo.

Il film di Ramos paga forse più del dovuto il prezzo dell’ambizione che contraddistingue il progetto, non trovando il giusto equilibrio tra commento sociale e dramma personale, tuttavia la bravura di Enoch e un paio di sequenze memorabili rendono la visione un’esperienza interessante e stimolante.

African American: la recensione

Il regista e sceneggiatore Muzi Mthembu propone con African American, presentato al Pan African Film Festival, un racconto al femminile di sogni che si scontrano con i limiti di una società, maschilista e in più occasioni razzista, problemi economici e le tradizioni culturali della famiglia in cui è cresciuta, in cui desideri come quello di lavorare nel campo dello spettacolo non sono visti di buon occhio.
Al centro della trama c’è Nompumelelo (Phumi Mthembu) che, dopo aver accettato un matrimonio combinato per aiutare la sua famiglia, scopre che era stata accettata come studentessa alla Julliard, la prestigiosa scuola d’arte, ma il padre le aveva nascosto la lettera di ammissione, facendole credere di non avere alcuna concreta possibilità di iniziare una carriera come cantante o attrice. La giovane decide quindi di lasciarsi alle spalle una vita che le sta stretta e partire con destinazione New York, subendo le conseguenze della sua ribellione. In suo aiuto, tuttavia, entra in scena Jaquan (Anthony Goss) con cui si stabilisce un rapporto complicato e non privo di conflitti.

African America riesce, inizialmente, a sviluppare bene le tematiche alla base della storia offrendo un ritratto significativo ed emozionante delle difficoltà che affrontano i giovani nati negli Stati Uniti, ritrovandosi divisi tra le proprie origini e un mondo diverso da quello in cui sono cresciuti i propri genitori e nonni. Phumi Mtembu possiede il carisma giusto per trasportare gli spettatori in una quotidianità complicata dal punto di vista emotivo e psicologico e coinvolgerli mentre si assiste ai rifiuti che riceve, alle ingiustizie subite e ai ricatti morali che deve affrontare. Il problema del film, tuttavia, è una sceneggiatura che nella seconda parte del racconto perde compattezza ed esagera portando situazioni ed emozioni sopra le righe e non trovando il modo di far evolvere la storia senza mai perdere il realismo che sembrava caratterizzarlo.
Il cast in più momenti fatica a non scivolare in interpretazioni fin troppo melodrammatiche, pur riuscendo a gestire bene i passaggi maggiormente dedicati ai tentativi di trovare il proprio posto nel mondo, a livello personale e professionale.


Un montaggio con meno passaggi a vuoto dal punto di vista narrativo avrebbe forse aiutato il film, che lascia invece la sensazione di ritrovarsi di fronte a un’opera promettente su cui sarebbe necessario lavorare ancora un po’.

Restore the SnyderVerse – 5 Motivi per cui potrebbe essere un’idea vincente

L’arrivo di Zack Snyder’s Cut Justice League e l’evidente passo in avanti compiuto nel raccontare la storia del team di eroi tratti dai fumetti della DC ha alimentato le richieste dei fan di dare una seconda chance alla visione originale del regista dando il via alla campagna Restore the SnyderVerse e questa ipotesi, seppur apparentemente esclusa dai vertici della Warner, se diventasse realtà potebbe invece rappresentare un’occasione da non perdere per la nuova piattaforma di streaming.

Zack Snyder, durante la promozione del film arrivata sugli schermi anche in versione Justice Is Gray, non ha esitato nel condividere i dettagli dei suoi progetti per i successivi capitoli della trilogia e i fan, dopo Release the Snyder Cut, hanno iniziato a sostenere la campagna Restore the SnyderVerse, chiedendo allo studio di produrre i capitoli mancanti che erano stati ideati prima del 2017. Lo studio, recentemente, sembra aver respinto le ipotesi di dare il via libera al progetto, e alla distribuzione del montaggio originale di Suicide Squad di David Ayer, ma è davvero una buona idea? Riflettendoci potrebbero esserci delle valide giustificazioni nel sostenere le richieste dei fan, tenendo inoltre conto che l’esistenza del Multiverso permette di poter proporre in contemporanea varie versioni dei personaggi senza particolari problemi. Un proseguimento in versione animata, seppur non privo di potenziali aspetti positivi, invece, difficilmente riuscirebbe a ricreare l’appeal dello stile visivo di Snyder e alla sua narrazione, così ricca di dettagli e sfumature.

  1. La concorrenza con le altre piattaforme
    HBO Max deve affrontare la concorrenza di realtà ormai consolidate come Netflix e Disney+ e i responsabili della piattaforma hanno già dato il via libera a due diversi show del DC Extended Universe, lo spinoff di The Suicide Squad: Missione Suicida dedicato al personaggio di Peacemaker, e quello di The Batman che porterà sul piccolo schermo le storie legate al dipartimento di polizia di Gotham City. Warner sembra in parte voler puntare su marchi già amati e che possono contare sull’esistenza di un fandom leale, tenendo inoltre in considerazione i progetti legati a Game of Thrones, e i sostenitori di Zack Snyder hanno dimostrato senza ombra di dubbio di essere numerosi e particolarmente fedeli, rappresentando quindi potenziali utenti pronti ad acquistare un abbonamento al servizio. Disney+ può sfruttare il traino di progetti targati Marvel e Star Wars, mentre Netflix è ormai una certezza e altre realtà sembrano, oltre a poter attingere ai clienti dei servizi Amazon e Apple, aver trovato un proprio target di riferimento in grado di sostenere economicamente la realizzazione di progetti ambiziosi e l’acquisizione di titoli da distribuire. Offrire in esclusiva i tasselli mancanti dello SnyderVerse che erano stati pianificati potrebbe quindi dare a HBO Max un’importante sostegno economico e attirare nuovi utenti.
  2. Un investimento giustificabile e gestibile
    Realizzare senza modifiche rispetto ai piani originali i due capitoli mancanti della trilogia di Justice League potrebbe rappresentare un investimento forse eccessivo rispetto al budget attualmente a disposizione dopo la difficile situazione affrontata a causa della pandemia. Zack Snyder’s Justice League dovrebbe però continuare con l’arrivo di Darkseid sulla Terra e, basandosi sulle dichiarazioni del regista, qualche aggiustamento potrebbe rendere il progetto realizzabile con dei costi non particolarmente alti, valutando successivamente come procedere con l’ultimo capitolo della storia. Concentrando la propria attenzione su Darkseid e sfruttando la tecnologia usata per progetti come The Mandalorian, si potrebbe limitare in modo considerevole i costi legati al cast e alle scenografie. Trattandosi di una storia di Justice League è comunque impensabile pensare a un’assenza delle star del progetto che dovrebbero offrire la propria disponibilità e rinnovare i propri contratti. Ezra Miller e Ben Affleck, prossimamente, saranno però impegnati sul set di The Flash e si potrebbe cogliere al volo l’occasione di girare delle sequenze utili per dare forma a Justice League 2, oltre a poter ipotizzare la realizzazione di sequenze che coinvolgono anche Kiersey Clemons che interpreta Iris West, il padre di Barry Allen e probabilmente Alfred, interpretato da Jeremy Irons. Le riprese previste a Londra, inoltre, permetterebbero di coinvolgere Henry Cavill che non ha nemmeno bisogno di un periodo di preparazione fisica avendo terminato da poco le riprese della seconda stagione di The Witcher e, infortuni permettendo, avendo da tempo un approccio mentale e fisico che gli permette di mantenersi perfettamente in forma anche durante le pause dal lavoro. L’eventuale preparazione di sequenze d’azione con al centro Superman non dovrebbero richiedere quindi molte settimane e difficilmente la star britannica rifiuterebbe l’occasione di interpretare nuovamente la parte di Clark Kent, considerando inoltre che è già in programma un reboot ideato per introdurre quasi certamente una nuova versione del supereroe. Le scene con protagonista Amy Adams, presenza essenziale nella storia, sulla carta non dovrebbero comunque essere numerose e dovrebbero richiedere un numero ridotto di giorni da trascorrere sul set. Jason Momoa è in una situazione simile e prossimamente sarà impegnato sul set di Aquaman, altra occasione utile a realizzare sequenze in cui potebbe apparire anche Mera, interpretata da Amber Heard e gli altri personaggi coinvolti nella storia di Atlantide. Il coinvolgimento di Ray Fisher potrebbe essere più complicato, considerando le sue accuse nei confronti dei vertici dello studio, mentre l’assenza di Gal Gadot potrebbe essere temporaneamente giustificata dal ritorno di Wonder Woman a Themyscira. Il coinvolgimento di personaggi come Deathstroke e potenzialmente Harley Quinn e Joker potrebbero slittare a un eventuale terzo capitolo modificando in parte il progetto iniziale terminando Justice League 2 con il passaggio di Superman tra le fila di Darkseid, concentrando la parte della storia ambientata nel mondo post-apocalittico e lo scontro finale nel capitolo conclusivo della storia. Questo permetterebbe di non perdere tempo prezioso dal punto di vista produttivo, mettendo in cantiere il sequel in tempi relativamente brevi e sfruttando il successo di Zack Snyder’s Justice League, e permettere agli attori di avere il tempo di ritagliarsi tra i propri impegni professionali e privati lo spazio necessario alle riprese di un progetto impegnativo come il potenziale terzo capitolo della storia. Modificare il secondo capitolo della trilogia in un film maggiormente dedicato alla storia di Darkseid potrebbe inoltre rendere il villain un personaggio multidimensionale e dare più profondità alla narrazione, oltre a distinguersi dall’abituale approccio dei cinecomic in cui i villain rimangono spesso in secondo piano avendo poco tempo a disposizione sullo schermo, risultando così una proposta originale e non priva di un certo appeal anche al di fuori del fandom. Limitare l’uso delle star aiuterebbe inoltre a diminuire il costo di Justice League 2, elemento non trascurabile.
  3. Il ritorno di immagine
    Warner Bros, dopo le accuse di Ray Fisher e quanto accaduto con Zack Snyder e David Ayer, non è uno studio attualmente associato da molti fan dei fumetti della DC a un’idea all’insegna della libertà creativa e all’inclusione. A lungo andare questi attriti, considerando l’importanza dei progetti legati ai personaggi tratti dalle pagine per lo studio, potrebbero avere delle conseguenze per quanto riguarda la collaborazione con i registi e gli attori, e il sostegno degli spettatori. Il movimento che ha sostenuto la richiesta di distribuire la versione Snyder Cut di Justice League è stato accusato, in più occasioni e per motivi non del tutto incomprensibili, di essere tossico, ma scegliere di avere un approccio meno duro e più diplomatico alle richieste dei fan potrebbe far riconquistare la fiducia di un’importante fetta di pubblico. Il ritorno di immagine dell’annuncio di una seconda chance al progetto, che ha pagato in modo eccessivo le conseguenze negative di una situazione in cui le richieste dello studio hanno contribuito a ottenere un risultato non all’altezza delel aspettative, sarebbe particolarmente interessante e potenzialmente positivo, trasmettendo l’idea di una realtà professionale in cui si tiene conto dell’individualità degli artisti con cui si collabora e si rispetta il pubblico. Una strategia di questo tipo, a lungo termine, potrebbe avere delle ripercussioni positive per lo studio e per i prossimi progetti, non necessariamente legati alla DC, prodotti.
  4. Il merchandise e le licenze
    A livello economico è innegabile che la popolarità delle attuali star di Justice League sia sfruttabile in modo più sicuro e senza incognite rispetto alla creazione di linee di merchandise legate a nuove versioni dei personaggi. Permettere ai fan, vecchi e nuovi, di conoscere i personaggi diminuisce i potenziali rischi economici di un potenziale investimento dal punto di vista commerciale, la creazione di licenze ed eventuali linee da vendere in esclusiva nei propri parchi. La vendita di merchandise, progetti editoriali, linee di abbigliamento, gadget e action figure con i volti del cast di Justice League, ideando una strategia di sfruttamento dei marchi ben calibrata per non sovrapporsi alle uscite relative ai film della DC già annunciati, aumenterebbe non di poco le entrate economiche.
  5. Lasciare aperte tutte le porte
    Dare spazio allo Snyderverse potrebbe, infine, rappresentare un’ottima opportunità per tenere aperta ogni porta relativa allo sviluppo futuro dei progetti della DC per quanto riguarda l’approccio narrativo, l’atmosfera e i personaggi da utilizzare. Zack Snyder, secondo quanto ha dichiarato nelle ultime settimane, aveva infatti previsto l’introduzione di numerosi personaggi che attualmente non sono al centro di film e serie tv in fase di sviluppo. Permettere di concludere la sua trilogia getterebbe invece la base per un’espansione del DC Extended Universe potendo inoltre verificare la reazione degli spettatori ad alcuni personaggi. Avendo già a disposizione The Suicide Squad: Missione Suicida, che si preannuncia come uno dei titoli più esilaranti e irriverenti dell’anno, The Batman dalle caratteristiche più simili a un noir, e sequel dedicati a eroi già conosciuti come Aquaman, proporre la visione maggiormente dark, filosofica e ricca di azione di Snyder offrirebbe ai futuri registi e autori una visione completa delle aspettative degli spettatori e degli elementi apprezzati e quelli bocciati dal proprio target di riferimento, dalla critica e dal pubblico, calibrando con più attenzione i prossimi progetti se si volesse muoversi su percorsi sicuri o sapendo con certezza cosa potrebbe rappresentare una visione davvero originale per quanto riguarda i titoli della DC destinati al cinema o a HBO Max.

Zack Snyder’s Justice League, recensione: Un malinconico lieto fine o un soprendente nuovo inizio?

Zack Snyder’s Justice League è finalmente arrivato e la visione delle quattro ore che compongono la versione ideata inizialmente dal regista si conferma come un importante passo in avanti rispetto ai precedenti progetti della DC, facendo però emergere due problematiche: l’assenza di un progetto concreto relativo alla realizzazione della continuazione della storia suscitando ancora più dispiacere rispetto a quello provato dopo aver assistito ai problemi di quanto proposto sugli schermi nel 2017, e la consapevolezza che se i vertici di Warner Bros avessero voluto un cinecomic della durata intorno alle due ore, come svelato da numerose indiscrezioni, il materiale girato inizialmente era quasi impossibile da gestire, rendendo quindi comprensibile la scelta del team di Joss Whedon di trasformare radicalmente il racconto.

Nel 2017 uno dei problemi più grandi di Justice League era legato al fatto che gli spettatori non conoscevano abbastanza i personaggi per potersi lasciare coinvolgere nella prima avventura del team creato da Batman e il nuovo film dimostra che era possibile risolvere la questione sacrificando, però, una durata considerata adatta al proprio target e alle esigenze degli spettatori. Mantenere il materiale realizzato da Zack Snyder senza suddividerlo in due lungometraggi (con un cliffhanger ad esempio sul ritorno di Superman) avrebbe, quasi sicuramente, portato a un risultato persino peggiore del tanto discusso Batman v Superman: Dawn of Justice che aveva infatti guadagnato in chiarezza e profondità con l’Ultimate Edition che comprendeva scene tagliate dal montaggio distribuito nei cinema. Pensare di proporre un racconto coerente e convincente tagliando la metà di quanto mostrato in questa nuova versione di Justice League sarebbe stato un ulteriore passo falso rendendo la costruzione delle storie dei protagonisti, l’introduzione dei villain e delle loro motivazioni, e lo scontro finale inevitabilmente affrettati, approssimativi, superficiali e insoddisfacenti. Warner Bros poteva distibuire nelle sale un lungometraggio di quattro ore? A posteriori è impossibile avere una risposta, ma è innegabile che il progetto rappresenti una proposta quasi perfetta per una piattaforma di streaming come HBO Max e, se si trovasse un accordo relativo al budget e si avesse il sostegno delle star, potrebbe dare il via a un progetto ambizioso e coraggioso continuando lo Snyderverse e rendendo giustizia ai personaggi ormai delineati e permettendo ai loro interpreti, in particolare a Henry Cavill e al suo Superman, di concludere l’esperienza sugli schermi nel migliore dei modi.

Zack Snyder’s Justice League non è un film privo di difetti e chi non ama lo stile del suo realizzatore difficilmente riuscirà ad amare anche questa sua nuova fatica, tuttavia riesce a delineare davvero bene i “nuovi” arrivi nel DCEU rappresentati da Flash e Cyborg, e a dare nuove sfumature a figure ormai conosciute dagli spettatori come Wonder Woman e Aquaman. Lo spazio dedicato a ognuno degli eroi è finalmente adeguato per permettere agli spettatori di seguire la narrazione comprendendo le motivazioni di ognuno di loro, le differenze esistenti tra i membri della Justice League e i loro punti in comune. Le tematiche del rapporto tra genitori e figli, già centrale in L’uomo d’acciaio, e della ricerca del proprio posto nel mondo diventano in questo caso essenziali e Snyder le sviluppa in modo esaustivo ed emozionante, sfruttando in particolare la presenza di Cyborg e il maggior spazio dato a figure chiave come quella di Alfred, interpretato in modo magistrale da Jeremy Irons.
Ezra Miller e Ray Fisher, in questa versione, hanno finalmente modo di non rimanere in secondo piano rispetto al trio composto da Superman-Batman-Wonder Woman che era già stato introdotto nei lungometraggi precedenti e nemmeno di essere messi in ombra a causa della carismatica e imponente presenza di Jason Momoa nel ruolo di Aquaman.
La narrazione ha i suoi momenti fin troppo retorici e al limite dello stucchevole, come l’interazione tra Diana e una ragazzina che viene salvata durante un attacco terroristico, ma la sceneggiatura di Chris Terrio riesce a trovare l’umanità anche nei villain come Steppenwolf, meno undimensionale e più minaccioso rispetto a quanto proposto in precedenza. Gli appassionati dei fumetti, quasi sicuramente, troveranno alcune scelte e svolte discutibili, e non mancano i momenti forzati. L’insieme è però godibile e trova un buon equilibrio tra intrattenimento, grazie anche al Barry Allen interpretato da Miller che propone una ventata di leggerezza sopra le righe e inaspettatamente ben calibrata nel contesto, e capacità di offrire spunti di riflessione sul significato di eroismo, sacrificio, seconde occasioni e sulle conseguenze delle perdite subite nella propria vita.
La colonna sonora di Junkie XL, attingendo anche ai temi creati per gli altri film del DCEU, accompagna con una certa bravura l’evolversi della storia enfatizzando il ritmo delle sequenze d’azione, a tratti fin troppo elaborate ed enfatiche, e amplificando le emozioni dei momenti più personali. La fotografia firmata da Fabian Wagner e il formato scelto contribuiscono a mantenere il tratto distintivo di Snyder che contraddistingue il suo approccio al genere cinematografico.


Il cast, senza una storia “mutilata”, si dimostra all’altezza delle aspettative e, pensando al futuro degli adattamenti dei fumetti della DC in fase di sviluppo per Warner, l’elemento che causa maggior dispiacere è l’idea che si abbandonerà totalmente questa versione di Superman. Henry Cavill, nelle parti del film in cui appare, dimostra infatti di essere maturato come attore e di aver costruito un Clark Kent non privo di lati inaspettati, gettando in poche scene, in cui ruba la scena ai suoi colleghi, le basi per una storia del supereroe che avrebbe il potenziale per distinguersi in positivo all’interno del panorama dei cinecomic. Non sfruttare la possibilità di sviluppare le storie di varie versioni del personaggio usando lo stratagemma del multiverso già proposto con le serie televisive tratte dai fumetti della DC, rendendo quindi accettabile l’esistenza di più di vari Batman, Superman e Joker, considerando che Jared Leto riesce finalmente a non risultare una caricatura nell’iconico ruolo nei pochi minuti in cui appare, sarebbe un’occasione sprecata. Clark Kent risulta la colonna portante dello Snyderverse e il personaggio meriterebbe un degno epilogo alla sua storia, a prescindere che questo venga proposto sul grande schermo o su una piattaforma di streaming. La storia di Kal-El, così umano nonostante la sua origine aliena e ritornato in vita per dare speranza all’umanità e onore al popolo di Krypton, poteva davvero essere una delle carti vincenti del DCEU.

La visione di Zack Snyder’s Justice League conferma infine uno dei dubbi che erano da tempo emersi: la costruzione di un universo cinematografico ha bisogno di tempo prima di riuscire realmente a conquistare il proprio pubblico. Non è infatti da escludere che i film usciti nelle sale dedicati a Wonder Woman e Aquaman, ma in parte persino quasi flop come Suicide Squad o indirettamente il successo di Joker, abbiano contribuito a creare un’attenzione e un coinvolgimento maggiore nei confronti dei personaggi e delle loro storie. Le quattro ore che compongono Zack Snyder’s Justice League, sfruttando comunque la suddisvisione in parti che permette di compiere delle utili pause, non risultano così mai noiose e anche i difetti appaiono meno penalizzanti, lasciando l’impressione, arrivati nella già famosa sequenza ambientata nel Knightmare realizzata appositamente dopo l’approvazione ottenuta da HBO Max, di uno spettacolo finalmente in grado di usare a proprio favore gli elementi che hanno portato al successo i fumetti della DC.
I titoli di coda, accompagnati da una struggente cover di Hallelujah, suscitano un insieme di malinconia, catarsi e attesa per capire se si tratta di un lieto fine per Zack Snyder e il suo team, il cui lavoro è stato finalmente ripagato, o a sorpresa un nuovo inizio per i film degli eroi, e dei villain come Deathstroke e Joker, della DC.

Release the Snyder Cut – Sean O’ Connell – Recensione e riflessioni

Il libro Release the Snyder Cut – The Crazy True Story Behind the Fight That Saved Zack Snyder’s Justice League scritto da Sean O’Connell rappresenta la lettura perfetta nell’attesa del 18 marzo, giorno in cui verrà finalmente distribuita la versione originale delle avventure del team di eroi della DC ideata dal regista.
Il volume è infatti particolarmente ricco di dettagli ed è una lettura estremamente scorrevole e coinvolgente, offrendo una prospettiva maggiormente focalizzata sul lato umano della vicenda, dando inoltre un enorme spazio alle testimonianze dei fan coinvolti nel movimento che ha contribuito a far arrivare il film su HBO Max.

Nel 2017, quando ho dovuto recensire la versione del lungometraggio con la firma di Joss Whedon, avendo a disposizione poche righe, ho trascorso più di un’ora nel tentativo di sintetizzare la mia opinione negativa sul risultato finale, ritrovandomi a criticare l’imbarazzante aspetto di Superman modificato in digitale, la sensazione che fossero stati fusi insieme due approcci alla storia quasi in totale opposizione, il dispiacere nel constatare che le interpretazioni del cast fossero state messe in secondo piano da un racconto confuso e approssimativo, e concludendo ammettendo l’evidente dispiacere rappresentato dalla mancata possibilità di vedere la storia ideata in origine da Zack Snyder. Pur non potendomi considerare una vera fan del regista, ho sempre apprezzato il talento di Snyder e la sua capacità di scegliere un approccio narrativo originale e inaspettato, soprattutto in occasione di progetti legati a personaggi iconici come quelli tratti dalle pagine dei fumetti della DC. Non ho mai avuto, purtroppo, l’occasione di intervistarlo o incontrarlo durante il mio percorso professionale, ma continuo a trovare ammirevole la sua disponibilità nei confronti dei fan e la sua passione nel parlare del lavoro compiuto davanti e dietro la telecamera. Per questi motivi, nonostante non avessi mai seguito con costanza i progressi compiuti dall”esercito’ di fan impegnati nel tentativo di far distribuire la Snyder Cut, sono stata estremamente felice quando è stato annunciato l’accordo con HBO Max, in particolare pensando alle ripercussioni emotive subite da un artista causate dalla consapevolezza che il lavoro compiuto nel corso di molti anni fosse stato stravolto e messo da parte.
Il libro, pubblicato da Applause, permette di scoprire molti dettagli di quanto accaduto dal 2017, pur causando qualche perplessità e non facendo, a mio parere, del tutto chiarezza sulle decisioni dello studio e nell’affrontare il lato negativo del movimento, e suscitando un po’ di fastidio nel proporre una visione unilaterale dello stile di Whedon.

L’opera di O’Connell ha però molti aspetti positivi e dovrebbe essere letta dai sostenitori della DC e dell’impegno di chi ha lottato per ottenere la possibilità di vedere la versione di Snyder.
Il libro offre un approfondimento molto interessante sulla nascita del movimento raccogliendo le storie dei ‘fondatori’, spiegandone le motivazioni e la decisione di sostenere in parallelo l’American Foundation for Suicide Prevention, elemento fin troppo dimenticato nel riportare le notizie che riguardavano le richieste dei fan negli ultimi anni. Release the Snyder Cut trasporta in modo efficace e coinvolgente nel lato più emotivo dell’esperienza cinematografica, condividendo esperienze personali che hanno portato a formare un legame profondo con i film firmati da Snyder e con le persone conosciute durante i tentativi di convincere i vertici di Warner Bros a distribuire il montaggio originale. Altrettanto interessante, specialmente per chi non è un grande esperto di cinema o non conosce la filmografia dell’artista, lo spazio dedicato alla spiegazione della mitologia e delle tematiche alla base dei progetti della DC realizzati da Zack Snyder, sottolineando la contrapposizione con il Marvel Cinematic Universe.
Dal punto di vista della produzione, personalmente, avrei sperato in qualche pagina in più riguardante il lavoro compiuto sul casting, davvero encomiabile, e sulla produzione, e mi sarei aspettata un maggior spazio alla prospettiva di Deborah Snyder sull’intera questione, essendo coinvolta personalmente e dal punto di vista professionale; dettagli che non penalizzano però in nessun modo l’ottimo risultato finale della proposta letteraria.

Release the Snyder Cut

Dispiace, invece, non trovare una riflessione sui problemi che sicuramente lo studio ha affrontato nel momento del passaggio delle consegne a Joss Whedon e che hanno avuto, quasi sicuramente, un peso nel decidere di non far slittare la data di uscita. Non considerare le ramificazioni commerciali ed economiche di un progetto della portata di Justice League rende probabilmente complicato comprendere realmente le cause di quanto proposto sul grande schermo. Penso sia impossibile negare che franchise come quelli tratti dai fumetti o dalle opere di J.K. Rowling siano essenziali per poter avere i fondi e la possibilità di dare il via libera a opere di minor appeal commerciale e non legate allo sfruttamento dei marchi dal punto di vista del merchandise, delle licenze, dell’uso nei parchi tematici. Era davvero possibile posticipare di più mesi l’uscita nelle sale? Penso che la risposta a questa domanda sia più complessa rispetto a quanto proposto nel libro e coinvolga riflessioni più approfondite riguardante i periodi scelti per la distribuzione in modo da poter sfruttare nel migliore dei modi, pensando in particolare alle entrate grazie al merchandise e alle licenze commerciali concesse, le imminenti festività, scontrarsi con titoli che si rivolgevano a un target diverso, la mancanza di rivali diretti e un lavoro compiuto dal punto di vista della pianificazione del marchio iniziato molto prima dell’annuncio dell’addio di Snyder al progetto. Può essere stata una scelta legata a bonus economici da parte dei vertici dello studio? Forse sì, ma sarebbe stato interessante un’analisi breve, ma chiara, dei tanti elementi legati alla produzione di un cinecomic di questa portata.
Il capitolo dedicato alle differenze tra Joss Whedon e Zack Snyder, inoltre, appare fin troppo sbilanciato a causa della scelta di dare spazio prevalentemente alle opinioni dei fan. Le differenze stilistiche e dal punto di vista narrativo sono innegabili e sarebbe strano il contrario essendo due persone dalle esperienze di vita e professionali differenti, due individui con una propria mente e una visione del mondo personale, come accade con ogni essere umano. A suscitare un po’ di perplessità è invece l’idea che tra i due non ci sia alcun punto in comune, sostenendo che Whedon non usi riferimenti religiosi e filosofici, “non possieda quel tipo di sguardo ricco di strati e sfumature”, o proponga una visione dei supereroi fin troppo ironica e non li consideri seriamente, proponga delle eroine che non sono sempre forti e potenti quando non indossano il loro costume. Tra le pagine si scopre così che il creatore di Buffy non sarebbe in grado di celebrare l’individualismo e le meraviglie della vita, che sfrutterebbe eccessivamente “i tropi hollywoodiani”, e che il suo approccio al genere sarebbe fin troppo “facilmente digestibile e apprezzabile. C’è la tendenza a dimenticarlo mentre stai uscendo dal cinema”. Un’analisi, a mio parere, fin troppo superficiale e che non tiene conto di molti dettagli che potrebbero tranquillamente portare a pensare che la visione dei due registi non sia in totale opposizione. Il primo problema di questa ricostruzione, nonostante si avanzi l’ipotesi che il regista si sia a sua volta scontrato con delle richieste impossibili da soddisfare, è il fatto che Joss Whedon non abbia mai offerto i dettagli della propria esperienza sul set, non abbia rivelato eventuali imposizioni e direttive dello studio e non abbia commentato apertamente le critiche, lasciando quindi in sospeso molti dubbi riguardante quanto è realmente accaduto prima, durante e dopo le ormai famigerate riprese aggiuntive e quanti dei problemi del risultato finale siano attribuiti esclusivamente al lavoro compiuto dal regista. Il secondo punto da considerare è Avengers: Age of Ultron: è davvero possibile dichiarare che Whedon non utilizzi elementi religiosi e filosofici dopo aver proposto un villain e il personaggio di Visione che affrontano proprio tematiche riguardanti la natura degli esseri umani, il libero arbitrio, la capacità di provare compassione ed empatia, ciò che rende salvabile una specie vivente nonostante gli innegabili difetti della sua esistenza sulla Terra? Certo, è un approccio narrativo diverso rispetto a quello di Snyder, sarebbe impossibile che non lo fosse, ma sostenere la mancanza di attenzione per queste tematiche non sembra del tutto corretto. C’è poi un terzo punto: dichiarare che il regista non sia in grado di proporre personaggi femminili ricchi di sfumature e forti a prescindere da poteri e costumi è piuttosto discutibile se si considerano i progetti portati sugli schermi prima degli Avengers. Si può sicuramente ribattere che una serie tv non è frutto del lavoro di un’unica persona, e infatti è il risultato dell’impegno di innumerevoli artisti, tuttavia basta prendere in considerazione gli episodi scritti e diretti da Joss Whedon per capire che il giudizio dato tra le pagine è piuttosto superficiale. Dallo scontro tra Buffy e Angel nel finale della seconda stagione, passando dal memorabile episodio in cui muore la madre di Buffy e arrivando alla puntata musical, le scelte registiche e narrative del filmmaker propongono un ritratto profondo dell’animo umano, dell’impatto sulla psiche causato da eventi traumatici e del significato della vita. Dispiace che venga totalmente ignorato come Whedon abbia contribuito a portare sugli schermi televisivi un’intera stagione, la sesta, con una protagonista alle prese con la depressione, e persino vicina al suicidio, in un periodo storico in cui l’attenzione per la salute mentale e le problematiche affrontate dagli adolescenti era quasi del tutto assente dagli schermi. Risulta davvero difficile dichiarare senza ombra di dubbio che un regista non sia in grado di affrontare tematiche importanti in modo serio e riflessivo e, ironicamente, le dichiarazioni dei fan di Snyder che sostengono che la visione dei suoi film li abbia aiutati ad affrontare momenti difficili della propria vita ricordano molto da vicino quelle compiute per anni dai sostenitori di Buffy.
Whedon ha proposto senza dubbio una gran dose di ironia e leggerezza, ma ha anche firmato momenti come questo passaggio di Buffy in cui si sfrutta persino in modo brillante il concetto di luce e ombra, oltre a un dialogo memorabile che affronta in modo chiaro e rispettoso la situazione mentale della Cacciatrice, e imporre l’idea di due artisti in totale opposizione sembra quasi sminuire il lavoro compiuto dai due filmmaker in carriera, proponendo una semplificazione poco costruttiva. Ciò che ha portato alla distribuzione di un film insoddisfacente, seppur per molti versi in grado di intrattenere ed essere apprezzato, penso sia legato a una struttura, idee e modelli di business che non sono esclusivamente riconducibili con assoluta certezza alle decisione dei singoli.

L’ultimo punto della lotta portata avanti dai fan per anni che, personalmente, penso avrebbe avuto bisogno di un’analisi meno di parte, è quello riguardante le accuse rivolte al movimento, da molti considerato vicino al bullismo e “tossico”. Sean O’Connell compie un ottimo lavoro nell’evidenziare il lato migliore della situazione e a lodare, come è giusto che sia, il contributo che hanno dato nel permettere a un’artista di riappropriarsi del proprio lavoro e mostrarlo al mondo, oltre a sostenere una causa importante come quella portata avanti dall’American Foundation for Suicide Prevention. Negare che, soprattutto su Twitter, ci sia stato spazio per attacchi fin troppo duri e ingiustificati a chiunque negasse l’esistenza della versione Snyder Cut, compresi alcuni attori che hanno lavorato in altri progetti della DC, e che le pagine social dello studio e dei suoi dirigenti non fossero diventati un campo di battaglia senza esclusione di colpi è però difficile. Essere motivati da un intento lodevole e dalla propria passione non esclude, purtroppo, che in molti casi si superino i confini del rispetto nel confronto del prossimo o non si dia il giusto peso alle conseguenze di una campagna così capillare e insistente. Mi risulta davvero complicato non pensare a come deve essere stato difficile e pesante dal punto di vista mentale lavorare come social media manager negli ultimi anni tra le fila della Warner o la pressione subita dai dirigenti dello studio. Si potrebbe dire che il fine giustifica i mezzi, tuttavia si dovrebbe riflettere seriamente sulla questione e sul “potere” che si ottiene creando un gruppo numeroso pronto a tutto pur di sostenere un’iniziativa o un’idea, considerando in modo obiettivo anche le accuse rivolte a chi si è opposto a lungo a una possibile distribuzione del film causata dalla pressione subita da parte dei fan. In un’epoca pre-social media i fan erano già riusciti a salvare una serie dalla cancellazione inviando ai diigenti della CBS tonnellate di arachidi e recentemente il sostegno degli spettatori ha contribuito più volte a dare una seconda chance a vari progetti, la portata di Release the Snyder Cut apre però la porta a potenziali ripercussioni sui processi decisionali e sul modo in cui possano essere influenzati dal pubblico. Zack Snyder, dal suo punto di vista, ha assolutamente ragione nel dichiarare che non considera “tossico” il movimento ed è bellissimo leggere le testimonianze di chi ha stretto amicizie e ha vissuto cambiamenti positivi nella propria vita grazie al proprio impegno a sostegno della causa. Esiste però un altro punto di vista che andrebbe considerato, rispettato e, seppur non condiviso, capito. Le potenziali conseguenze negative del “cedere” alle richieste dei fan esistono e, seppur per molti aspetti non si tratti di questo caso, non andrebbero respinte, ignorate o negate in modo categorico, attribuendo la colpa di comportamenti non del tutto positivi solo alle azioni di singoli individui che si sono allontanati dalle idee alla base dell’iniziativa.

La gestione, a mio parere, non del tutto obiettiva di questi punti e non pregiudica però in nessun modo l’utilità di Release the Snyder Cut e non mette in ombra la bravura dell’autore che ha saputo ripercorrere una pagina importante della storia del cinema contemporaneo con semplicità e dando vita a una lettura stimolante e piacevole. Il libro sarà un’aggiunta imperdibile per i fan del regista e dei fumetti della DC e una proposta interessante per gli studenti di cinema e dell’evoluzione dei mezzi di comunicazione.

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Finding Yingying, recensione

Il documentario Finding Yingying immerge gli spettatori nella tragedia di una famiglia raccontando il tragico destino di una studentessa brillante, la cui vita è stata spezzata in modo drammatico e inspiegabile.
La regista Jiayan ‘Jenny’ Shi, al suo debutto dietro la macchina da presa, firma un’opera semplice ma di grande impatto emotivo scegliendo di raccontare la storia di un terribile crimine dal punto di vista umano, delineando il ritratto della giovane vittima e della sua famiglia piuttosto che concentrarsi sulla ricostruzione delle indagini compiute dalla polizia.

Il film racconta quanto accaduto a Yingying Zhan, una studentessa di 26 anni cinese che era arrivata negli Stati Uniti per studiare e sognava di proseguire la sua carriera e potersi sposare con il fidanzato, sperando inoltre di diventare madre. Dopo aver avvisato i compagni di studio che avrebbe fatto tardi dovendo andare a vedere un alloggio che aveva intenzione di affittare per diminuire le spese, la ragazza è però scomparsa. La famiglia di Yingying è quindi volata negli Stati Uniti nella speranza di scoprire cosa le è accaduto e riabbracciarla, ma la verità è più terribile di quanto si possa immaginare.

La regista ha seguito da vicino la famiglia Zhang nei loro tentativi di scoprire la verità e ottenere giustizia, avendo accesso anche ai diari della studentessa e alle testimonianze dei suoi amici per realizzare il documentario.
Finding Yingying prende progressivamente la forma di un racconto sulla perdita nelle sue varie forme, da quella di una persona amata alla fine dei sogni di una vita migliore, arrivando progressivamente all’impossibilità di mantenere la speranza in una famiglia che affronta in modo diverso le tristi conseguenze della scomparsa della studentessa, le cui foto sorridenti rendono ancora più straziante i dettagli di quanto le è accaduto.

Jiayan “Jenny” Shi si immedesima forse fin troppo nel racconto che propone sullo schermo, considerando i punti di contatto tra la sua vita e quella della vittima di un crimine così violento e inspiegabile, perdendo l’occasione di indagare in modo approfondito su quanto abbia pesato sul caso la natura da “outsider” di Yingying, se fosse possibile prevenire un crimine così aberrante e se non ci siano stati ritardi da parte della polizia.
Finding Yingying, con una struttura lineare ed efficace, riesce a emozionare con la sua storia di una famiglia come tante, alle prese con sacrifici e problemi, posta di fronte a un incubo senza fine, riuscendo inoltre a rendere omaggio a una donna brillante che meita di essere ricordata per quello che avrebbe potuto ottenere nella vita.